(da un articolo di Rav Ari Kahn)
La parashah di Ki tetzè si apre e si chiude con la guerra. Si apre con un uomo che nella foga della battaglia si invaghisce di una donna fra i nemici e si chiude con la guerra contro Amaleq. In mezzo tante mitwzot, come in nessun’altra parashà nella Torà.
Nel libro di Devarim è possibile raccogliere spunti sulle varie mizwot già a partire dal loro contesto. Così i chakhamìm hanno trovato un legame fra le prime mitzwot della parashà, la comparsa di quella donna ingenererà una situazione in cui ci sarà una moglie amata e l’altra odiata e nascerà un figlio ribelle.
Questo figlio non nasce dal nulla. E’ il risultato di un funzionamento scorretto all’interno della famiglia. Sua madre è stata strappata della sua famiglia e dalla sua gente. Sicuramente i valori di questa donna sono differenti da quelli di suo marito ebreo. Probabilmente questa dissonanza ha portato il figlio a disprezzare i valori e la tradizione del popolo ebraico. Non c’è comunque da stupirsi per le sue predisposizioni, già suo padre aveva dato mostra di scarso autocontrollo.
I chakhamim ritengono che questo figlio ribelle in realtà non esista, o più precisamente che non sia penalmente perseguibile, dal momento che esistono numerose precondizioni affinché esso possa essere perseguibile. Non dovrà ascoltare la voce di entrambi i genitori, che devono mostrarsi assolutamente simili, non solo nella voce, ma persino nell’aspetto esteriore. Il loro messaggio deve essere coincidente. Le divisioni all’interno della famiglia lo rendono non punibile, in quanto non è l’unico responsabile per il proprio comportamento. La distanza fra le visioni del mondo dei genitori porta al fallimento educativo.
Il tema dominante della parashà è quello delle relazioni, come costruirle, mantenerle, se necessario ripararle. Matrimonio, divorzio, la prostituzione, il travestimento, sono fra i temi che vengono affrontati.
Rinveniamo però una limitazione molto severa: gli ammoniti e i moabiti non potranno entrare a far parte del popolo ebraico. Ammon e Moav erano figli di un incesto. Le loro madri avevano fatto ubriacare il padre e lo avevano sedotto. Lot vide il suo mondo crollare attorno a lui. Il suo primo fatale errore fu quello di abbandonare Avraham per seguire il luccichio di Sodoma. Sicuramente così facendo Lot cercava ricchezza e potere, ma presto vide Sodoma distrutta, perse la propria casa e la propria moglie. Fuggì con le sue figlie, generando poi Ammon e Moav, che sicuramente devono essersi sentiti feriti, arrabbiati, pieni di risentimento, per via delle scelte del padre e delle circostanze che hanno condotto alla loro nascita.
Non devono essere accolti nel popolo ebraico, non per via di una inferiorità congenita o per una forma di razzismo, ma perché non si sono fatti incontro al popolo d’Israele con pane ed acqua quando uscimmo dall’Egitto e perché assoldarono Bil’am per maledirci. Il loro carattere non è cambiato, ma perché dovremmo aspettarci qualcosa di diverso? Il motivo è che loro padre, Lot, è cresciuto nella tenda di Avraham. Nonostante il loro vissuto avrebbero dovuto imparare come comportarsi con gli altri esseri umani, e tanto più con i parenti. La Torà non perdona questa mancanza. In questo caso non mostra comprensione o empatia, avrebbero dovuto cercare un messaggio educativo positivo dalla loro esperienza, e non solo rabbia e risentimento. Gli esseri umani, piccoli o grandi essi siano, sono portati ad incolpare gli altri per i propri difetti, ma la Torà non ci permette di dare la colpa alla nostra educazione, ai nostri antenati o ad altre situazioni che sono oltre il nostro controllo. L’uomo ha il libero arbitrio, assieme alle esperienze negative possiamo trarre delle lezioni positive, che siamo tenuti a filtrare. Anche con il loro vissuto, dobbiamo aspettarci un comportamento differente dai discendenti di Lot. Per le loro scelte, e non per la loro storia, non possono far parte del popolo ebraico. Ognuno di noi è chiamato a compiere delle scelte di questo genere. Attraverso questo esempio, siamo chiamati a ricordare le nostre origini, che siamo discendenti di Avraham e Sarà. La nostra memoria collettiva contiene tanta grandezza, e dobbiamo per questo avere fiducia in noi. Il concentrarsi sulla rabbia e sui fallimenti distrugge le case e decima le comunità. Ma quello che la Torà vuole insegnarci è che possiamo sempre fare la scelta consapevole di sollevare noi e le nostre famiglie verso gli standard morali che i nostri antenati hanno approntato per noi.
