“E giunsero fino alla valle d’Eshcol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche delle melagrane e dei fichi” (Numeri 13:23). Questo verso ci racconta che gli esploratori (Meraghelim) giunsero in un luogo chiamato “Valle d’Eshcol”, la Valle del Grappolo, e lì presero un enorme grappolo d’uva. Questo enorme grappolo fu poi usato per spaventare il popolo ebraico, poiché le spie descrissero era dei giganti che abitavano quella terra e che loro non avessero alcuna possibilità di conquistarla.
Poi, nel verso successivo, è scritto che il luogo si chiamava “Valle d’Eshcol/Grappolo”, proprio a causa del grappolo che gli esploratori avevano preso.
Ma Rabbi Issachar Dov Beer Simandel-Lamdan (1794-1862), nella sua opera “Minchat Ani”, afferma che il luogo si chiamasse così già prima che il grappolo fosse preso, perché è la Torah stessa che dice che arrivarono nel luogo chiamato “Valle di Eshkol”, prima dell’atto di raccogliere l’uva, altrimenti avrebbe detto “arrivarono in una valle dove tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva”.
E Rabbi Issachar, riporta il Midrash che spiega che il luogo si chiamava già Valle di Eshkol, addirittura fin dai tempi di Abramo. Uno dei compagni più intimi di Abramo si chiamava Eshkol, insieme ad Aner e Mamre, e fu il Signore a porre quel nome nella mente dei genitori a causa del grappolo d’uva che sarebbe stato preso dagli esploratori proprio in quel luogo.
Questo, però, solleva una domanda ovvia: perché il Signore avrebbe fatto sì che un uomo si chiamasse “Eshkol” a causa di un evento che si sarebbe verificato centinaia di anni dopo?
Rabbi Issachar riporta un altro Midrash che risponde a questa domanda. Quando ad Abramo fu ordinato di compiere il Berit Milah, la circoncisione, si consultò con i suoi tre amici. Aner gli disse di non farlo perché era troppo vecchio e non avrebbe sopportato il dolore; Eshkol lo avvertì che, se l’avesse fatto, sarebbe stato indebolito e vulnerabile agli attacchi dei nemici; Mamre, invece, lo incoraggiò, dicendo che “lo stesso Dio che ti ha salvato dalla fornace ardente, dai quattro re, dalla carestia e che ora ti comanda di circonciderti, Lui ti proteggerà”.
Questo Midrash rappresenta una lezione fondamentale che si tramanda di generazione in generazione. Ogni ebreo sarebbe cresciuto imparando come Abramo avesse compiuto coraggiosamente il Berit Milah, la circoncisione, come Mamre avesse mostrato cosa sia avere fiducia in Dio e come Aner ed Eshkol avessero dubitato.
E ora, secoli dopo, quella stessa prova si ripresentava. Dieci, dei dodici esploratori inviati da Mosè, affermarono che la terra era sì buona e stillante latte e miele, ma impossibile da conquistare a causa dei suoi abitanti, misero in dubbio il potere di Dio di portarli sani e salvi alla conquista della Terra d’Israele. In loro, riecheggiavano le voci dubbiose di Aner ed Eshkol, per questo tagliarono l’Eshkol, il grappolo d’uva, che simboleggiava l’errore di Eshkol nel consigliare male Abramo. Gli unici che non parteciparono a tagliarlo e trasportarlo furono Giosuè e Caleb che si dissociarono dal cattivo consiglio degli altri esploratori. E proprio come Mamre, Caleb si alzò, zittì tutti coloro che si lamentavano, e proclamò la sua totale fiducia nel Signore, dicendo al popolo che Dio li aveva sempre protetti e avrebbe continuato a farlo.
Non fu allora un caso, Dio organizzò tutto: collocò gli esploratori nello stesso luogo dell’eredità di Eshkol, dando loro la possibilità di correggere l’errore del passato. La loro prova era maturata per secoli.
In effetti, la tradizione ebraica insegna il principio che niente in questo mondo accade per caso. Ogni prova che una persona affronta è progettata su misura dal Signore, pianificata con precisione prima ancora che quella persona venga al mondo. Non abbiamo idea di quanto siano importanti le nostre azioni, di quanto sia intenzionale ogni situazione e di quanto attentamente il Signore prepari le nostre sfide.
Nel caso degli esploratori, fu data loro ogni opportunità per avere successo. Furono fatti passare per la Velle di Eshkol, esattamente nel luogo in cui la storia aveva già insegnato loro la lezione che dovevano imparare. Purtroppo, forse a causa della loro cattiva predisposizione a quella missione, fallirono.
Tuttavia, il messaggio per noi rimane: le prove ci vengono poste per darci la possibilità di crescere ed essere più grandi. Il Signore non solo ci pone delle sfide, ma ci fornisce anche la forza, la saggezza e tutti i mezzi per superarle. Ogni prova che affrontiamo è pensata su misura per aiutarci a crescere, elevarci e ottenere una ricompensa eterna. Se interiorizzeremo questo, affronteremo le nostre prove con trasparenza e forza e con l’aiuto di Dio, le supereremo e realizzeremo la nostra missione unica in questo mondo, Shabbat Shalom.
