Michele Magno – Inoltrenews.it – 2/7/2026
Marc Bloch entrò nel Pantheon francese da storico, resistente, patriota ed ebreo senza ortodossia. Il suo testamento spirituale resta una delle più alte dichiarazioni di identità plurale del Novecento.
Lo storico francese Marc Bloch, soldato e combattente della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale, è stato inserito il 23 giugno scorso nel Pantheon, la necropoli nazionale dove la Francia onora le sue figure di eccezionale valore. Questa è la sesta sepoltura al Pantheon durante i due mandati presidenziali di Emmanuel Macron, dopo quelle di Simone Veil, deportata ad Auschwitz e figura di spicco della vita politica francese, nota per la sua lotta per l’Europa e per il diritto all’aborto; dello scrittore e veterano della Prima guerra mondiale Maurice Genevoix; della cantante nera Josephine Baker; del combattente della Resistenza armena che cercò rifugio in Francia, Missak Manouchian; e di Robert Badinter, ex ministro della Giustizia e artefice dell’abolizione della pena di morte.
Nel 1929 Bloch fondò, insieme a Lucien Febvre, la rivista storica “Les Annales d’histoire économique et sociale”. Fu l’inizio della grande rivoluzione storiografica del Novecento. Bloch allargò i confini della disciplina, includendo con metodo comparativo le scienze sociali, la sociologia, l’antropologia, l’economia, la psicologia collettiva.
Vittima delle leggi antisemite, già arruolatosi come volontario nell’esercito francese nella Grande Guerra e nuovamente, su sua richiesta, nel 1939, si diede alla clandestinità nel 1943 a Lione, unendosi al movimento di Resistenza Franc-Tireur. Arrestato l’8 marzo 1944, fu torturato dalla Gestapo e poi giustiziato il 16 giugno, insieme ad altri prigionieri, ai margini di un campo, mentre gridava: “Viva la Francia!”.
“L’étrange défaite” (“La strana disfatta”, Res Gestae, 2026), duecento pagine manoscritte trovate miracolosamente in un giardino, analizza le cause della sconfitta della Francia nel 1940: l’ignavia e il tradimento delle élite.
Ai suoi occhi, la Repubblica francese morì per un fallimento politico, amministrativo, intellettuale e morale: per la frammentazione del comando militare, con gli occhi rivolti a un modo di combattere antiquato; per embolia burocratica; per una cultura della rinuncia; per una borghesia “inacidita” che considerava la classe politica “corrotta” e il popolo “degenerato”.
Il declino, la disfatta, sono il frutto avvelenato della “letargia intellettuale delle classi dirigenti e dei loro rancori”. Bloch non perdona coloro che avevano “una lingua, una penna, un cervello” e non hanno fatto nulla.
Sull’ebraismo Bloch ha scritto parole indimenticabili nel suo testamento spirituale, redatto il 18 marzo 1941. Vale la pena riportarle per intero:
“Dovunque mi accada di morire, in Francia o in terra straniera, e in qualunque momento ciò possa avvenire, lascio alla mia cara moglie, o, se ella non ci fosse, ai miei figli, la cura di provvedere ai miei funerali nel modo che riterranno più conveniente. Saranno funerali puramente civili. I miei sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma spero che quel giorno — nella camera ardente o al cimitero — un amico accetti di leggere le poche parole che seguono.
Non ho chiesto che sulla mia tomba fossero recitate le preghiere ebraiche che pure con la loro cadenza accompagnarono verso l’estremo riposo tanti miei antenati e anche mio padre. Per tutta la vita ho compiuto ogni sforzo per impormi una totale sincerità dell’espressione e dello spirito. Considero la compiacenza verso la menzogna, qualunque sia il pretesto di cui possa ammantarsi, la peggiore lebbra dell’anima.
Come fu detto per uno assai più grande di me, vorrei che come solo motto sulla mia pietra tombale fossero incise due semplici parole: Dilexit Veritatem. Per questo motivo mi sarebbe oggi impossibile ammettere che nell’ora del supremo addio, quando ogni uomo ha il dovere di riepilogare se stesso, si facesse appello in nome mio alle effusioni di una ortodossia della quale non riconosco affatto il credo.
Tuttavia, mi sarebbe ancora più odioso se in questo atto di probità si ritenesse di scorgere qualcosa che possa rassomigliare a un vile ripudio. Perciò, se occorre, affermo di fronte alla morte che sono nato ebreo; che non ho mai pensato di negarlo, né ho mai trovato alcun motivo per essere tentato di farlo.
In un mondo assalito dalla più atroce barbarie, la generosa tradizione dei profeti ebrei, che il cristianesimo, in ciò che ebbe di più puro, riprese per estenderla, non rimane forse una delle nostre migliori ragioni di vivere, di credere e di lottare?
Estraneo tanto a qualsiasi formalismo confessionale quanto a qualunque presunta solidarietà razziale, per tutta la vita mi sono sentito anzitutto, e molto semplicemente, francese. Legato alla mia patria da una tradizione familiare già lunga, nutrito della sua eredità spirituale e della sua storia, incapace, per la verità, di concepirne un’altra in cui mi fosse possibile respirare a mio agio, l’ho amata molto e servita con tutte le mie forze.
Non mi sono mai accorto che la mia qualità di ebreo opponesse il minimo ostacolo a questi sentimenti. Nel corso di due guerre non mi è stato concesso di morire per la Francia. Posso tuttavia, in piena sincerità, rendere a me stesso questa testimonianza: muoio, come ho vissuto, da buon francese”.
Parole, queste ultime, che sono state spesso usate e strumentalizzate dalla destra. Conviene quindi recuperare l’interpretazione che ne ha dato, in un discorso pronunciato lo scorso aprile, un erede intellettuale di Bloch, Carlo Ginzburg, scomparso pochi giorni fa.
“Questo straordinario documento, l’ultimo testamento di Bloch, è stato utilizzato più volte a fini politici. Oggi viene utilizzato più che mai, e talvolta proprio da coloro contro cui Bloch ha combattuto fino a sacrificare la propria vita.
Isolare l’ultima frase, come è stato fatto — ‘Muoio, come ho vissuto, da buon francese’ — significa tradire il pensiero di Bloch, il quale, in una Francia allora sconfitta dalle truppe naziste, rivendicava il diritto di essere unitamente francese, ebreo, diasporico e ateo.
Questa idea plurale di identità non si limitava a uno specifico contesto nazionale. ‘Italiano, ebreo’ e, aggiungerei, ateo: così si definiva Primo Levi, lui che era stato deportato ad Auschwitz come ebreo”.
https://www.inoltrenews.it/ebreo-ateo-francese-la-lezione-non-addomesticabile-di-marc-bloch/
