“Quindi Yitrò disse: Benedetto sia l’Eterno, che vi ha liberati dalla mano degli egiziani e dalla mano del Faraone e ha liberato il popolo dal giogo degli egiziani” (Esodo 18:10). Dopo aver raccontato della partenza dei figli d’Israele dall’Egitto, la Torah parla delle prime esperienze nel deserto. Descrive i grandi miracoli compiuti per loro, mostrandoci come Dio assicurò il loro sostentamento e protezione. Tutte queste storie portavano a quello che potremmo chiamare il “crescendo”, lo scopo per cui i figli d’Israele lasciarono l’Egitto: ricevere la Torah sul Monte Sinai.
Ma prima di questo capitolo, troviamo una sezione che sembra fuori luogo, quella dell’arrivo di Yitrò, il suocero di Mosè. La Torah entra nei dettagli, informandoci del grande onore con cui Mosè e gli altri leader accolsero Yitrò e di come Yitrò aiutò Mosè consigliandogli di istituire una rete di giudici che potesse supportarlo nella sua attività giudiziaria che, per la grande mole di lavoro, lo stava consumando.
Perché questa narrazione è inclusa come parte degli eventi che portarono al momento in cui fu data la Torah? Perché questa storia è considerata così significativa tanto da servire come introduzione al racconto della manifestazione divina sul Sinai?
Rabbi Yehuda Leib Eiger, di Lublino (Polonia, 1818-1888), spiega che questa storia viene raccontata per insegnarci che nessuno dovrebbe mai disperare.
Yitrò era un sacerdote pagano e i maestri raccontano che esplorò e praticò ogni forma di idolatria prima di arrivare finalmente alla fede nell’unico vero Dio.
Il suo arrivo e la sua accettazione da parte dei figli d’Israele, ci insegna che non è mai troppo tardi per una persona per abbracciare la Torah.
Una volta che Yitrò prese la decisione di unirsi al popolo d’Israele, il suo passato idolatra non aveva più importanza. Avrebbe potuto pensare: “Perché dovrei convertirmi? Loro fanno parte di questa religione sin dai tempi di Abramo, Isacco e Giacobbe. È troppo tardi per me. Vengo da un ambiente pagano e sono sempre stato pagano. Ero anche sacerdote! Non posso, all’improvviso, adesso e alla mia età, unirmi a loro!”. Ma Yitrò non pensò affatto in questo modo e una volta deciso di intraprendere questo nuovo viaggio, fu accolto e abbracciato calorosamente.
Questo è il messaggio di fondamentale importanza che la Torah ha voluto trasmetterci prima di parlarci del dono della Torah. Voleva insegnarci che non è mai troppo tardi per accettare la Torah. Non importa quanti anni abbiamo, e non importa cosa abbiamo fatto in passato. Siamo sempre incoraggiati a “venire al Sinai”, a impegnarci nella Torah e a costruire una relazione con il Signore.
C’è anche un’ulteriore lezione che impariamo da Yitrò.
Il verso di apertura del brano di questa settimana, lo descrive come “Kohen Midyan”, comunemente tradotto come “il sacerdote di Midyan”. In effetti, Yitrò era un leader religioso pagano.
Rashy, quando commenta le parole “admat hakohanim/la terra dei Sacerdoti” (Genesi 47:22), scrive che, a volte, il termine Kohen/Sacerdote, denota importanza e prestigio e non una posizione di leadership. È importante sottolineare che Rashy citi il versetto riguardo Ytrò, come esempio di dove il termine “Kohen” sia usato per indicare distinzione e non la leadership religiosa. Secondo Rashy, quindi, la Torah vuole sottolinea che Yitrò era una persona distinta, che godeva di ricchezza e prestigio.
In effetti, diversi versi più avanti (Esodo 18:5), la Torah afferma che Yitrò venne “el hamidbar/nel deserto”. Rashy commenta che la Torah parla in lode di Yitrò, che “sedeva nella gloria del mondo” – con ricchezza e onore – e rinunciò a tutto per unirsi al popolo d’Israele nell’arido deserto. Yitrò, il “Kohen”, godeva di comodità materiali e prestigio, ma decise di sacrificare tutto per venire nel deserto. Yitrò ci mostra che per accettare la Torah ed essere parte del popolo prezioso (“am segullah”), è necessario fare sacrifici. Non ci si può aspettare di impegnarsi verso la Torah senza rinunciare a comodità, lussi e abitudini. Naturalmente, non ci si aspetta che viviamo in un “deserto”, con solo il necessario, come hanno fatto i nostri antenati per quarant’anni. Tuttavia, ci si aspetta che facciamo dei sacrifici, proprio come ha fatto Yitrò.
La vita della Torah è estremamente gratificante, ma dobbiamo essere pronti a impegnarci a fare sacrifici. La storia di Yitrò viene raccontata prima del dono della Torah, per ricordarci che un serio impegno nello studio e nell’osservanza della Torah, prevede la rinuncia a certi agi, a delle abitudini consolidate, per ricevere in cambio la gioia e il privilegio senza pari, di essere servitori e soddisfazione per il Creatore, Shabbat Shalom.
