Rav Moshe Kurt ben Daniel Arndt z.l. (31.03.19 – 24 adar II 5779)
Alberto Cavaglion
A trentacinque anni dalla scomparsa due suoi allievi, Alberto Somekh e Chaim Magrizos, hanno voluto commemorare Moshe Kurt Arndt e mi hanno invitato a recare questa breve testimonianza. Sono molto grato per l’opportunità che mi viene data di onorare la memoria del Maestro. Nei primi anni Ottanta ho avuto modo di avvicinarlo e di ammirarne il valore. Senza essere stato direttamente suo allievo – ciò che mi pone in una posizione appartata, forse più adatta – posso dire di averlo conosciuto e frequentato a lungo, avendo fra l’altro vissuto quasi per un intero inverno nella casa di corso Sommellier a Torino, dove abitava. Poiché amava molto la montagna mi capitò spesso in quei mesi di accompagnarlo in escursioni alpine e di avere così la possibilità di apprendere molto dalla sua viva e inconfondibile voce, da quel suo sguardo attraverso le lenti spessissime che rendevano i suoi occhi sporgenti forse per un leggero Basedow molto simili a quelli di Vittorio Foa.
Quel poco che so di ebraismo lo devo a quelle passeggiate, a quei viaggi in treno con quella radiolina sempre accesa sul terzo canale, a quel suo modo frugale di vivere, fuori dalle logiche del tempo e del profitto. Ogni tanto spariva per rincorrere la tourneé di qualche compagnia musicale o di teatro. Tutt’altro che conservatore, fu ad esempio precoce la sua ammirazione per il genio di Maurice Bèjart e della danza contemporanea.
Mi rammarico che di lui si sappia così poco, la voce del dizionario biografico on line sui Rabbini d’Italia è scarna e incompleta. Del periodo che precede il suo arrivo in Italia, dalla Germania passando attraverso il Canada nulla si conosce e mi dispiace davvero tanto di non averlo a suo tempo sollecitato a parlare di più di sé stesso. Per rubare il titolo al classico lavoro di Klaus Voigt va detto che rav Arndt trovò in Italia il suo “rifugio precario”, ma così tanto si affezionò all’Italia, Roma prima di Torino, che rese definitivo quel suo rifugio.
Il problema è che rav Arndt, come ogni vero Maestro, non indulgeva a parlare di sé e del resto è chiaro a tutti i suoi allievi come il suo insegnamento fosse tutto concentrato nel rapporto umano con i discepoli. Cosa rarissima fra gli intellettuali del Novecento, anche fra i Rabbini. Non credeva utile lasciare opere scritte. E così non scrisse mai un rigo. Ed è questo dato di oralità della sua lezione – eminentemente intesa come “dialogo a due” –, che innanzitutto dovremmo oggi sottolineare e valorizzare.
Ma c’è altro da aggiungere. L’Italia al pari di altri intellettuali ebrei tedeschi fuggiti dal nazismo era stato sì il “rifugio precario” che divenne definitivo, ma in cambio l’Italia, anche l’Italia ebraica, non è stata per nulla generosa con lui. Viveva appartato, insegnava ascoltando musica, modalità diversa da quella che praticano molti pseudo-maestri di oggi che insegnano e rispondono al cellulare. Rav Arndt sapeva fare benissimo due cose insieme e la sua non era una bizzarria ma un gesto coerente con il suo sistema di pensiero.
Adorava un’opera di Bizet, surclassata purtroppo dalla fama di “Carmen”. “Il pescatore di perle”. Era la sua opera preferita, la conosceva a memoria e su quelle arie sapeva fare osservazioni da grande e raffinato musicologo. Non era nemmeno insensibile al richiamo del melodramma e in chiave di musica italiana, prima che come ebreo perseguitato dal nazismo, detestava con coerenza Wagner.
Inseguiva il Bello. Da buon tedesco, educato alla scuola hegeliana, pensava che la musica (la danza, in specie) fosse con la filosofia e la religione la forma per eccellenza dell’Assoluto. Commentare un passo biblico in stereofonia con Mahler o Weber era la logica premessa di un pensiero messo in pratica. Per la mia generazione, che ha conosciuto molti cattivi maestri, Rav Arndt era la dimostrazione vivente di come il dialogo con Dio non fosse diverso dal dialogo con la musica classica o con l’arte figurativa. Minore attrazione esercitava il cinema.
Quando improvvisamente morì scrissi un breve necrologio: fra i primi articoli che ho scritto, uno dei pochi di cui vado fiero (“Boll. Comunità Ebraica di Milano”, marzo 1984, p. 6). Salvo errore – a tanti anni di distanza – è ancora l’unico testo disponibile su di lui. Il rimpianto di non averlo interrogato di più sulla sua “infanzia berlinese” rimane forte, ma altrettanto forte è il dovere oggi che abbiamo di uscire dall’imbarazzo e affrontare in modo esplicito, senza esitazioni o falsi pudori, il tema della sua omosessualità, che è stata la ragione prima della sua emarginazione. Gli occhi ricordavano quelli di Vittorio Foa, ma Rav Arndt assomigliava al grande storico tedesco George Mosse. Tuttavia il confronto fra i due si ferma qui, alla somiglianza fisica e alla profondità del loro pensiero. Diverso l’itinerario biografico e le fortune. Diverso sarebbe stato il destino di Rav Arndt se gli fosse stata data in sorte la possibilità di svolgere il suo insegnamento in un ambiente meno conformista e più aperto a comprendere la sua diversità.
