Il quarto libro della Torà è chiamato “Numeri” per via del fatto che inizia con il censimento degli uomini abili alla guerra, tribù per tribù. Nei primi due capitoli vengono censiti i figli d’Israele, dopodiché vengono censiti i Leviti.
R. Samson Raphael Hirsch (Hamburg, 1808-1888, Frankfurt) commenta che prima della descrizione del censimento appaiono i nomi di Moshè e di Aharon, che non sono tra i censiti, perché sono loro che conducono il censimento. Nella Torà è scritto: “Questi sono i discendenti di Aharon e di Moshè nel giorno in cui l’Eterno parlò con Moshè al Monte Sinai” (Bemidbàr, 3:1). È significativo il fatto che benchè la Torà parli anche “dei discendenti di Moshè”, i suoi figli non vengono nominati. Il motivo è che in questi capitoli vengono nominati solo i capi tribù e i kohanìm, ossia solo coloro che occupano una posizione pubblica. Moshè non diede ai suoi figli nessun incarico; lasciò che svanissero nella folla, senza alcun titolo o distinzione particolare.
Rashì (Troyes, 1040-1105) citando i maestri in Sanhedrin (19b) commenta: “Questi sono i discendenti di Aharon e di Moshè: La scrittura non menziona altro che i figli di Aharon e con tutto ciò sono chiamati anche «discendenti di Moshè» perché Moshè insegnò loro la Torà. Questo ci insegna che chi insegna Torà al figlio del suo prossimo è come se l’avesse generato”.
R. Chayim Yosef David Azulay (Gerusalemme, 1724-1806, Livorno) detto Chidà dalle sue iniziali, nel suo commento Penè David si domanda per quale motivo Rashì afferma che i figli di Aharon erano considerati anche figli di Moshè perché era lui che insegnò loro Torà. Ma Moshè aveva insegnato Torà a tutto Israele e non solo ai figli di Aharon!
Per rispondere alla domanda il Chidà cita un insegnamento dei Maestri che dicono che se il padre e il maestro di Torà di una persona vengono presi prigionieri, bisogna riscattare prima il maestro e poi il padre. Questo perché il padre ha portato il figlio in questo mondo, mentre il maestro di Torà grazie ai suoi insegnamenti lo porta nel mondo a venire. Se però il padre è anche lui un sapiente di Torà, bisogna riscattare il padre per primo (Shulchàn ‘Arùkh, Y.D., 234:34).
Il Chidà cita anche suo nonno che disse che quest’ultima regola vale anche se il padre, pur essendo sapiente, è inferiore in sapienza al maestro. Tuttavia se il padre è anche lui discepolo dello stesso maestro, anche se il padre è un sapiente, è anche lui obbligato a onorare il maestro. Pertanto il figlio deve dare precedenza nel riscattare il maestro prima del padre in quanto sia lui sia suo padre sono suoi discepoli. Per questo viene qui insegnato che i figli di Aharon vengono chiamati “discendenti di Moshe” ed erano obbligati a onorare il loro maestro prima del padre.
Ci sono dei casi nei quali l’ordine di precedenza viene sovvertito per via di altri fattori. L’esempio riportato da rav Yitzchak Hutner (Varsavia, 1906-1980, Gerusalemme) è il seguente: sia il padre che il maestro di Torà di Reuven perdono il portafoglio. Reuven può recuperarne solo uno. Lo Shulchàn ‘Arùkh (Yorè Deà, 242:34) ci insegna che Reuven è obbligato a recuperare il portafoglio del maestro di Torà perché l’onore dovuto al maestro è superiore a quello dovuto al genitore. Tuttavia, è scritto nelle glosse del Remà allo Shulchàn Arùkh, se il padre di Reuven paga il maestro per insegnare Torà al figlio, quest’ultimo è obbligato a recuperare il portafoglio del padre e non quello del maestro. R. Hunter spiega il motivo: se il padre paga il maestro, il figlio ha l’obbligo di gratitudine nei confronti del padre. E questo obbligo prevale sull’onore dovuto al maestro perché è un debito.
