“Pinechas figlio di Elazar, figli del sacerdote Aronne, ha rimosso la mia ira dai figli d’Israele, perché egli è stato animato del mio zelo in mezzo ad essi; ed io, nella mia indignazione, non ho sterminato i figli d’Israele. Perciò digli che Io stipulo con lui un patto di pace, che sarà per lui e per la sua progenie dopo di lui l’alleanza d’un sacerdozio perpetuo, perché egli ha avuto zelo per il suo Dio e ha procurato l’espiazione per i figli d’Israele” (Numeri 25:11-13). Nei primi versi della Parashah che leggeremo domani, è scritto che Pinechas ricevette delle grandi ricompense per aver eseguito la volontà di Dio in circostanze molto difficili.
Il Midrash che commenta la fine della Parashah della scorsa settimana, Balaq, si chiede come sia possibile che Mosè abbia dimenticato la norma che avrebbe dovuto applicare per il caso di profanazione causato da Zimri, principe della tribù di Shimon e la principessa midianita Kozbi. Il Midrash risponde che l’esitazione di Mosè, quel momento di appannamento in cui – forse – non seppe come reagire, era “min hashamaym” voluto dal cielo, affinché fosse data la possibilità a Pinchas la possibilità di ottenere ciò che Dio voleva dargli. Quando leggiamo questi versi, sembra che tutto sia avvenuto secondo il corso naturale degli eventi, ma in realtà, era Dio a tirare le fila. Era giunto il momento di Pinechas e se, affinché ciò accadesse, il più grande rabbino della storia ebraica doveva dimenticare una halakhah/regola, allora era quello che doveva succedere.
Ma l’insegnamento da trarre da questa lettura, può andare anche oltre l’episodio narrato nella Torah.
Le prove e le opportunità di crescita di ogni persona sarebbero già state tracciate ben prima della nascita. Il Signore sa di cosa avrà bisogno ogni persona per compiere la sua missione e predispone per ciascuno, le prove necessarie per realizzarla.
Il Gaon di Vilna insegna che Bilam fu messo alla prova da Dio per vedere se avrebbe maledetto gli ebrei contro la Sua volontà. Dio gli mandò molti ostacoli per aiutarlo a superare la prova, ma fallì ogni volta. E anche questa storia sembrava molto naturale. Il re della nazione di Moab, Balaq ebbe paura degli ebrei dopo che ebbero conquistato i territori trans-giordani dei re Sichon e Og. Fu per questo che assunse qualcuno che sembrava in grado di maledirli per allontanare la minaccia. I maestri del Talmud raccontano che una delle cose che Dio creò il sesto giorno della Creazione, il venerdì, durante ben hashemashot (termine ebraico che indica il crepuscolo, il periodo di transizione tra il tramonto e l’uscita delle stelle; poiché nella tradizione ebraica il giorno inizia e finisce di notte, questa finestra temporale è definita nella legge ebraica – Halakhah – come un momento di dubbio in cui non si sa se appartenga al giorno che finisce, o a quello che inizia), fu “la bocca dell’asina”. All’asina che Bilam cavalcava per andare da Balaq per assolvere all’incarico di maledire gli ebrei, che vedeva un angelo inviato da Dio che gli sbarrava la strada cerco di deviare o addirittura invertire il perorso. Bilam, per questo, la percosse tre volte. E allora Dio “gli aprì la bocca” cosicché l’asina parlò al suo padrone e cercò di dissuaderlo dal proseguire. Ciò significa che, fin dall’inizio dei tempi, Dio stava preparando le prove che Bilam avrebbe dovuto superare.
Qorach fu messo alla prova quando non ottenne la posizione che desiderava. Il suo compito sarebbe stato quello di accettare questo destino e dire: “è volontà del cielo” e accettarla. Al contrario, si ribellò a Mosè e Aronne. Anche in questo caso, tutto sembrava molto naturale, ma i maestri ci dicono che anche il punto della terra che inghiottì la malvagia congrega di Qorach, fu creato durante il ben hashemashot del sesto giorno della Creazione. Nel momento in cui Dio stava finendo il mondo, stava preparando gli elementi necessari per la prova cui avrebbe sottoposto Qorach migliaia di anni dopo.
La decima prova di Abramo, la Aqedat Yitzchaq, la richiesta del sacrificio di Isacco, di cui ancora oggi beneficiamo, non fu concepita solo in quel momento, fu anch’essa preparata fin dall’inizio: l’ariete che Abramo sacrificò al posto di suo figlio Isacco, fu creato nel momento del ben hashemashot del sesto giorno della Creazione. Il Signore, prima di consacrare lo Shabbat, di santificare quel tempo che destinato a rappresentare nelle nostre vite “meen olam habba”, la possibilità di percepire un momento di Mondo a venire, pianificò ogni singola prova che avrebbe dovuto affrontare ogni singolo individuo.
A volte ci troviamo in situazioni in cui non vorremmo trovarci e iniziamo a cercare di capire come ci siamo arrivati. Il nostro compito, però, non è tornare indietro e vedere come avremmo potuto evitarle, il nostro dovere è fare ciò che Dio vuole che facciamo in quella specifica situazione.
Ogni circostanza in cui ci troviamo è stata attentamente pianificata per consentirci di raggiungere il nostro scopo in questo mondo. Ciò che può sembrare un insieme di eventi naturali non è altro che lo Yad Hashem, la mano di Dio.
Le prove che ci si presentano davanti nel corso della vita in questo mondo, hanno lo scopo di essere superate e non fallite. E, soprattutto, sarebbe forse meglio imparare a pensare che quelle prove cui siamo sottoposti, sono ciò di cui abbiamo bisogno per raggiungere la dimensione del merito della benedizione che cerchiamo. Ogni prova è necessaria per superarla e, se lo facciamo, con l’aiuto di Dio realizzeremo lo scopo della nostra creazione, Shabbat Shalom.
