(II giorno Rosh haShanah 5780 – tra Minchah e ‘Arvit)
Nell’ultimo capitolo di Yomà la Mishnah affronta il tema del digiuno di Yom Kippur e le situazioni di pericolo (piqquach nefesh) che autorizzano l’esenzione da questo come da quasi tutti i precetti della Torah. Per associazione di idee un paragrafo è dedicato all’obbligo di salvaguardare la vita umana: se è Shabbat e sotto un cumulo di macerie si ha anche solo il sospetto che possa trovarsi anima viva, ovvero si sa della sua presenza ma non siamo certi che l’individuo sia rimasto in vita si ha il dovere di scavare, benché questa attività rientri fra quelle che la Torah proibisce nel giorno festivo. Si precisa che si deve scavare anche se la possibilità di sopravvivenza della vittima del crollo è ridotta a pochi istanti.
La Ghemarà (85a), commentando la Mishnah, si interroga sui criteri per determinare se la persona in questione è ancora viva. Tutti concordano che se s’inizia lo scavo dalla testa e arrivati alle narici ci si rende conto che non respira più, la vittima può essere considerata già deceduta e in onore allo Shabbat si sospende lo scavo. Il problema si pone nel caso in cui la vittima viene rinvenuta partendo dai suoi piedi. Secondo un’opinione, una volta che si giunga a scoprirne il cuore e ci si accorge che esso ha cessato di battere, ciò è già sufficiente ad abbandonare lo scavo. Altri pensano invece che anche in questo caso lo scavo si prosegue fino a scoprire le narici per accertarne la respirazione. La Halakhah è stata stabilita secondo quest’ultima opinione, per cui l’unico elemento che fa testo è in ogni caso il respiro. Va ancora notato che per i Maestri del Talmud il respiro non è evidentemente una funzione dell’attività cardiaca, bensì dell’attività cerebrale.
Questo testo è citato fra le fonti che hanno alimentato negli ultimi decenni un grande dibattito in sede di bio-etica. Ribaltando la visione per cui la vita è incentrata sul cuore, oggi si sostiene che è valido il criterio della morte cerebrale. Una delle conseguenze più importanti di ciò è l’ammissibilità dei trapianti di cuore. Se infatti ritenessimo che la vita del donatore dipende dal cuore, autorizzarne l’espianto significherebbe determinarne irrimediabilmente la morte ed equivarrebbe a un omicidio. Ecco che far dipendere la vitalità dal cervello anziché dal cuore muta completamente la prospettiva.
La discussione se la vita comincia dal cervello o dal cuore fa da sfondo secondo il Maharal di Praga a un’altra controversia talmudica, questa volta nel trattato Rosh ha-Shanah (11a). Il mondo è stato creato nel mese di Tishrì, come sostiene R. Eli’ezer, o nel mese di Nissan, come pensa R. Yehoshua’? Da ciò dipende la data del Capodanno. E’ peraltro noto che il conteggio biblico dei mesi parte da Nissan (Shemot 12,2), ma da tempo immemorabile noi festeggiamo Rosh ha-Shanah il 1° Tishrì. Molte spiegazioni sono state date di questa discrepanza o, se vogliamo, duplicità. Il Maharal di Praga spiega che Tishrì in cui ci troviamo ora corrisponde alla testa, mentre Nissan, il mese di Pessach, corrisponde al cuore. La testa è sede della machshavah (“pensiero”), che è soprattutto una funzione razionale, mentre il cuore è sede della kawwanah (“intenzione”), che ha origine nel coinvolgimento emotivo della persona. Tishrì, con il suo percorso di Teshuvah, è un periodo di riflessione, mentre Nissan, con i miracoli inerenti all’Uscita dall’Egitto, si rivolge soprattutto alla sfera emotiva dell’uomo. I Maestri dicono che cervello e cuore, pensiero e intenzione, “vanno sempre assieme”: non possono fare uno a meno dell’altro. Ma è d’uopo domandarsi chi ha avuto origine prima: è l’emozione che deve guidare la razionalità, o è la razionalità a determinare la via, sia pur riscaldata e temperata dall’emozione? Il fatto che festeggiamo la nascita del mondo a Tishrì (ha-yom harat ‘olam, abbiamo detto oggi nel Mussaf) dimostra che anche in questo caso tutto deve partire dal cervello. Una razionalità asciutta, non mediata dal cuore, sarebbe nefasta. Ma sarebbe ancor più distruttivo se le nostre scelte dovessero dipendere in prima battuta dalle emozioni, anzichè da una seria riflessione. Kotvenu be-sefer ha-chayim: che sia un anno di vita serena e in salute per tutti!
