In ogni sistema legale si riconoscono due fonti alla base delle prescrizioni. Vi sono le norme dettate dalla legge e le consuetudini introdotte in forza dell’uso convenzionale. Nelle parole di un giurista contemporaneo “la consuetudine sta alla società come come la legge sta allo stato. Ciascuna forma è espressione e realizzazione, per quanto ciò è possibile all’essere umano, dei principi di diritto e giustizia. La legge incorpora questi principi in quanto essi costituiscono un impegno per la comunità nell’esercizio del suo potere sovrano. La consuetudine, invece, li incorpora come accettati e approvati non dal potere dello stato, ma dalla pubblica opinione della società in senso lato”.
Nella Halakhah i due concetti corrispondono a grandi linee ai termini din e minhag rispettivamente. Ma con una notevole particolarità. Il din (“norma” o “legge” propriamente detta) ha a sua volta due possibili provenienze che lo consacrano in quanto tale. Vi è la norma stabilita da H. e rivelata per lo più attraverso la Torah (din min ha-Torah o mi-deoraytà in aramaico). Non è nostro compito qui stabilire i criteri mediante i quali è assegnata a una certa prescrizione origine Divina o “biblica”. Ci basti dire che il suo valore è assoluto: solo il pericolo di vita (piqquach nefesh) può giustificarne l’infrazione e in caso di dubbio si segue sempre la linea più rigorosa. Vi sono inoltre prescrizioni stabilite dai Maestri della Mishnah e del Talmud (din de-rabbanan). Essi le hanno istituite derivando la propria autorità dalla Torah stessa (Devarim 17, 8 segg.; Shabbat 23a), per lo più per realizzare due scopi a seconda dei casi: 1) “cautelare” e rinforzare l’osservanza delle norme di derivazione biblica a scanso di infrazione (“fate una siepe intorno alla Torah”: Avot 1, 1); 2) commemorare eventi della storia biblica e post-biblica: in particolare le vicende del Bet ha-Miqdash di Yerushalaim (Zekher la-Miqdash: Rosh ha-Shanah 30a, Sukkah 41a). L’osservanza del din de-rabbanan conosce un numero di eccezioni e facilitazioni maggiore (p. es. in caso di dubbio si segue la via più accomodante), ma è comunque vincolante.
Quanto al minhag, non tutte le consuetudini assumono valore di legge. Anche questo tema richiederebbe ben più ampio spazio. In linea di principio sono accettati come minhag solo quei comportamenti che hanno l’avallo di Maestri importanti, sebbene la loro origine possa essere post-talmudica. Per questo motivo il minhag è sottoposto a facilitazioni ancora maggiori. Riassumendo fin qui, tre sono le fonti possibili delle Halakhot: 1) din de-oraytà; 2) din de-rabbanan; 3) minhag.
Tish’ah be-Av (TbA) è per sua natura una ricorrenza post-biblica in memoria del Bet ha-Miqdash distrutto e dunque non presenta dinim de-oraytà: in essa troviamo solo dinim de-rabbanan e minhaghim. Peraltro, i Maestri che l’hanno istituita hanno modellato i suoi dinim sulla Torah (Rabbanan ke-’eyn de-Oraytà Taqqùn), traendo ispirazione dall’unico digiuno periodico de-oraytà, ovvero Yom Kippur. Su questa affinità essi si sono basati per estendere a TbA le “cinque afflizioni” previste secondo la Torah per Yom Kippur (Ta’anit 30a; cfr. Mishnah Yomà 8, 1):
1) il divieto di mangiare e bere. Mentre durante Yom Kippur questo divieto ha valenza de-oraytà e dunque può essere accantonato solo in caso di pericolo di vita, essendo TbA mi-de-rabbanan è lecito mangiare e bere anche a chi sia ammalato senza trovarsi in pericolo. D’altro lato rispetto agli altri digiuni “minori”, che noi osserviamo oggi solo in forza del minhag, il digiuno di TbA presenta un aspetto di rigore: anche le donne incinte e le puerpere che allattano sono in linea di principio obbligate a digiunare.
2) il divieto di lavarsi. È proibito persino immergere un dito nell’acqua: l’obbligo della Netilat Yadayim mattutina si osserva bagnando le punte delle dita appena. Al divieto si legano anche altri comportamenti legati alla persona, come radersi, lavare i panni e indossare vestiti di bucato, che sono in vigore almeno dall’inizio della settimana (Mishnah Ta’anit 5, 7). È tuttavia permesso lavarsi se ci si è sporcati o ove sussistano ragioni di salute.
3) il divieto di ungersi e adoperare cosmetici, a meno che non sussistano ragioni di salute che richiedano p. es. di medicare un graffio o una ferita. L’uso di deodoranti è consentito a Tish’ah be-Av (Rav Neventzal).
4) il divieto di calzare scarpe di cuoio. È invece lecito adoperare il cuoio in altri capi di vestiario (p. es. nella cintura).
5) il divieto di avere rapporti coniugali. È opportuno dormire in letti separati.
A essi i Maestri hanno aggiunto il divieto di studiare Torah, con la sola eccezione di alcuni passi tristi, come le profezie di Yirmeyahu che annunciavano la distruzione (Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 554, 1) e il divieto di salutarsi (Shulchan ‘Arukh 554, 20).
Rientrando nei dinim, tutte le norme di cui sopra sono in vigore fino a sera, per 25 ore come a Yom Kippur. Con una sola piccola differenza che riguarda l’orario di uscita del digiuno. Essendo TbA un’istituzione rabbinica (din de-rabbanan), siamo più facilitanti nel calcolare l’uscita delle stelle: pertanto il digiuno finisce alcuni minuti prima dell’orario indicato per Motzaè Shabbat in questo periodo dell’anno.
Nella sfera del minhag rientrano altri comportamenti legati essenzialmente all’atmosfera di lutto. Questi si usa sospendere a mezzogiorno: il divieto di lavorare (per chi ha necessità) e sedersi su una sedia. Anche la Mitzwah di indossare i Tefillin viene rinviata alla preghiera di Minchah. Perché nel pomeriggio di TbA il lutto si attenua, almeno nelle pratiche riconducibili al minhag?
1) Nel lutto “una parte della giornata vale come per il tutto” (Miqtzat ha-Yom ke-Khullò). Si cerca di alleviare il lutto. Anche nei “sette giorni” che si osservano dopo la sepoltura di un congiunto, il lutto non termina mai al tramonto dell’ultimo giorno, ma alcune ore prima nel corso della giornata.
2) L’incendio del Bet ha-Miqdash fu appiccato nelle ultime ore del 9 Av e durò fino al tramonto del 10 (Shulchan ‘Arukh, O. Ch. 558, 1). Non potendo imporre il digiuno per due giorni, i Maestri hanno ritenuto che l’inizio della sciagura sia stato il momento più toccante da ricordare e l’hanno stabilito per il 9. Finché non scoppiò l’incendio, i nostri correligionari temevano che D. se la sarebbe presa con le persone e li avrebbe uccisi tutti. Poi si convinsero che “legni e pietre” venivano distrutti in loro vece e questo fu, paradossalmente, motivo di consolazione (Remà a O. Ch. 557, 1, Mishnah Berurah a O. Ch. 555, n. 3).
3) Il Talmud (Yomà 9b) riporta che il Secondo Tempio fu distrutto a causa dell’odio gratuito reciproco. I primi 9 giorni del mese di Av comprendono complessivamente 216 ore. Se a esse sottraiamo le ultime 4, dall’ora di Minchah in poi, ne rimangono 212, pari al valore numerico della parola ריב, “contesa” (Ben Ish Chay, anno I, P. Devarim, Introd.).
4) Allorché Costantino proclamò che il cristianesimo sarebbe diventata la religione ufficiale dell’Impero Romano, di fatto estromise gli Ebrei da Yerushalaim, consentendo loro di visitare le rovine del Bet ha-Miqdash distrutto un solo giorno all’anno: TbA. Avrebbero così avuto modo di ripensare ai loro trascorsi, rivedersi e convertirsi. Fu allora che i Maestri risposero elaborando il Midrash secondo il quale TbA è il giorno in cui nasce il Mashiach. Motivo sufficiente per sospendere i minhaghim di lutto a metà giornata: quando si tocca il fondo, non c’è che risalire (Meqor Chayim; su din e minhag per TbA cfr. Bayit Chadash a Tur Orach Chayim 559, s. v. Seder).
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
