Levi Shaikevitz
Shavuòt è il giorno del dono della Torà. In questa analisi vedremo come l’adempimento della mitzvà dello studio della Torà presenti una peculiarità rispetto a quello delle altre mitzvòt. Idealmente, le mitzvòt vanno compiute lishmà, cioè con l’unica motivazione di adempiere la volontà di D-o, senza secondi fini. Nelle Regole della Teshuvà (10, 5), Rambam cita dal Talmùd che, se una persona non si trova ancora al livello di compiere le mitzvòt lishmà, deve comunque osservarle anche non lishmà, poiché in tal modo giungerà infine a compierle lishmà.
Nelle Regole dello Studio della Torà (3, 5), Rambam riporta la stessa regola anche per quanto riguarda lo studio della Torà.
Ma se questa regola vale per tutte le mitzvòt, perché viene specificata proprio riguardo alla mitzvà dello studio della Torà, essendo già compresa nella regola generale? Nel suo Shulchàn Arùch HaRav, Rabbi Shneor Zalman (primo Rebbe di Chabad) offre la seguente spiegazione: Nel compimento di una mitzvà vi sono due elementi: la persona che la compie (in gergo talmudico gavra) e l’oggetto con cui essa viene compiuta (cheftza).
Compire una mitzvà non lishmà significa che l’oggetto della mitzvà è integro, mentre la mancanza risiede nella persona, che non ha la giusta intenzione.
Se però manca qualcosa nell’oggetto stesso della mitzvà, la mitzvà non può essere compiuta. Per esempio, se un tefillìn contiene solo tre brani della Torà invece dei quattro prescritti, manca l’oggetto stesso della mitzvà; in tal caso non solo non si adempie al precetto, ma si commette una trasgressione.
Nel caso dello studio della Torà, la messa in pratica di ciò che si studia non è un passaggio successivo e separato, ma parte integrante della mitzvà stessa. In sua assenza, la mitzvà dello studio risulta incompleta – come nel caso di un tefillìn con un brano mancante. Pertanto, il cheftza della mitzvà dello studio include anche l’applicazione.
Sorge allora la domanda: è giusto studiare se non si ha l’intenzione di mettere in pratica ciò che si studia? Secondo un’opinione, “sarebbe stato meglio se a costui la placenta si fosse girata addosso e non fosse mai uscito al mondo”.
Tuttavia, Rabbi Shneor Zalman afferma che Rambam è di un’opinione diversa. Mentre per le mitzvòt in generale, non lishmà indica che l’oggetto è integro ma manca la giusta intenzione, specificando nelle Regole dello Studio della Torà che la Torà va studiata anche non lishmà, Rambam intende che questo vale perfino nel caso in cui l’oggetto della mitzvà non sia completo, cioè se si studia senza intenzione di applicare.
La motivazione, nelle parole di Rabbi Shneor Zalman, è la seguente:
“Una persona studi sempre Torà anche se non lishmà, poiché alla fine la studierà lishmà – ovvero con l’intento di osservare e praticare – poiché la luce contenuta in essa lo riporterà sulla retta via […]
Così affermano i maestri cabalistici: tutta la Torà studiata da un rashà (malvagio), e tutte le mitzvòt che egli compie, sebbene temporaneamente rafforzino le kelipòt (forze del male), quando poi farà teshuvà – in questa incarnazione o in un’altra – ed è certo che ciò avverrà, come è scritto: ‘nessun emarginato verrà rifiutato da Lui’ – egli strapperà dalla kelipà tutta la Torà e tutte le mitzvòt e le riporterà alla kedushà (santità).
Perciò, una persona non deve mai astenersi dallo studio della Torà.”
(Per fonti complete e ulteriori dettagli di questa analisi, si veda Shulchàn Arùch HaRav, Hilchòt Talmùd Torà, cap. 4 par. 3 e Kuntres Acharòn §1.)
