Nella Parashà di Vaychì, Yaakov inizia ad impartire la sua benedizione ai suoi dodici figli concentrandosi su Reuven, il suo primogenito, criticandolo per i suoi errori passati e sottolineando come le sue azioni avventate gli siano costate care: “Reuven, tu sei il mio primogenito, la mia potenza e il primo della mia forza, l’epitome della nobiltà e l’epitome della potenza. Instabile come l’acqua, non hai l’eccellenza, perché sei salito sul letto di tuo padre, poi lo hai profanato; lui è salito sul mio giaciglio. (Bereshit 49:3-4). Yaakov qui fa riferimento ad un episodio accaduto molti anni prima, in cui Reuven sembrò in effetti aver giaciuto con Bilà, una delle mogli di Yaakov. Ora, sebbene comprendiamo che Reuven in realtà non peccò esattamente nel modo in cui il versetto sembra descrivere l’accaduto, aveva comunque commesso un grave errore per il quale viene ora criticato da suo padre.
Apparentemente Reuven, a causa delle sue azioni, sembra aver perso tre grandi doni: la bechorà (diritto ai privilegi del primogenito), la kehunà (sacerdozio) e il malchut (regalità). Questi sono i vari punti a cui fa riferimento Yaakov al figlio maggiore. Esaminiamoli più da vicino.
Il Maharal spiega ‘che il primogenito è in qualche modo la causa degli altri figli in una famiglia, poiché senza la sua esistenza non possono esserci altri figli. Ciò significa che il primogenito è in qualche modo una sorta di intermediario tra il padre e gli altri figli, consentendo al padre di trasmettere tutti i suoi poteri e capacità intellettuali agli altri figli. Anche la kehunà, il sacerdozio, è un tipo di congiunzione; è un’espressione di da’at (conoscenza), come riportato nel versetto :Poiché le labbra del kohen custodiranno il da’at, e cercheranno la Torà dalla sua bocca, perché egli è un agente del D-o degli eserciti. (Malachi 2:7) Il da’at a sua volta è un mezzo per unire l’intelletto alle emozioni, collegando le componenti spirituali e fisiche dell’uomo. Anche il malchut, la regalità, è un’espressione di congiunzione: il re unifica una nazione eterogenea in un popolo coeso. Infatti, il versetto descrive il re come: …colui che regnerà sul Mio popolo. (Shmuel I 9:17) La parola qui tradotta come “regnare”, yatzor, in realtà significa “accumulare”. Rashi nel suo commento scrive che questo si riferisce alla capacità del re di unificare il popolo e di impedirgli di dividersi in fazioni.
Il fattore comune tra questi tre doni è chiaro: ognuno è espressione della capacità di una persona di unificare un aspetto della vita umana. Il malchut è la capacità di connettere entità nel mondo fisico, la kehunà nel mondo emotivo/spirituale e la bechorà nel mondo intellettuale.
Fin dall’inizio era previsto che Reuven ricevesse tutti questi doni. Cosa fece per perderli? La risposta che sembra emergere è al contempo semplice e complicata: si arrabbiò. Dopo la morte di Rachel, Yaakov trasferì la sua dimora principale non nella tenda di Lea (la madre di Reuven), ma in quella di Bilà. Reuven si mise in mezzo, in disaccordo con questa nuova disposizione, arrabbiato per quello che considerava un insulto a sua madre. L’ira è un tratto caratteriale che causa dissenso e rompe i legami. Lo vediamo, ad esempio, quando Moshè e Aharon si adirarono con il popolo di Israele nel deserto, colpendo la roccia invece di parlare come era stato comandato di fare da D-o. Ibn Ezra dice di questo episodio che, a causa delle discussioni tra il popolo e del loro dissenso con Moshè e Aharon: …ecco, si divisero in fazioni. (Ibn Ezra, Bamidbar 20:8)
L’ira e il dissenso causano disarmonia e disunione. Questo è, ovviamente, esattamente l’opposto dello scopo dei doni di Reuven. Pertanto, quando Reuven mostrò ira, caratteristica della disunione, si rivelò un destinatario inadatto per il dono del malchut, della kehunà e della bechorà, originariamente destinati a lui. Tra l’altro, questo ci aiuta a spiegare il seguente punto del Talmud: Resh Lakish disse: “Se una persona si adira con uno studioso della Torà ed è un uomo saggio, la sua saggezza si allontana da lui; se è un profeta, la sua capacità profetica si allontana da lui…” (Pesachim 66b). La nostra saggezza è un’espressione di connessione con D-o. L’ira però, come abbiamo visto , spezza il legame e quindi rischiamo di perdere la nostra saggezza.
Sebbene questi doni siano stati sottratti a Reuven, furono assegnati ad altri. La bechorà andò a Yosef, la kehunà ad Aharon e il malchut a David. Dobbiamo individuare il merito per cui ciascuno di questi ricevette uno dei doni destinati originariamente a Reuven.
Il profeta descrive così l’archetipo del kohen: …camminò con me in pace e rettitudine e allontanò molti dal peccato. (Malachi 2:6). Aharon era un uomo di pace a tal punto che, secondo il Ramban non si adirò mai in tutta la sua vita. In effetti, nelle tefillot speciali per la pioggia recitate durante Shemini Atzeret in molti siddurim, si dice che [Aharon] rimase lontano dal popolo, che era instabile come l’acqua. Si noti che Aharon era diverso dal popolo, “che era instabile”. Questa è l’identica espressione usata per descrivere l’impetuosità di Reuven quando Yaakov lo rimprovera.
Il ruolo di Yosef è stato descritto altrove. Era il paradigma dello tzaddik, la persona giusta, il tipo di uomo per cui il mondo esiste. Aveva il potere di sostenere non solo se stesso, ma anche la sua famiglia e, in quanto tale, era il canale tra il mondo fisico e la bontà di D-o. Il suo intero ruolo nella vita era quello di essere una forza di collegamento tra i mondi superiori e quelli inferiori e di impedire la disunione. Era un candidato idoneo ad assumere uno dei doni perduti di Reuven.
Infine, David descrisse l’auto-annullamento. In una forma particolarmente espressiva si descrive come: …un verme e non un uomo, la derisione degli uomini e l’oltraggio del popolo. (Tehillim 22:7) Chiunque sia consapevole della propria umile posizione di fronte a D-o non si adirerà mai. Molte volte la rabbia si manifesta quando una persona sente che le cose non stanno andando come vuole, quando si sente in grado di poter dirigere ciò che accadrà, ma non ci riesce, il che gli causa frustrazione e rabbia. Ma se ci si rende conto che i propri poteri sono limitati e di quanto in realtà siamo piccoli, non ci si aspetterà di controllare gli eventi. Quindi, quando le cose vanno male, non si proverà rabbia. I nostri Chachamim ci parlano di David: Rabbi Moni bar Patish disse: “Chiunque si arrabbi, anche se è determinato a ricevere grandezza dal Cielo, verrà rimosso dalla sua posizione. Lo apprendiamo da Eliav, che si adirò con David”. (Pesachim 66b). Infatti, quando Eliav, il fratello maggiore di David, si adirò, la possibilità di diventare re gli fu tolta e data, appunto, a David. Vediamo quindi un David, uomo di pace e di abnegazione, come il sostituto ideale di Reuven come re di Israele.
In questa derashà abbiamo preso la rabbia come esempio della causa della perdita di possibilità di sviluppo delle potenzialità personali. In realtà sono molti i tratti caratteriali negativi che possono danneggiarci. Perchè se è vero che possiamo meritare una berachà, è anche vero che per poterla ricevere dobbiamo essere un kelì, un contenitore, che possa contenere la berachà stessa, attraverso le nostre azioni e le nostre parole, che devono essere guidate dalle mitzvot, dai nostri atti di tzedakà, chesed e giustizia, ma che devono anche tenere conto di un consiglio molto importante che viene dai Pirké Avot: “Ben Zomà dice: Chi è (considerato il vero) eroe? Chi conquista la sua indole (soggiogandola). Chi è il ricco? Colui che è contento della propria parte.” (Avot 4:1).
