(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Tutto era pronto per iniziare ad usare il Mishkàn, doveva essere un giorno glorioso. Sarebbe stato un giorno di perdono per tutti, in modo particolare per Aharòn, ma qualcosa andò storto. Nadàv e Avihù, i figli di Aharòn, portarono un fuoco estraneo. L’estasi si tramutò in lacrime, il perdono in una punizione amara. Mentre l’effetto delle loro azioni è sin troppo chiaro, il senso o la causa della loro scomparsa meno.
La Torà non fornisce una spiegazione netta dei fatti. L’interpretazione rabbinica abbonda di possibili scenari, tanti peccati diversi che si celano dietro questa punizione. Tecnicamente sappiamo che portarono un’offerta non richiesta.
Il Midràsh da parte sua fa di tutto per limitare la portata della colpa (Bemidbàr Rabbà 2,24): la Torà ricorda la loro molte e la loro colpa ben quattro volte per farci sapere che non avevano altre colpe, eccetto questa. La morte di Nadàv e Avihù è dura non solo per Aharòn, ma anche per D. stesso. La Torà ribadisce che sono morti lifnè H., davanti a D. Il Mè shiloàch crede che la loro morte sia derivata da un eccesso di amore per D., un desiderio incontrollato di intimità. Rabbì Nachman crede che si siano fatti prendere dalla santità del momento; volevano essere consumati dal divino, anche se il prezzo fosse stato la morte.
Questa lettura ricorda quella che Rashì dà della morte di Ben Azzày, uno dei quattro maestri che entrarono nel Pardès, il quale “guardò e morì”. Spiega Rashì che Ben Azzày rivolse lo sguardo verso la Shekhinnà, e la sua morte costituì una difficoltà per D., perché morì giovane, e nonostante ciò non era possibile che non morisse, perché (Es 33) “nessuno può vedermi e vivere”. L’attrazione della divinità è troppo forte, non è possibile vivere questa esperienza e tornare alla vita normale.
Lo stesso Moshè, in seguito al peccato del vitello d’oro, aveva avuto la stessa tentazione, ma D. gli aveva spiegato che non era possibile. Vorrebbe avere un incontro faccia a faccia con il divino, ma l’umano non può relazionarsi a ciò che è totalmente e solamente spirituale, perché ne risulterebbe annichilito. Moshè scopre che esistono delle barriere che non possono essere sorpassate. Nadàv, Avihù e Ben Azzày rifiutano questo fatto, vogliono andare avanti.
In realtà già in occasione della rivelazione sul Sinài fecero altrettanto, ma furono risparmiati.
Perché erano così audaci? La loro biografia può contenere delle risposte. Non serve spiegare quale fosse la loro ascendenza paterna, ma quella materna non era da meno. Erano figli di Elisheva bat Aminadav, sorella di Nachshon, celebrato per il suo coraggio, dal momento che tradizionalmente fu colui che per primo, quando tutti esitavano per la paura, si gettò nel mar Rosso. Per questo fu premiato portando per primo l’offerta dei capitribù in occasione dell’inaugurazione dell’altare.
I suoi nipoti, Nadàv e Avihù, si mostrarono non meno audaci. Sfidano i propri limiti umani e non possono non soccombere.
Per i lettori però quanto avviene loro sembra essere ingiusto. In fondo volevano solo essere di fronte a D., cogliere il mistero. Ma avrebbero dovuto imparare da Moshè, se il più grande dei profeti si è arginato, accettando i propri limiti umani, avrebbero dovuto fare altrettanto. L’uomo non può vedere il volto di D., ma solo la Sua schiena.
La tradizione ha inteso questo brano riferendolo a profonde verità di fede. Secondo il Talmud, Moshè voleva una risposta al problema della teodicea, una risposta alla domanda sulla sofferenza dei giusti. La risposta richiederebbe una prescienza e un’onniscienza che nessun uomo, neppure Moshè, potrebbe avere. Il volto, la comprensione delle vicende umane nella loro totalità, rimane preclusa all’uomo. Tuttalpiù possiamo vedere il dietro, possiamo vedere nella storia umana gli attributi divini. Nel trattato di Berakhòt (7a) è detto che Moshè vide il nodo dei tefillìn di D. Questa immagine fantasiosa intende fornirci una lezione profonda. I tefillin sono indossati sulla fronte, sopra l’attaccatura dei capelli, ma ci sono due cinghie sul petto, una a destra e una a sinistra. Un osservatore distratto potrebbe pensare che la destra, identificata con la misericordia, e la sinistra, il giudizio, siano indipendenti. Vedere il volto di D. non farebbe che rafforzare questa impressione. Vedere il nodo posteriore ci fa comprendere che misericordia e rigore hanno una stessa radice. Spesso non riusciamo a comprendere la nostra storia, personale o nazionale, perché non possiamo comprendere il volto di D. Il nodo dei tefillin divini ci ricordano che gli attributi divini sono un tutto unitario, e tutta la storia umana è guidata dalla Sua saggezza.
