“Sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Andiamo, usiamo astuzia nei loro confronti…” (Esodo 1-8:10). Questa sabato iniziamo la lettura del secondo libro della Torah. I primi capitoli del libro dell’Esodo raccontano dell’inizio della schiavitù dei figli d’Israele in Egitto. Il faraone, con una adeguata propaganda per riceverne il consenso, instilla nel popolo egiziano due paure: 1. un popolo straniero vive in mezzo a noi più numeroso e più forte; 2. Se arrivasse un nemico esterno, il popolo dei figli d’Israele si unirebbe a loro dall’interno per distruggerci per poi andarsene via.
Per questo, il faraone decide che è cosa giusta di renderli schiavi affinché non aumentino di numero oltremodo così da non mettere in pericolo il paese. Non riuscendo con la schiavitù, che invece provoca ulteriore aumento demografico degli ebrei, il faraone decretò che tutti i neonati maschi dovessero essere assassinati.
Il Talmud (Sota 11a) racconta che il faraone, in realtà, si consultò con i suoi tre consiglieri, personaggi biblici noti in altri contesti: Bilam (il mago ingaggiato dal re moabita Balaq per maledire il popolo d’Israele), Yitro (sacerdote di Midian e futuro suocero di Mosè) e Giobbe (l’uomo la cui fiducia fu messo alla prova da Dio).
Bilam, suggerì di opprimere i figli d’Israele e per punizione per il malvagio consiglio fu ucciso in battaglia con i figli d’Israele molti anni dopo.
Giobbe rimase in silenzio, senza accettare o obiettare e fu punito per la sua inazione soffrendo dure afflizioni.
Yitro fuggì via perché non volle rispondere e prendere parte a quel programma disumano, e per questo fu così ricompensato.
Analizziamo ora le tre reazioni di questi personaggi.
Bilam, come descrive la Mishnah (Avot 5:19), era un uomo estremamente arrogante. Si sentiva eccessivamente sicuro e fiducioso dei proprio mezzi e poteri occulti. Ci saremmo aspettati che ignorasse i timori del faraone, che gli ricordasse che l’Egitto era abbastanza potente da non sentirsi minacciato dalla rapida crescita dei figli d’Israele.
Giobbe, come sappiamo, era un uomo eccezionalmente giusto e, in quanto tale, non ci aspetteremmo da lui che rimanesse inerte mentre il comitato di cui faceva parte architettava un piano malvagio per perseguitare un settore innocente della popolazione.
Yitro è descritto dai maestri nel Talmud come un profondo pensatore, un filosofo e un sacerdote che studiò e meditò su tutte le diverse fedi del mondo fino ad arrivare alla verità del monoteismo. Di sicuro un uomo con tale intelligenza avrebbe potuto mostrare al faraone l’assurdità delle sue paure. Eppure, Yitro non si espresse e invece scappò.
Da questa analisi, possiamo dedurre che la schiavitù egiziana si verificò in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere. I figli d’Israele vissero pacificamente in Egitto, senza causare alcun problema o provocare inimicizia, tuttavia, attraverso una serie di circostanze non prevedibili, si ritrovarono brutalmente schiavizzati e i loro bambini messi a morte.
In questi primi sei capitoli, Questa Parasha ci racconta anche come la redenzione dall’Egitto si svolse in modo non meno imprevedibile.
Una donna di nome Yocheved decise di nascondere il suo bambino alle autorità egiziane e quando non poté più farlo lo mise in una cesta sul fiume Nilo. Il bambino fu scoperto addirittura dalla principessa, la figlia del malvagio re che decretò che tutti i neonati ebrei dovessero essere messi a morte. Ci saremmo aspettati che la principessa, che identificò immediatamente il bambino come ebreo, rispettasse l’editto di suo padre e uccidesse il bambino, o almeno lo lasciasse morire nel fiume. Invece, non solo salvò il bambino ma lo portò a palazzo e lo allevò come se fosse suo figlio, dandogli un nome egiziano “Moshe” che alludeva al fatto che era stato tirato fuori dall’acqua (“Min hammaim meshitihu”). I maestri insegnano che il faraone decretò l’uccisione dei neonati perché i suoi astrologi avevano anche predetto che colui che avrebbe redento i figli d’Israele stava per nascere. Ma la disobbedienza della principessa d’Egitto trasformò il palazzo del faraone nel luogo dove fu accolto, accudito e fatto crescere il futuro strumento divino per la liberazione del Suo popolo.
Proprio come l’esilio iniziò come risultato di una sequenza di eventi che nessuno avrebbe potuto prevedere, anche la redenzione si è svolta in modo altrettanto imprevedibile.
L’esilio egiziano è considerato dalla nostra tradizione come il prototipo di tutti gli esili successivi e la redenzione dalla schiavitù egiziana, è vista come il prototipo di tutte le redenzioni successive. Proprio come l’esilio egiziano iniziò e finì in modi che nessuno avrebbe potuto prevedere, così tutti gli esili del nostro popolo inizieranno e finiranno in modi imprevedibili.
Per questo, dobbiamo mantenere la nostra fiducia intatta, pregare fervidamente e agire per l’arrivo della manifestazione della redenzione finale, espressione della volontà ineluttabile del Signore, Shabbat Shalom.
