Un argomento di questa parashà è la richiesta delle tribù di Reuven e Gad di stabilirsi a est del Giordano perché le terre di Gil’ad e Ya’azer erano ideali per il loro bestiame. La prima risposta di Moshè fu: “I vostri fratelli andranno a combattere e voi rimarrete qui?” (Bemidbàr, 32:6). Dopo un lungo negoziato, le due tribù promisero di andare a combattere con le altre tribù per conquistare la Cisgiordania. Moshè quindi acconsentì a dare loro i territori al di là del fiume Giordano a condizione che mantenessero la loro promessa. Alla conclusione del negoziato Moshè disse loro: “Se farete questo, se vi armerete per andare a combattere davanti al Signore, se tutti quelli di voi che si armeranno passeranno il Giordano davanti al Signore finché egli abbia scacciato i suoi nemici dalla sua presenza, se non tornerete fin quando il paese vi sarà conquistato davanti al Signore, voi sarete innocenti di fronte al Signore e di fronte a Israele e questo paese sarà vostra proprietà alla presenza del Signore” (Bemidbàr, 32: 20-22)
R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 254) tratta l’argomento di “marìt ha-‘ain”, che in italiano si può tradurre con “le apparenze”. La proibizione di “marìt ha-‘ain” richiede di evitare di fare qualcosa che potrebbe far sospettare di trasgredire una regola di Halakhà. Su questo argomento vi è una differenza di opinioni tra i decisori di Halakhà: questa proibizione vale solo per le mitzvòt proibite dalla Torà o anche per quelle proibite “miderabanan” cioè per decreto rabbinico?
R. Moshè Isserles (Cracovia, 1520-1572), autore delle glosse allo Shulchàn ‘Arùkh, nella sezione Yorè Dea’ (87:3) dell’opera, esamina il caso in cui si sia marinata della carne o del pollame nel latte di mandorla. Poichè cucinare carne con latte è una proibizione della Torà, in questo caso bisogna mettere delle mandorle vicino al latte di mandorla. In questo modo degli spettatori vedranno che chi ha cucinato non ha usato del vero latte. Tuttavia r. Isserles è dell’opinione che non sia necessario mettere delle mandorle vicino al contenitore del latte di mandorle se è stato cucinato del pollame. Questo perché mischiare latte e pollame è una proibizione di origine rabbinica. Nalla Torà è infatti scritto: “Non cucinare un agnello o un capretto con il latte delle madre”(Shemòt, 23:19). La galline non producono latte e pertanto senza la proibizione rabbinica sarebbe permesso mischiare pollame e latte. I Maestri hanno esteso la proibizione al pollame per la similarità alla carne. R. Isserles sostiene che la proibizione di “marìt ha’ain” non si estende alle proibizioni di origine rabbinica. R. Shlomo Luria detto Maharshal (Polonia, 1510–1573) citato in Siftè Kohen (87:6) dissente e sostiene che anche per il pollame bisogna mettere delle mandorle vicino al contenitore del latte di mandorle per via delle apparenze.
R. Soloveitchik suggerisce che la differenza di opinione tra R. Isserles e r. Luria consista in due possibili motivazioni per la proibizione di “marìt ha-‘ayn”: secondo r. Luria ”mar’it ha’ain” è un ‘estensione della proibizione di “non porre un inciampo davanti a un cieco” (Vaykrà, 19:14 ), avvertendoci così di non compiere un’azione che potrebbe essere erroneamente interpretata e condurre altri in errore. Se la motivazione della proibizione di “marìt ha’ain” fosse quella di “non porre un inciampo davanti a un cieco” non vi sarebbe nessuna differenza tra una proibizione di origine biblica e una di origine rabbinica.
R. Isserles ha una differente opinione su in che cosa consista la proibizione di “marìt ha’ain”. La proibizione delle apparenze non si basa sul principio di “non porre un inciampo davanti a un cieco”, ma si basa sul versetto di questa parashà nel quale è scritto: “voi sarete innocenti di fronte al Signore e di fronte a Israele”. Nel trattato Yomà (38a) è raccontato che la famiglia di Avtinas, che produceva l’incenso per il Bet Ha-Mikdàsh, non permetteva alle proprie spose di usare profumi per non essere sospettate di usare il profumo prodotto per il santuario. Per spiegare il motivo di questo comportamento la Ghemarà cita il versetto “sarete innocenti”. Appare quindi che r. Isserles sostenga che “marìt ha-‘ain” si applichi solo a sospetti di violare una proibizione biblica, perché solo le proibizioni bibliche sono disciplinate dal principio di “sarete innocenti”. In conclusione, da tutto ciò si impara che una persona non ha il diritto di ignorare quello che gli altri pensano di lui o di lei, e di far sì che la propria reputazione venga macchiata.
