(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Al termine dei quarant’anni nel deserto i preparativi per la conquista della terra di Israele fremono. La terra conquistata andrà spartita. Secondo quali criteri? Sebbene la questione sia stata già affrontata, ora ritorna sul tavolo. Due tribù, Gad e Reuven, difatti preferiscono rimanere al di là del Giordano, nei territori appena conquistati. La cosa viene sottoposta a Moshè, che risponde in maniera piccata, presentando due ordini di obiezioni, una fattuale e l’altra psicologica. Rimanere lì vorrebbe dire di fatto separarsi dal resto della comunità. Per Moshè questo era uno scandalo, perché era in contrasto con il sogno collettivo di tornare nella terra promessa ai patriarchi. L’atteggiamento di Reuven e Gad viene paragonato a quello degli esploratori, che avevano costretto il popolo ebraico a girovagare 39 anni nel deserto. Come si può pensare di rimanere nei territori conquistati senza venire in aiuto dei propri fratelli, coinvolti in una guerra? Questa presa di posizione è in contrasto con la storia, il destino, l’etica e la halakhà del popolo ebraico!
Le conseguenze spirituali della separazione sono altrettanto devastanti. Basti ricordare che, ben prima di loro, chi aveva deciso che la risoluzione delle questioni relative al gregge fosse una priorità assoluta, Lot, era finito a Sodoma. Gli echi di quella storia sono qui presenti. Forse Reuven e Gad ricordavano gli agi dell’Egitto, agi altrui, senza ricordare gli stenti e la schiavitù. Anche loro volevano andarsene ad est, lontano dal centro spirituale.
Si chiude con un negoziato, in base al quale queste due tribù avrebbero assistito le altre durante la guerra, per poi tornare nei territori assegnati. Quando Moshè accetta però ecco comparire una terza tribù, metà della tribù di Menashè. Da dove esce fuori? Le trattative avevano coinvolto solo due tribù, non due e mezzo!
I commentatori hanno dato varie risposte: Ibn Ezrà fornisce una spiegazione di ordine quantitativo. La tribù di Menashè era molto piccola, e pur avendo partecipato alle trattative, non viene menzionata in quanto molto esigua numericamente. Quando si parla di metà tribù, la definizione è imprecisa: su otto famiglie infatti solo due rimangono al di là del Giordano, mentre le altre sei entrano in terra di Israele.
Secondo Ramban queste due famiglie, come si suol dire, salirono sul carro dei vincitori: vedendo che Reuven e Gad avevano strappato delle condizioni vantaggiose, cercano di fare altrettanto, nella speranza di ottenere un territorio più ampio.
Anche se siamo sensibili alle argomentazioni di ordine economico, non possiamo non notare che dopotutto i figli di Menashè sono discendenti di Yosef, colui che aveva chiesto che i propri resti venissero sepolti in terra di Israele. Abbiamo anche percepito la determinazione delle figlie di Zelofchad, che si sono battute per esercitare il loro diritto ad ereditare la terra. Sembra strano che sia proprio Menashè ad avere questo atteggiamento.
Forse però non lo hanno mai chiesto, e il loro coinvolgimento è frutto di un’iniziativa di Moshè. Forse, proprio per via del loro amore per Israele, Moshè decide di coinvolgerli. Sarebbero potuti servire da modello ai “secessionisti”.
Il Netzìv suggerisce che la tribù di Menashè non aveva alcun bisogno di rimanere fuori da Israele, ma era invece indispensabile che influenzasse le due altre tribù per mezzo della Torà. Il Midrash dà invece una lettura sconvolgente di queste circostanze: la divisione della tribù di Menashè sarebbe una punizione per via del comportamento del loro progenitore, che in Egitto facilitò la tattica di Yosef nei confronti dei fratelli. Era colui che registrava i nomi di coloro che entravano in Egitto, fu colui che imprigionò Shim’on. Ironia della sorte, Menashè e Efraim sarebbero potuti essere gli unici fratelli ad andare d’accordo nel libro di Bereshit, ma la storia assunse tutt’altra piega. Yosef deve avere insistito molto educandoli sul rispetto fra fratelli, ma comportandosi in un certo modo Yosef aveva i suoi motivi, Menashè no. Anche quando un risentimento è giustificato, si deve fare grande attenzione ai messaggi educativi che i bambini riceveranno se saranno coinvolti nel conflitto. Menashè deve aver captato che ci si deve dedicare anima e corpo alla famiglia più stretta, anche a discapito di quella allargata. Non a caso ribattendo a Reuven e Gad Moshè insiste sulla fratellanza. Nella sua mente tutto Israele è costituito da fratelli. Chi si concentra solo sui propri figli, rinunciando alla famiglia allargata, non ha parte in Israele e in questo modo verrà esiliato per primo. Tutto per il proprio bestiame. Menashè assunse invece un atteggiamento ambiguo: una parte predilesse i propri beni, l’altra il sentimento di fratellanza, e questa sarà la parte della tribù che sopravviverà più a lungo.
