(da un articolo di Rav Ari Kahan)
Avviandoci verso la fine del libro di Wayiqrà, varie questioni rimaste in sospeso vengono chiarite. Una retrospettiva evidenzierebbe che il discorso, avviato sul Tempio e su questioni di natura cultuale, gradualmente si sia spostato in una trattazione su tipi più generali di santità, interessandosi del cibo kashèr, delle relazioni sessuali ammesse e più in generale dei rapporti interpersonali.
Il messaggio che emerge è chiaro, la ritualità non sostituisce il dèrekh èretz.
Per creare una società santa, dobbiamo preoccuparci sia dei rituali che della sfera interpersonale: questi due ambiti devono essere armonizzati.
Nel suo sviluppo il libro di Wayiqrà mostra alcune sorprese: il discorso sui mo’adim nella parashà di Emor prende una piega inaspettata, perché non viene affrontato il tema dei sacrifici adatti per ciascuna festa, cosa che verrà fatta solo alla fine del libro di Bemidbàr. Ci si concentra invece sulla santità e sul carattere agricolo di ciascuna festività. In questo modo il passaggio alla shemittà e allo Yovèl risulta molto più naturale.
Il flusso del libro di Wayiqrà ci porta a concludere che qualsiasi discorso sulla santità non può prescindere dalla terra di Israele. Così come in una dimensione i mo’adim sono i perni della santità, così in un’altra lo è la terra di Israele.
Molto sottilmente quindi l’attenzione si sposta sulla terra di Israele, dal momento che il popolo di Israele sta per lasciare il Sinai per proseguire il proprio viaggio. Molto presto avrebbe preso possesso della terra. A questo punto diviene indispensabile ricordare che la terra appartiene a D. Le norme della shemittà e yovèl vogliono insegnarci che la nostra proprietà è condizionata e limitata.
La parashà di Bechukkotày prosegue con il ragionamento: se non ci comporteremo moralmente saremo espulsi dalla terra. Questo richiede un regime di santità. Il capitolo 26, che contiene le tokhachòt, gli avvertimenti rivolti al popolo ebraico, si chiude con un gran finale: “Ed io ricorderò a vostro favore il patto stretto con gli antichi… Queste sono le leggi e gli statuti che il Signore stabilì tra Lui stesso e i figli di Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè”.
Eppure, nonostante la perentorietà di questo discorso, il libro ha un altro capitolo, che ad una lettura superficiale può apparire deludente, che affronta questioni tecniche su voti e dedicazioni al tempio, spegnendo il nostro entusiasmo.
Ma fra i dettagli del testo una norma attira la nostra attenzione (Lv 27,9-10): “E se si tratterà di un animale di una specie di cui si può offrire sacrificio al Signore, qualunque animale offrirà al Signore sarà sacro: non lo cambierà né permuterà un animale di buona qualità con uno di cattiva qualità né viceversa; e se permuterà un animale con un altro, tanto il primo quanto quello con cui sarà permutato saranno sacri”.
Da questi versi emerge una strana teoria della conservazione della santità: quando un oggetto è consacrato, non potrà essere sostituito o scambiato. La santità, a quanto sembra, si attacca ad esso in modo permanente. Il tentativo di sostituire un oggetto avrà come esito la consacrazione di entrambi. E’ possibile portare altra santità nel mondo, ma la santità originaria non scomparirà.
Iniziamo a renderci conto che questo ultimo capitolo contiene un messaggio teologico molto profondo: il popolo ebraico potrebbe peccare, e di conseguenza venire privato del privilegio di vivere nella terra promessa, ma il popolo e la terra, una volta consacrati, lo saranno per sempre. Non possono essere sostituiti, e la possibilità di ritornare nella terra rimane sempre aperta.
L’ultimo messaggio del libro di Wayiqrà verte sui voti, sul potere della parola, maggiore di quanto avremmo potuto immaginare. Con la parola D. ha creato il mondo; la nostra parola è un riflesso dell’immagine divina. D. mantiene le proprie parole, anche se noi non saremo fedeli alle nostre. Anche se peccheremo, D. onorerà il Suo voto, ci farà tornare nella terra. Nonostante le affermazioni di altre fedi, il popolo ebraico non cesserà di essere il popolo eletto. Il libro di Wayiqrà respinge la teologia della sostituzione e si chiude con un messaggio chiaro e potente: la santità della terra di Israele e quella del popolo ebraico sono eterne.
