All’inizio della Parashà, Moshé Rabbenu si rivolge ad Hashem supplicandolo e pregandolo per 515 volte — valore numerico della parola Va’etchanan. Il Rambam spiega che, originariamente, l’obbligo della Tefillah non prevedeva formule rigide né orari stabiliti: ognuno si rivolgeva al Creatore secondo le proprie capacità, estendendo o abbreviando la supplica in base alla sensibilità del proprio cuore. Questa forma intima di dialogo è probabilmente la radice della Hitbodedut, l’isolamento contemplativo insegnato dalla Chassidut in cui la persona esprime apertamente il proprio vissuto interiore ad Hashem.
Eppure, poco dopo, la Torà stabilisce nel primo brano dello Shema: “Ascolta, Israele…” e solo successivamente “Amerai il Signore tuo Dio…”. Si crea una tensione apparente: la crescita spirituale parte dall’espressione di sé o dal fare silenzio per ascoltare? In realtà, la liturgia chiarisce questo paradosso introducendo la benedizione prima dello Shema, che culmina con la formula “HaBocher be’ammo Yisrael be’ahavah” -Colui che sceglie il Suo popolo con amore per shachrit e “Ohev et ammo Israel” -Colui che Ama il popolo d’Israel per Arvit. L’Amore Divino precede e avvolge ogni nostra azione. L’ascolto non è una sottomissione passiva, ma la scoperta di un Amore che già ci circonda, permettendo al nostro dialogo personale di non trasformarsi in un soliloquio egocentrico: di fatto non si può amare veramente qualcuno se non si è disposti ad ascoltarlo. Di fronte alla supplica di Moshé, Hashem risponde: “Rav lach” — “Basta per te / C’è molto per te”. Quando l’anima è consapevole che l’Amore Divino precede ogni cosa, il diniego non viene percepito come un rifiuto punitivo, ma come un atto di immensa cura. La reazione della persona di fronte al limite che gli viene imposto da Hashem ne svela la maturità interiore: chi proietta le proprie ombre vede nel “No” una condanna, proprio come gli esploratori che proiettarono la propria fragilità sulla Terra d’Israele. Chi possiede pienezza spirituale risponde come Giobbe: “Hashem ha dato, Hashem ha tolto, sia benedetto il Nome di Hashem”. Il significato profondo di questo “No” e della risposta “Rav lach” si svela nel luogo di sepoltura di Moshé.
La Torà attesta che Moshé fu sepolto nella valle, “di fronte a Beth-Peor”. Il Talmud e la tradizione mistica spiegano la ragione di questa collocazione: il peccato di Baal Peor creò un’accusa spirituale pendente su Israele. Ogni giorno, quando il potere accusatore sorge per rivendicare le colpe del popolo, vede la sepoltura di Moshé e si ritira terrorizzato (Sotah 14a). Rabbi Nachman di Breslov rivela che Moshé non ha cessato di essere il pastore fedele: anche nella sua morte, posizionato di fronte al luogo del peccato, Moshé rimane il difensore eterno che protegge Israele dalle accuse e trasforma il rigore in misericordia. Il suo apparente arresto alle porte della Terra Promessa diviene così la garanzia di protezione per le generazioni future. Questa dinamica si lega direttamente allo Shabbat Nachamu, il primo Shabbat di consolazione dopo Tisha BeAv, aperto dal proclama del profeta: “Consolate, consolate il Mio popolo”. La vera consolazione (Nechama) nasce quando la persona comprende che anche i momenti di chiusura e di apparente sconfitta contengono una benedizione celata. Accettando il limite con fiducia, le forze grezze e le cadute del passato vengono ricanalizzate e santificate, trasformando la sofferenza in una costruzione spirituale più alta e indistruttibile. La tradizione dei nostri Saggi insegna che proprio il 9 di Av, il giorno della più profonda distruzione, nasce il Mashiach, il redentore d’Israele. Questa straordinaria rivelazione dimostra che nella visione divina la cura precede sempre la ferita (Megillah 13b). Dietro ogni evento traumatico, dietro ogni “No” che sembra infrangere i nostri desideri o dietro le macerie del dolore, Hashem ha già collocato il seme della guarigione e della salvezza. Ciò che all’occhio umano appare come un’interruzione, per l’anima è l’inizio della Redenzione. Come si legge profeticamente nel consolante messaggio di questa settimana: “Consolate, consolate il Mio popolo… la sua colpa è stata scontata” (Yeshayahu 40:1-2).
Shabbat Shalom
