Il settimo giorno di Pesach, il 21 di Nissan, è il giorno del passaggio del Mar Rosso, il momento in cui il Signore completò la liberazione del popolo ebraico salvandolo dall’esercito egiziano che lo inseguiva. Dopo aver portato i figli d’Israele fuori dall’Egitto, il Signore li condusse fino alle rive del mare. In quel momento gli ebrei si trovarono in trappola: alle loro spalle il Faraone li inseguiva con potenti carri da guerra, la forza militare più avanzata dell’epoca e davanti a loro c’era il mare che li bloccava. Il popolo ebraico sembrava non avere via di scampo, ma avvenne un miracolo. Il Signore divise il mare, i figli d’Israele camminarono sulla terraferma asciutta che si innalzava davanti ai loro occhi. Quando gli egiziani li seguirono nel mare, le acque si abbatterono su di loro e li distrussero completamente. In quel momento il popolo ebraico proruppe in un canto: “Allora Mosè e i figli d’Israele cantarono questo cantico all’Eterno e parlarono dicendo: Io canterò all’Eterno, perché si è grandemente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere” (Esodo 15:01). Questo canto, chiamato Shirat HaYam, la cantica del mare, esprime il profondo riconoscimento di quella magnifica salvezza.
I Maestri del Talmud notarono un qualcosa di particolare. I versetti 19, 20 e 21 del capitolo 14 dell’Esodo, che parlano dell’intervento di un angelo che blocca gli egiziani e dell’apertura del mare, contengono ciascuno esattamente 72 lettere. Da questi versetti i Maestri derivano quello che poi stato tramandato dai Maestri della mistica, come il “Nome di Dio di 72 lettere”. Il metodo che descrivono è insolito: la prima lettera del primo versetto è abbinata all’ultima lettera del secondo versetto, poi alla prima lettera del terzo versetto, creando una sequenza di tre lettere. La prima di queste sequenze, per esempio, forma la parola “WaHO” e, continuando in questo modo, si ottengono settantadue diverse combinazioni.
Cosa significa questo?
Sebbene il significato mistico più profondo sia complesso, forse i Maestri stanno mettendo in evidenza qualcosa di essenziale, cioè una straordinaria rivelazione della presenza di Dio. Davanti al mare, i figli d’Israele sperimentarono un livello di rivelazione divina diverso da qualsiasi cosa avessero mai visto prima.
Anche nella semplice lettura dei versetti la scena è sorprendente. L’angelo di Dio si sposta dalla parte anteriore dell’accampamento a quella posteriore, formando una barriera protettiva tra il popolo ebraico e gli egiziani. Anche la colonna di nube si sposta, ponendosi tra i due accampamenti. La Torah ci dice che le tenebre avvolsero la parte egiziana mentre la luce rimase per Israele. Per tutta la notte i due schieramenti non poterono avvicinarsi. Dio stesso creò una separazione. Poi Mosè stese la mano sul mare e Dio fece ritirare le acque con un potente vento orientale per tutta la notte, trasformando il fondale marino in terra asciutta. Le acque si divisero e il popolo ebraico attraversò il mare. Quel momento, per gli ebrei fu un esperienza senza precedenti.
Il Midrash afferma: “Ciò che una serva vide al mare, il profeta Ezechiele non lo vide.” Persino il membro più umile del popolo ebraico sperimentò un livello di levatura spirituale riguardo al Signore che superava le visioni di un grande profeta come Ezechiele.
Qual era dunque lo scopo di una rivelazione così travolgente?
In un certo senso, la divisione del Mar Rosso fu il compimento della redenzione iniziata con l’Esodo. Dio non si limitò a liberare il popolo ebraico dall’Egitto; lo condusse a un momento in cui avrebbe assistito alla Sua salvezza con assoluta chiarezza.
Il Signore addirittura orchestrò gli eventi in modo che il Faraone e il suo esercito li inseguissero fino al mare. Perché?
Affinché i figli d’Israele potessero vedere due cose simultaneamente: la propria salvezza e la distruzione dei loro oppressori.
La stessa cantica che leggeremo domani, riflette questo concetto. Il canto descrive come il possente esercito egiziano affondava sotto le acque e fu completamente sopraffatto mentre il popolo ebraico vedeva la fine del potere che lo aveva reso schiavo per generazioni. Dopo secoli di oppressione e sofferenza, il popolo ebraico vide con i propri occhi che il suo nemico era stato completamente sconfitto. Pertanto, il settimo giorno di Pesach rappresenta il culmine dell’amore e della protezione di Dio per il Suo popolo. Un processo che iniziò con le piaghe in Egitto, raggiunse il suo apice nella notte della piaga dei primogeniti, quando il Signore stesso attraversò l’Egitto per liberare il Suo popolo. Questa protezione continuò durante i primi giorni di libertà e nel settimo giorno dall’uscita dall’Egitto, la storia si concluse con la miracolosa apertura del Mar Rosso. In quel momento, il popolo ebraico visse una rivelazione così potente da ispirare un canto spontaneo: “Az Yashir Moshe uvne Israel/allora cantarono Mosè e i figli d’Israele”. Ma la storia della “Cantica del Mare” non riguarda solo il passato, porta con sé anche un messaggio per il presente.
Viviamo in tempi difficili ma straordinari.
Assistiamo quasi quotidianamente a eventi che ci fanno fermare e riflettere. Ci sono momenti in cui sembra che la storia stessa si stia svolgendo davanti ai nostri occhi. Allo stesso tempo, questi sono tempi dolorosi. Piangiamo la perdita di soldati che combattono per difendere Israele dal nemico e di civili inermi colpiti nei continui attacchi missilistici. La sofferenza è reale e il dolore è profondo. Eppure, accanto a questo dolore, ci sono anche innumerevoli momenti che sfidano ogni spiegazione ordinaria. Delle centinaia e centinaia di missili che vengono lanciati, quelli che cadono diretti o i frammenti di quelli intercettati, causano danni inferiori rispetto alla volontà del nemico. Situazioni che avrebbero potuto concludersi in tragedia si risolvono in modo diverso. Più e più volte, incontriamo eventi che ci fanno fermare e pensare: questo non è normale. Spesso è difficile riconoscere i miracoli mentre li viviamo. Quando siamo nel mezzo degli eventi, possono apparire caotici o confusi. Solo col senno di poi a volte riusciamo a scorgere il disegno della protezione divina.
Ecco che l’esperienza del mare ci insegna qualcosa di importante. Il popolo ebraico poté cantare perché improvvisamente vide la mano di Dio con chiarezza.
Il settimo giorno di Pesach ci invita a coltivare la stessa consapevolezza. Anche se non sperimentiamo la stessa travolgente rivelazione che i i nostri antenati videro al mare, possiamo concentrarci e scorgere i segni della presenza di Dio nelle nostre vite e nella storia del popolo ebraico che si dispiega davanti ai nostri occhi. Se riusciremo a farlo, allora potremo meritare di vedere con chiarezza che il Dio che ha redento i nostri antenati, continua a guidare e proteggere il Suo popolo. Az, allora, ancora una volta, potremo unirci con immensa gioia nella cantica che ebbe inizio davanti al mare, Chag Sameach!
