Esistono due regole rilevanti nell’approccio ai nostri testi. La prima afferma che se la Torah accosta due argomenti apparentemente avulsi l’uno rispetto all’altro significa che esiste un legame da ricercare fra loro (dorèsh semukhin). Nel nostro caso ci domandiamo cosa c’entrino le ceneri della Vacca Rossa adoperate per purificare coloro che erano venuti a contatto con salme con l’episodio delle acque di Merivah trattato subito dopo. La seconda regola asserisce che in un contesto non halakhico lo stesso versetto può sostenere interpretazioni diverse, entro certi limiti persino opposte senza… contraddirsi: anche qui dobbiamo capire qual è il messaggio che esce dalla mediazione fra le diverse spiegazioni.
Il versetto che ci proponiamo di commentare è l’esclamazione di Moshe e Aharon alle acque di Merivah. Gli Ebrei avevano chiesto acqua da bere e H. indica una certa roccia. Shim’u na ha-mmorim, ha-min ha-ssela’ ha-zzeh notzì lakhem mayim, “Ascoltate, o ribelli. Forse che da questa roccia trarremo per voi dell’acqua?” (Bemidbar 20,10). Per questa esternazione, afferma il Talmud (Sanhedrin 101b e Rashì ad loc.), Moshe e Aharon furono duramente puniti: furono esclusi entrambi dalla Terra d’Israele, missione di una vita, con l’addebito di non aver santificato il S.B. agli occhi del popolo (ya’an lo heemantem bi lehaqdisheni le-’eyney benè Israel, v. 12).
Due almeno sono le interpretazioni che i ns. commentatori danno del versetto. Secondo la prima (Nachmanide, R. Chananel) il versetto va letto come un’esclamazione di sfida e non come un’interrogativa retorica: “Ascoltate, ribelli. Saremo proprio noi a darvi l’acqua”. In sostanza Moshe e Aharon si vantarono della propria capacità di fornire l’acqua al posto di H. In questo modo hanno indebolito l’idea che il popolo aveva della Potenza Divina, sostituendo la forza di H. con la forza dell’Uomo. Moshe e Aharon avrebbero peccato di orgoglio.
Ma altri (R. Yossef Albo) scorgono nelle stesse parole la trasgressione diametralmente opposta. Mantenendo la lettura del versetto come un’interrogativa retorica, essi vedono nella reazione di Moshe e Aharon un’umiltà eccessiva. Forse che davvero saremo capaci di fornirvi l’acqua? Tocca a H. farlo, noi siamo troppo deboli. Anche questo avrebbe comportato una profanazione del Nome. Se H. designa esplicitamente dei leader (cosa che era stata appena ribadita dopo la ribellione di Qorach), questi non possono dichiararsi a priori inabili nel portare a termine la missione affidata loro. Ammettendo la propria incapacità non farebbero che dichiarare che la Divinità stessa non è all’altezza. E per questo motivo, in definitiva, Moshe e Aharon furono privati della loro missione. Più esattamente venne loro meno la spirito profetico, per cui non furono più in grado di parlare alla roccia come era stato loro ordinato. Dovettero ricorrere alla violenza del bastone e incorsero nella grave sanzione divina.
L’unico modo per conciliare due ipotesi contrapposte è cogliere la via di mezzo. Maimonide stesso sostiene l’etica del giusto mezzo. I difetti sono ai due estremi, in medio stat virtus. Nel nostro caso i vizi sono rispettivamente l’orgoglio e l’eccesso di umiltà. Entrambi sono distruttivi. Non è corretto collocarsi al centro dell’attenzione, ma non è più corretto togliersi di mezzo quando si hanno delle capacità e sussiste da parte di chi ci circonda una legittima aspettativa nei nostri confronti.
Nel nostro caso il problema è complicato dal fatto che in alcune fonti Maimonide considera l’antitesi orgoglio/umiltà un’eccezione alla regola del giusto mezzo e sostiene che l’umiltà vada perseguita fino all’eccesso, come insegnano i Pirqè Avot: meod meod hewey shefàl ruach, “molto, molto sii umile!” La realtà è che bisogna distinguere fra la considerazione di se stessi e il servizio reso ad altri. Nella considerazione che abbiamo di noi stessi l’approccio dev’essere di umiltà assoluta onde rifuggire da ogni forma di orgoglio. Nel mettere le nostre capacità al servizio degli altri, invece, non possiamo tirarci indietro. Chi sa di avere delle doti innate non deve vantarsene, ma neanche negare di possederle. Deve piuttosto essere pronto a dire: “H. mi ha dotato così e così”. Anche questa è prova di giusto mezzo.
Chi tuttavia vuole raddrizzare una bacchetta che si sia piegata non basta che la riporti alla posizione eretta: deve piegarla a sua volta nella direzione opposta. Allo stesso modo, chi sia consapevole di trovarsi a un estremo, per eccesso o per difetto, e vuole correggersi, dice ancora Maimonide, non è sufficiente che ricerchi subito il giusto mezzo. Per un periodo limitato di tempo deve indulgere al vizio opposto. Se è troppo spendaccione, si abitui a contenere le spese fino a rasentare l’avarizia, sebbene questa sia un vizio a sua volta, in modo che approdare al giusto mezzo sia il risultato finale. L’essenziale è che il provvedimento sia solo temporaneo, transitorio e non definitivo. Certi farmaci utili per i malati possono provocare danni se somministrati a individui sani.
E’ quanto la prescrizione delle ceneri della vacca rossa, con cui la Parashah odierna esordisce, ci vuole insegnare. Esse erano mescolate con l’acqua, a significare la compresenza degli opposti: il fuoco e l’acqua appunto (Sforno). Di esse la Torah dice che purificavano gli impuri, ma contaminavano i puri. Il trionfo sulla morte e l’esaltazione della vita che le ceneri rappresentano procedono dall’idea di ripudio degli estremi e di perseguimento del giusto mezzo rispettivamente. Tutti coloro che partecipavano alla produzione delle ceneri, dunque, diventavano impuri. Ma una volta che le ceneri erano pronte colui che le mescolava all’acqua (lett. le santificava, meqaddèsh) e colui che materialmente le spruzzava (mazzèh) conservavano la loro purità. Fuor di metafora, queste sono le funzioni dei Chakhamim. Essi guidano i trasgressori sulla via della giusta mediazione (che è una forma di Qedushah) e della purificazione (Taharah). I Chakhamim, dice la Torah, non prendono impurità, ma non per una loro virtù personale. Semplicemente perché la Torah che essi rappresentano e insegnano è pura per definizione. Lasciamoci perciò guidare dalla Torah. Non dobbiamo avere paura della Torah!
