Pesach I giorno
L’amore è un’emozione complessa, difficile da descrivere in maniera univoca, esaurendone tutte le possibili declinazioni.
Le festività ebraiche, nella loro successione, forniscono delle interessanti suggestioni sulle relazioni amorose nell’ambito umano e in quello che lega il popolo di Israele alla divinità. Questa dimensione è individuabile a sua volta nelle cinque meghillòt, lette in determinate occasioni nel calendario ebraico, negli shalòsh regalìm, a Purìm e Tish’à beAv.
La dimensione individuale è affrontata principalmente nei testi che vengono letti negli shalòsh regalìm, Pèsach, Shavu’òt, Sukkòt.
Questa dimensione è ben descritta da Rav Sacks nell’introduzione al suo machazor per gli shalòsh regalìm. Shir ha-shirìm descrive l’amore come passione. Gli amanti descritti sono giovani, non si parla di matrimonio, di figli, di responsabilità. Non mostrano preoccupazione per il domani o per gli altri. Sono ossessionati l’uno dell’altro, percepiscono l’assenza dell’altro e ne desiderano ardentemente la presenza. In una certa fase l’amore, se vuole essere profondo e duraturo, deve rispondere a queste caratteristiche.
Il libro di Rut ci proietta in un’altra dimensione, quella dell’amore come lealtà, quella di Rut nei confronti di Naomi, quella di Bo’az verso Naomi, Rut e la famiglia. Un amore benevolo, suggello del chèsed, che permette la trasformazione del lutto e dell’assenza di figli nel matrimonio e nella nascita di un figlio, un amore che riscatta il dolore e la solitudine conferendo un senso alla vita, un amore che ci fornisce una prospettiva differente, quella che ci vede come un anello all’interno della catena delle generazioni, che rende evidente il fatto che non siamo soli, e che facciamo parte di una comunità di fede che fa della continuità, non solo puramente biologica, ma anche valoriale, il presupposto per sopravvivere.
Qohèlet ci presenta un amore invecchiato e saggio. Spesso questo testo viene letto come un trattato sulla disillusione, ma il punto centrale, una volta approfonditone il significato, è quello della fugacità della vita umana, rappresentata dal termine ricorrente hèvel, che può trovare nuovo significato nella simchà, nella gioia della condivisione, dei beni materiali e del proprio tempo con la persona che si ama: Godi la vita con la donna che ami, durante i brevi giorni della tua vita vana, che (D.) ti diede sotto il sole (Ecc. 9,9). Questo è il terzo stadio, dalla passione si arriva alla responsabilità, dalla responsabilità ad una gioia esistenziale, quella di stare con chi si ama. Nel nostro mondo oltremodo confuso, ciò di cui possiamo dichiararci sicuri sono le nostre relazioni, ed in esse possiamo sperimentare la gioia.
Il messaggio fondamentale non si trova in nessuno di questi passaggi, ma in tutti insieme, le stagioni di una vita, le fasi di un rapporto trasformativo e sempre a suo modo fecondo.
Le Meghillot esplorano anche un altro tipo di relazione amorosa, quella che si svolge nell’arena della storia, fra il popolo ebraico e D.
Proprio perché esemplificativo di tale relazione, i Maestri hanno inserito un testo apparentemente problematico come Shir ha-Shirìm all’interno del canone biblico. Rambàm nelle Hilkòt Teshuvà (10,3) per descrivere il sentimento che ci dovrebbe legare a D., del quale tutto Shir ha-shirìm è allegoria, parla di “malattia d’amore”, tanto intensa da non riuscire a liberare la mente dal pensiero dell’amata. I tentativi delle nazioni della terra, paragonate alle acque impetuose, di spegnere questo amore, con la forza o la seduzione, sono destinati all’insuccesso.
Due meghillòt, Estèr ed Echà ci pongono, con esiti molto differenti, di fronte al problema dell’hestèr panìm, il nascondimento del volto divino, o nelle parole di M. Buber “l’eclissi di D.”. Elie Wiesel diceva che il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza. Ma di vera indifferenza si deve parlare? La meghillàt Ekhà ci indirizzerebbe senz’altro quantomeno verso una considerazione del genere, ma è possibile vedere le cose diversamente. Nel primo verso della meghillà Yerushalayim viene paragonata ad una vedova, ma, spiega Rashì, non è esattamente così, è piuttosto simile a una donna il cui marito è in un paese lontano e tornerà da lei. Una riflessione sulla meghillàt Estèr permette di arricchire il quadro. I chakhamìm, come è noto,in massèkhet Chullìn (139b) “trovano” Ester in un pasùq controverso della Torà che ha come oggetto l’hestèr panìm, le cui conseguenze sono rappresentate da terribili disgrazie. In tale contesto, la punizione più grande forse consiste nel ritrarsi della Presenza Divina e nell’interruzione della provvidenza che normalmente viene destinata al popolo ebraico. Vari commentatori interpretano il legame con Ester negli aspetti più tristi della meghillà, quando l’hestèr panìm è maggiormente tangibile. Il Gaòn di Vilna (commento ad Est. 1,2) fornisce una prospettiva diversa: l’hestèr panìm mostra come anche in quella condizione possano avvenire dei miracoli, come anche nella disperazione più buia possa esservi una speranza.
