“E parlò H. a Moshe nel deserto del Sinai nella Tenda della Radunanza il primo giorno del secondo mese (Iyar) nel secondo anno dall’Uscita dall’Egitto dicendo…”. Perché tanta precisione cronologica? Cosa c’entra l’uscita dall’Egitto con il censimento nel deserto di cui si tratta subito dopo? Nachmanide risponde che serve a sottolineare la zerizut (sollecitudine) di Moshe Rabbenu. Subito dopo la Torah ci riferisce che l’ordine impartito a Moshe nel censire il popolo fu da lui eseguito il giorno stesso. Ma il Midrash va oltre e ci dà un messaggio.
C’è un proverbio nel Talmud che afferma: minneh u-veh ibba leyzel beyh narga, che significa: “Di ciò stesso di cui è fatto il bosco, in esso entra la scure”. Il manico della scure è fatto dello stesso legno degli alberi che la scure abbatte (Sanhedrin 39b). Il Talmud spiega in questo modo perché David abbia compiuto una campagna vittoriosa contro Moav ancorché discendesse proprio da una Moabita (2Shem. 8,2). Il senso è bene espresso dal Profeta Yesha’yahu: Oy la-rashà’ ra’ ki ghemul yadaw ye’asseh lo: “guai, al malvagio viene il male, dal momento che il frutto delle sue stesse mani si ritorce contro di lui” (3,11). Nel caso del giusto è parimenti scritto: Imrù tzaddiq ki tov, ki ferì ma’aleleyhem yokhelu: “dite al giusto che avrà il bene, dal momento che mangerà il frutto delle sue opere”.
Come i malvagi agiscono al buio, così H. li punisce al buio. Il Profeta Yehezqel (26, 1-2) racconta che la notizia della distruzione di Yerushalaim il 9 Av giunse a Tiro in Fenicia solo il primo di Elul, cioé venti giorni più tardi. C’è un versetto che recitiamo abitualmente il Sabato pomeriggio: tzidqatekhà ke-harerè el, mishpatekha tehom rabbà (Tehillim 36,7). Quando si tratta di retribuire i giusti per la loro giustizia H. lo fa in modo aperto ed evidente, come le sommità dei monti. Quando si tratta di ripartire delle punizioni, H. lo fa nel buio dell’abisso, per non dare loro eccessiva pubblicità.
Le sofferenze possono avere cause molteplici. Non sono necessariamente delle punizioni, possono essere anche delle prove. Il Midrash ci vuole insegnare che non è opportuno più di tanto reiterare il ricordo delle nostre sofferenze. Dayyah le-tzarah bi-sh’atah: è sufficiente la disgrazia quando capita, senza poi doverne parlare successivamente in ogni istante una volta che viene superata. Dobbiamo invece serbare e pubblicizzare la memoria delle cose belle. Su queste dobbiamo concentrare la nostra attenzione. E’ per questo che il libro di Bemidbar comincia con un riferimento all’Uscita dall’Egitto. E’ degli avvenimenti lieti che dobbiamo tenere una memoria precisa: quelli che sono serviti a fare grande Israele. Il loro ricordo serve a rinfrancare e tenere alto il nostro spirito.
