(da un articolo di Rav Ari Kahn)
La parashà di Tazrìa si apre con una serie di norme relative al parto. Dopo aver partorito, la donna sarà impura per sette giorni, come la niddà, la donna mestruata. All’ottavo giorno, nel caso della nascita di un maschio, verrà eseguita la milà.
La Torà, dopo aver descritto le norme della kasherut, prosegue a parlarci di purità e impurità, ma il paragone con la niddà, concetto che la Torà non ha ancora introdotto, è spiazzante. Perché paragonare la partoriente alla donna mestruata?
Una seconda difficoltà risiede nella natura dell’offerta che la donna deve presentare, una ‘olah, un olocausto, e un sacrificio espiatorio. Passi l’olocausto, ma perché la donna deve portare un sacrificio espiatorio? Quale peccato ha commesso?
Secondo il Talmud il dolore del parto può essere molto grande, e può condurre la donna a giurare di non avere più rapporti intimi con il marito.
Il Ba’al ha-turim prende un’altra strada: i sette giorni di impurità della donna che ha partorito, che vengono paragonati a quelli della niddà, sono assimilabili ai sette giorni di lutto.
Questa idea, che trova origine nello Zohar, è comprensibile per la donna mestruata. Il lutto è la risposta umana alla morte, e il lutto è separazione dalla società. Il sangue mestruale in fondo è una vita che non è venuta al mondo. L’ebraismo, con il suo attaccamento alla vita, ci spinge a rispondere anche alla perdita di una vita potenziale.
Ma perché introdurre questo concetto anche per una nascita effettiva? Una possibile risposta alla difficoltà potrebbe arrivare dal commento di Rashì al primo verso della parashà: come la creazione dell’uomo viene dopo quella di tutti gli animali nella parashà di Bereshìt, qui, nel libro di Waiqrà, le leggi sull’uomo seguono quelle sugli animali. Il numero sette, che accomuna la partoriente e la donna mestruata, può indicare una relazione con i sette giorni della creazione.
Il sesto giorno, dopo la creazione degli animali, viene creato l’uomo. Tutti sappiamo come finisce questa storia. Adam e Chawwà ricevono un comandamento che non riescono a rispettare e vengono puniti. Adam e Chawwà diverranno mortali. La donna genererà figli nel dolore. Se non fosse stato per via di quella colpa, il parto sarebbe stato indolore e una conseguenza quasi automatica dell’intimità. In un mondo perfetto non c’è dolore, non c’è lutto. Ogni parto rimanda al peccato e alla punizione. Il nostro mondo è segnato dalla mortalità, e dobbiamo renderci conto del fatto che anche il bambino appena nato è destinato a morire. In questo modo possiamo anche comprendere perché per la nascita di una bambina il periodo sia raddoppiato, in quanto non solo vittima della mortalità, ma anche, per così dire, veicolo di essa.
All’ottavo giorno troviamo la milà. Il numero otto rappresenta ciò che è aldilà del fisico, oltre i sette giorni della natura, in un perfezionamento che innalza l’umanità. Qui la Torà ci mostra come spezzare la catena della mortalità.
Al termine dei sette “giorni bianchi” la donna si immerge nel miqwè, che è chiamato mayim chayìm, acqua della vita.
Il conteggio dei sette giorni viene paragonato dallo Zòhar al conteggio delle sette settimane dell’omer, che collegano Pèsach e Shavu’òt, e liberano il popolo ebraico dall’impurità accumulata in Egitto.
L’immersione nel miqwè e il dono della Torà portano nuova vita. La Torà stessa è paragonata all’albero della vita e all’acqua.
L’adesione alla Torà permette all’uomo di rimanere in contatto con D. Quando tutto il mondo accetterà D., la morte diverrà una cosa del passato, come dice il profeta Isaia (Is 25,8): “Farà per sempre sparire la morte, il Signore D. tergerà da ogni volto le lacrime”.
