“E D. parlò a Moshe sul monte Sinai dicendo: Parla ai Figli d’Israel e di’ loro: quando giungerete nel paese che Io vi do la terra riposerà uno Shabbat per H.” E’ la prescrizione dell’anno sabbatico (Shemittah). Rashì si domanda: cosa c’entra la Shemittah con il Monte Sinai? Perché proprio a proposito di questa Mitzwah la Torah scrive che fu data sul monte Sinai? Rashì stesso risponde che l’anno sabbatico costituisce un esempio per tutti: come la Shemittah è stata prescritta sul Monte Sinai nelle linee generali così come nei dettagli, così tutte le altre Mitzwot sono state date sul monte Sinai nelle linee generali e nei dettagli”. Rashì si riferisce al fatto che a differenza di altre Mitzwòt che dopo essere state date sul monte Sinai sono state ripetute da Moshe quarant’anni dopo nelle piane di Moav la Shemittah non fu ripetuta e vuole rassicurarci che essa non aveva bisogno di essere ripetuta perché tutti i suoi dettagli erano stati già dati sul monte Sinai.
Ebbene ci sono altre Mitzwòt che non furono ripetute nelle piane di Moav. Perché dunque affidare proprio all’anno sabbatico il compito di insegnarci che tutte quante le Mitzwòt, ripetute o meno, derivano la loro autorità dal monte Sinai? Non c’è dubbio che Rashì vuole mettere in luce il significato particolare di questa Mitzwah sul piano concettuale. C’è chi vede in essa il simbolo della ricerca del tiqqun ha-‘olàm, della giustizia sociale e della fede in H., principi che stanno alla base di tutta quanta la Torah. L’Or ha-Chayim sottolinea piuttosto il tema della relazione stretta esistente fra la Torah e la Terra d’Israele. La Terra ci è stata data affinché vi mettessimo in pratica le Mitzwòt perché, commenta lo Sfat Emet di Gur, solo in regime di indipendenza dalle nazioni e di possesso territoriale il nostro popolo può davvero realizzare la missione che il S.B. gli ha affidato. Parole fondamentali. Pur tuttavia mi resta proprio a questo proposito un dubbio che Rashì stesso suscita. Se la Shemittah vuole affermare il nostro rapporto con la Terra per quale motivo Moshe non la ripete nelle piane di Moav proprio alla vigilia dell’ingresso dei Benè Israel in Eretz Israel, secondo il principio per cui si lancia l’insegnamento qodem ma’asseh (in sede teorica sul monte Sinai, prima che capiti l’occasione di metterlo in pratica) e bish’at ma’asseh in sede concreta quando giunge il momento di realizzarlo prendendo possesso della Terra?
Per questo ritengo che sia per lo meno plausibile interpretare il rapporto fra la Shemittah e il Monte Sinai in un modo tutto diverso, in cui la terra è un simbolo. Il monte Sinai è la sede in cui è stata data la Torah. La Torah rappresenta la nostra Chokhmah. L’intelligenza è un dono di H. A differenza di alcune doti che ci vengono date dai nostri genitori, come l’aspetto fisico, o di altre che possiamo procurarci da soli, come i meriti, l’intelligenza ci viene dall’Alto. I nostri Maestri affermano che ogni volta che un individuo viene concepito si presenta l’Angelo preposto alla gravidanza e domanda al S.B.: “cosa sarà di costui?” E il S.B. stabilisce se sarà intelligente o sciocco, forte o debole, ricco o povero. Non stabilisce a priori se sarà giusto o malvagio, perché su questo è facoltà di ciascuno determinare il proprio destino: “tutto è nelle mani del Cielo al di fuori del Timor del Cielo”… Ma l’intelligenza no: è un dono celeste.
Eppure non basta. Non è sufficiente dire: il buon D. mi ha fatto intelligente perché davvero il dono dia i suoi frutti. L’intelligenza darà i suoi frutti solo se debitamente e opportunamente coltivata: proprio come la terra. Si racconta di un ricco signore molto anziano con un figlio molto giovane. Il padre si recò nei suoi possedimenti terrieri e in un punto del campo dove nessuno abitualmente andava scavò una buca, nella quale interrò tutti i suoi averi per difenderli dai ladri. Prima di morire chiamò il figlio e gli disse: “Figlio mio, ti ho messo da parte una fortuna d’oro e d’argento. E’ nascosta sotto terra nel tal campo”. Ma non gli rivelò il punto esatto del terreno dove aveva effettuato lo scavo. Il padre volle così mettere il figlio alla prova. Voleva vedere se con la sua intelligenza e abilità si sarebbe dato da fare alla ricerca del tesoro nascosto. Se invece il figlio avesse rinunciato ecco che tanta fortuna non avrebbe contato più niente per lui ed egli non avrebbe meritato misericordia alcuna… finché fosse giunto qualcun altro magari più povero, ma proprio per questo più scaltro, a identificare il posto e a prendere per sé tutto il patrimonio. Dopo la morte del padre il figlio osservò il campo. “E’ troppo vasto –pensò fra sé e sé nella sua mente ristretta- se voglio sondarlo da palmo a palmo mi si richiede troppo tempo e fatica, dalla mattina alla sera. Lascio il tesoro dov’è, tanto so che da lì non scappa. Quelle ricchezze sono mie. Prima o poi la loro presenza mi si rivelerà e pertanto posso sempre far conto su di esse”. Il ragazzo rinunciò e si volse dall’altra parte. Non si rendeva conto che altri in quel momento erano pronti a compiere il lavoro che egli non volle assumersi. E chi avrebbe rinvenuto il tesoro se lo sarebbe goduto. Quanto al buon ragazzo, se anche si fosse recato sulla tomba del padre e avesse protestato: “dov’è la berakhah che mi hai messo da parte?” si sarebbe sentito rispondere: “E’ venuto tuo fratello con l’astuzia e si è preso la tua berakhah”. Il senso della metafora è evidente. Israele ha ricevuto la sua sapienza dal monte Sinai e ciascuno di noi ha la sua parte in essa. Nessuno però può sapere a priori in quale punto della Torah sarà la sua parte. Lo stolto rinuncia a priori, sapendo di avere comunque la sua parte da qualche parte: “qualcuno prima o poi me la rivelerà senza che io debba rinunciare al mio onore e compiere sforzo alcuno”. Quanto a costui, pur avendo la sua parte nella Torah e pur essendo stato stabilito in Cielo dalla nascita che sarebbe stato Chakham, ecco che la Chokhmah non gli arriva. Perché la Chokhmah è un dono che richiede impegno, fatica, costanza e perizia se lo si vuole mettere a frutto. Il Chakham in definitiva godrà del frutto suo e anche di quelli che avranno rinunciato alla loro Chokhmah. Non per stoltezza, ma per pigrizia. Che poi, all’atto pratico, sono la stessa cosa.
