וְהוֹרַשְׁתֶּם אֶת הָאָרֶץ וִישַׁבְתֶּם בָּהּ כִּי לָכֶם נָתַתִּי אֶת הָאָרֶץ לָרֶשֶׁת אֹתָהּ.
Bemidbar 33, 53: Libererete (lett. scaccerete) la terra (dai suoi abitanti) e la abiterete, poiché a voi ho assegnato la terra affinché la possediate.
Quasi tutti i commentatori a partire da Rashì intendono il versetto come un periodo ipotetico: “solo se libererete la terra di Israel dai suoi attuali abitanti potrete risiedere in essa; altrimenti non vi sarà possibile”. Analogamente Sforno: “quando avrete eliminato gli abitanti della terra, solo allora meriterete di passarla in eredità ai vostri figli. Se non li eliminerete, per quanto avrete nel frattempo conquistato la terra, non riuscirete a consegnarla in possesso ai vostri figli”. R. Bachyè: “Solo dopo aver scacciato gli abitanti dalla terra vi potrete risiedere: altrimenti non avrete durata in essa”. Il senso di questi commenti è chiaro: la vostra residenza in Eretz Israel dipende dall’espulsione dei Sette Popoli della Cananea. Nel versetto precedente è spiegato che essi in quanto idolatri costituiscono per Israel una minaccia soprattutto sotto il profilo spirituale. Nulla di meno e nulla di più.
L’esegesi di Nachmanide si differenzia nettamente. “Secondo me – scrive – il versetto contiene un precetto positivo. Esso ci comanda di risiedere in Terra di Israel e di prenderne possesso: i Figli di Israel non possono rifiutarla, perché Egli l’ha data loro. E se venisse loro in mente di andare a conquistare la terra di Shin’ar (Babilonia) o di Assiria e simili e di insediarvisi, trasgredirebbero al Precetto Divino”. Secondo Nachmanide il versetto contiene la fonte di quello che va considerato a tutti gli effetti una delle 613 Mitzwot della Torah: risiedere in Eretz Israel. Nello stesso tempo ci ammonisce a non aspirare alla conquista di altri territori, fossero anche appetibili e attraenti sul piano materiale come la Mesopotamia: questi sono al di fuori della Mitzwah. Nachmanide continua dimostrando la validità del suo assunto citando alcune halakhot codificate, come quella che considera “ribelle” la moglie se rifiuta di seguire il marito in Eretz Israel e viceversa. Quante volte troviamo nella Torah l’invito: “Venite e prendete possesso della terra” (Devarim 1, 8)? Tutte riprove del fatto – conclude Nachmanide – che, in contrasto con quanto ha scritto Rashì, “ciò che abbiamo spiegato è l’essenziale”.
Il Or ha-Chayim sintetizza la controversia sul piano esegetico. “Rashì ritiene che il precetto sia limitato all’espulsione degli altri popoli, mentre la residenza è solo una promessa come conseguenza. Nachmanide, invece, spiega che il precetto è proprio la residenza”. Su questa base i Maestri della Mishnah si sono avvalsi per affermare che “tutti hanno l’autorità di obbligare i propri famigliari a seguirli in Eretz Israel” (Ketubbot 13, 11) persino, chiosa il Talmud, se si trattasse di passare da una casa più bella a una meno, o da una città della Diaspora abitata in maggioranza da ebrei a una città di Eretz Israel i cui residenti sono prevalentemente non ebrei (110a).
Dal canto suo, l’Or ha-Chayim dichiara di preferire l’esegesi di Rashì. Se avesse ragione Nachmanide, argomenta, il nostro versetto avrebbe chiuso con le parole: “poiché a voi ho assegnato la terra affinché vi risiediate” anziché “la possediate”. Verosimilmente alla base del confronto d’opinione vi è un’ambiguità linguistica sul senso della radice y.r.sh. adoperata nel versetto. Essa può significare “scacciare”, ma anche “ereditare, prender possesso” e alla quinta coniugazione causativa “passare in eredità” ai figli. Un’eco di ciò si avverte nel commento di Sforno già citato. Nachmanide rileva che il versetto non dice “scaccerete i popoli dalla terra” (min ha-aretz: cfr. v. 52): dal momento che “la terra” è qui propriamente complemento oggetto, non può che prestarsi l’altra traduzione “erediterete la terra”.
L’opinione di Rashì sulla halakhah in questione non è chiara. Commentando alcuni passi del Talmud, peraltro, appare evidente che nel principio anch’egli assevera l’esistenza di una Mitzwat Yishuv ha-Aretz. In Ghittin 8b, per esempio, si concede che al fine di facilitare l’acquisto di terreni in Eretz Israel se l’occasione si verifica di Shabbat si chieda al non ebreo di scrivere il contratto, cosa normalmente proibita: lo Yishuv ha-Aretz, almeno in questo caso, ha la forza di mettere da parte un divieto rabbinico. Rashì spiega che la Mitzwah consiste nell’ “allontanare gli idolatri e favorire la residenza ebraica” e la considera implicitamente valida anche oggi. Ciò commentando il Talmud. È possibile che invece nel commento alla Torah egli abbia di proposito preferito un approccio più prudente sull’argomento.
Nachmanide chiarisce ulteriormente la propria posizione nelle sue Hassagot (“Obiezioni”) al Sefer ha-Mitzwot scritto da Maimonide come introduzione succinta alle 613 Mitzwot della Torah. Maimonide non comprende lo Yishuv ha-Aretz fra queste: Nachmanide si dilunga in prove testuali per dimostrare che va invece inclusa. “Non si pensi – aggiunge – che la Torah obblighi per forza a eliminare i Sette Popoli della Cananea. La loro distruzione (cfr. Devarim 20, 17) è prescritta infatti solo se scelgono la guerra; se invece essi optano per venire a patti con noi, a certe condizioni possiamo accettarli (qualora si impegnino a osservare i Sette Precetti dei figli di Noach, ad asservirsi e a versare un tributo: comm. Devarim 20, 10[1]), mentre la terra mai e poi mai nel corso delle generazioni può essere lasciata nelle mani loro o di chi per essi. E anche una volta eliminati quei popoli, qualora le nostre tribù dovessero decidere di abbandonare il paese per conquistare Shin’ar o l’Assiria non avrebbero il permesso di farlo. Se il re David si è comportato diversamente è stata una sua iniziativa personale in contrasto con la Torah. Il possesso di Eretz Israel, invece, è una Mitzwah per tutte le generazioni”.
Molti Decisori contemporanei invocano di fatto Maimonide per negare l’esistenza di una Mitzwah simile. Essi ritengono, in contrasto con Nachmanide, che essa fosse valida solo all’epoca di Moshe, Yehoshua’ e David finché è esistito il Primo Tempio. In effetti Maimonide ritiene che con l’esilio babilonese la Qedushah più antica (Qedushah Rishonah) della terra, originata ai tempi della conquista da parte di Yehoshua’ successore di Moshe, sia stata definitivamente revocata. Neanche il ritorno dall’esilio a opera di ‘Ezrà e la ricostruzione del Secondo Tempio avrebbero avuto forza analoga, dal momento che non è mai più ritornata un’indipendenza completa. Per questo motivo Maimonide si sarebbe astenuto dall’includere lo Yishuv ha-Aretz fra le 613 Mitzwot della Torah.
È possibile che la “reconquista” da parte di ‘Ezrà non abbia alcun valore? Eppure essa si è realizzata con l’avallo di Ciro re di Persia: proprio per essere avvenuta pacificamente (chazaqah) anziché manu militari (kibbush) i suoi effetti durano in eterno! C’è pertanto chi sostiene che anche per Maimonide lo Yishuv ha-Aretz è un obbligo, ma non lo enumera fra le Mitzwot perché considera la residenza conseguenza logica della conquista, o ritiene che si tratti di un precetto rabbinico. Shimshon R. Hirsch (Horeb, par. 306) ha un approccio interessante. “Mentre è vero che Sennacherib e Nabuccodonosor hanno distrutto il regime creato a suo tempo da Yehoshua’ in Eretz Israel, dal momento che l’indipendenza politica è stata da essi soppressa nella sua forma esteriore, è però vero che più tardi Tito non è riuscito a distruggere l’opera di ‘Ezrà. Quest’ultimo, infatti, non aveva restaurato un’indipendenza nazionale. Il ritorno in Eretz Israel all’epoca del Secondo Tempio è stato solo una rioccupazione in vista della Diaspora successiva, assai più lunga. Attraverso questa esperienza preparatoria una riunione permanente in futuro sarebbe stata loro garantita. Insomma, non soltanto un legame spirituale rimaneva ai Figli di Israel nuovamente dispersi, ma anche un punto centripeto visibile in quel suolo che ancora una volta sarebbe diventata la Terra Promessa”. In sintesi se Yehoshua’ aveva gettato le basi dell’indipendenza politica e questa è terminata nel frattempo ad opera dei Babilonesi, ‘Ezrà ha invece fondato l’indipendenza spirituale del popolo ebraico, che i Romani non hanno potuto scalfire. Essa permane tuttora, nonostante le angustie del nuovo lungo esilio. A sua volta il Chatam Sofèr (Resp. Y.D. n. 233) scrive che mentre la “prima Qedushah” di Yehoshua’ si è esaurita in quanto la Profezia le ha posto fine come le aveva dato inizio, così non è stato per la “seconda”. Anche la missione di ‘Ezrà era stata sostenuta dagli ultimi Profeti Chaggay, Zekharyah e Mal’akhì, ma è finita a causa della malvagità di Tito, le cui azioni non hanno per noi alcun valore.
Per quanto non registri lo Yoshuv ha-Aretz fra le 613 Mitzwot, anche Maimonide codifica la halakhah sulla “moglie ribelle” già ricordata da Nachmanide nel suo commento al nostro versetto. “Se il marito esprime il proposito di salire in Eretz Israel e la moglie non vuole, ciò è motivo di divorzio senza che le sia riconosciuto diritto alla Ketubbah. Se invece è lei a desiderarlo e lui si oppone, deve dare il divorzio alla moglie pagandole le Ketubbah” (Hilkhot Ishut 13, 20). Di più: “se un servo (cananeo) esprime il desiderio di salire in Eretz Israel si obbliga il padrone ad andare con lui o a venderlo a qualcun altro che sia disposto a seguirlo. Se il padrone in Israele vuole trasferirsi all’estero, non può costringere il servo a seguirlo contro la sua volontà. Questa regola vale in ogni tempo, anche oggi – scrive Maimonide – che la Terra è in mani non ebraiche” (Hilkhot ‘Avadim 8, 9). È evidente che queste halakhot trovano la loro giustificazione ultima nello Yishuv ha-Aretz.
Ai tempi nostri si rivolse a Rav Chayim David ha-Levy, Rabbino Capo di Tel Aviv (m. 1998), un correligionario della Diaspora con il quesito seguente: “Vivo in un circondario di ebrei religiosi e educo i miei figli facendoli studiare in Yeshivah. Mi conviene fare la ‘Aliyah, dal momento che la società israeliana è invece fortemente libera al punto che molti religiosi che conosco una volta arrivati in Israele sono diventati completamente laici? Oppure l’amore per la Terra d’Israele deve prevalere sulla Mitzwah di educare i figli alla Torah?” Il Rav rispose che lo Yishuv ha-Aretz comprende due aspetti: il dovere di conquistare la Terra da mano straniera e la residenza in essa. Entrambi gli aspetti sono vincolanti per qualsiasi epoca. Pertanto “è ovvio che chi ha la possibilità di fare la ‘Aliyah senza impedimenti trasgredisce una Mitzwah della Torah ogni giorno che trascorre nella Diaspora”. È vero che alcuni Decisori anche contemporanei hanno permesso di rimanere all’estero in base a valutazioni legate all’educazione dei figli (sulla base del Terumat ha-Deshen VIII. n. 88), ma “oggi è fin troppo evidente che la realtà è capovolta: la Terra d’Israel ai nostri tempi è il centro mondiale della Torah. Qui un padre può educare i propri figli alla Torah: non c’è Torah come la Torah di Eretz Israel, né vi è posto ove sia più facile osservare le Mitzwot che in Eretz Israel…
“Non nego che anche nella nostra Terra – seguita il Rav – assistiamo a una discesa spirituale preoccupante, con una profonda influenza laica nella società, ma certamente le condizioni della Golah sono sette volte peggiori. In Israele se uno si allontana ha sempre la speranza di fare ritorno prima o poi, lui o i suoi figli. Nella Golah una persona del genere rischia molto seriamente di perdersi non solo per la Torah, ma per tutto quanto l’ebraismo” (Resp. ‘Asseh lekhà Rav I, n. 18). Nella Diaspora è giusto preoccuparsi del futuro della propria Comunità, ma i “poveri” della tua famiglia hanno senz’altro la precedenza (Rashì a Shemot 22, 24). Se pertanto i tuoi figli corrono il rischio di perdersi rimanendo nella Diaspora non è fuori luogo, con ogni rispetto, avere il coraggio di cambiare la propria visione e mettere in conto una scelta differente. Per il bene loro e l’avvenire ebraico della tua famiglia.
[1] Su questo ci sono tre posizioni fra i commentatori. a) Rashì dice che la proposta di pace non vale per i sette popoli; b) Nachmanide e Radaq (a Yehoshua’ 9, 7) sostengono invece che la proposta di pace in via preliminare è obbligatoria con tutti, ma ai sette popoli oltre al tributo (mas) e all’asservimento (shi’bud) si richiede come terza condizione l’accettazione delle sheva’ Mitzwot benè Noach onde evitare che il popolo ebraico sia allontanato dalla Torah. c) Una posizione di mezzo fra Rashì e Nachmanide è rappresentata da Rashbam, il quale sostiene che per i sette popoli la proposta di pace non vale (come dice Rashì), a meno che essi non si siano fatti avanti per primi come è successo con i Gabaoniti, che furono risparmiati. In ogni caso i sette popoli oggi non esistono più e questa discussione non ha più valenza pratica.
