Una delle peculiarità e dei requisiti di base per qualsiasi progetto edilizio di successo è la qualità delle materie prime. Un edificio sarà solido esattamente quanto i materiali utilizzati per costruirlo, sebbene fondamenta stabili, progetti studiati ponderati e approfonditi e artigiani capaci siano altri componenti necessari e fondamentali per ottenere una struttura solida. La costruzione del Mishkan, della casa progettata e dedicata al culto di D-o, ha presentato alcune sfide davvero uniche. Tra le sfide più complicate si annovera il metodo per procurarsi le materie prime necessarie nel deserto. Mentre i progetti per il Mishkan sono stati redatti da D-o stesso e gli artigiani incaricati di portarli a termine sono stati ispirati direttamente da Lui, l’ottenimento dei materiali sembrano rappresentare una sfida difficile.
La Torà spiega che i metalli preziosi e i tessuti utilizzati per costruire il Mishkan erano tra i beni, la “grande ricchezza”, che gli ebrei portarono con loro quando lasciarono l’Egitto. Tuttavia, alcuni degli altri materiali richiesti per la costruzione del Mishkan ed elencati nella Parashà di Terumà devono essere stati piuttosto difficili da reperire. Dove, ad esempio, avrebbero potuto trovare il legno per creare la trave principale che teneva insieme il Mishkan?
La letteratura midrashica fornisce una risposta affascinante a questa domanda: Molto prima che al popolo ebraico venissero date le istruzioni per costruire il Mishkan, il loro antenato Avraham iniziò il processo. Ad Avraham, a cui D-o aveva promesso che avrebbe generato una grande nazione, fu anche detto che questa nazione sarebbe stata esiliata, abusata e alla fine redenta. Come rispose Avraham a questa profezia, a questa promessa? Avraham piantò un eshel a Beer Sheva e lì invocò il nome di D-o, l’Eterno Maestro. (Bereshit 21:33). La natura della parola eshel, lasciata volutamente non tradotta, pone alcuni interrogativi. Alcuni commentatori interpretano la parola eshel come un acronimo delle parole ebraiche cibo (ochel), bevande (shtià) e alloggio (linà), per sostenere che Avraham costruì una locanda ai margini del deserto, dove ricevere ospiti assetati e stanchi dal viaggio e dove incoraggiarli a ringraziare D-o per il cibo e le bevande che condivideva con loro, basandosi sul versetto in Daniel: ” “E pianterà le tende del suo palazzo” (Daniele 11:45). Altri Chachamim adottano un approccio più diretto rispetto a questa parola singolare e spiegano che Avraham piantò un frutteto (eshel è un tipo di albero). C’è da notare che quando piantò questo eshel, qualunque cosa fosse, Avraham si concentrò sull’aspetto del “D-o Eterno”, piuttosto che su altri aspetti con cui potremmo aver immaginato cui Avraham si collegasse, come D-o il Misericordioso o D-o il Creatore.
La risposta è insita nel fatto che l’atto di piantare è un’espressione di fede nel futuro. Nel piantare l’eshel, Avraham dà espressione alla sua fede in un D-o che è Eterno, alla sua fede nel D-o che ha creato e piantato il primo albero, alla sua fede nel D-o che manterrà le Sue promesse ai discendenti di Avraham. Avraham crede in un D-o che è “Eterno, Signore dell’Universo”. D’altra parte, l’idea che Avraham abbia costruito una locanda, un luogo in cui insegnava ai viaggiatori la fede nel D-o unico, non è meno intrinsecamente connessa alla nostra attuale discussione. L’eshel di Avraham, da questo punto di vista, può essere visto come la prima “Casa di D-o”. Avraham la costruì come una casa dedicata al servizio di D-o, come un luogo in cui uomini e donne potessero accedere in qualche modo a D-o. Avraham usò questo eshel per condividere la sua comprensione di D-o con il prossimo, tanto è vero che anche il nipote di Avraham, Yaakov, avrà, successivamente, un legame molto forte con una “Casa di D-o”: mentre era steso a terra in un luogo sacro, Yaakov ebbe una visione di una scala che raggiungeva i Cieli e giurò di costruire una Casa di D-o proprio in quel punto. Sfortunatamente, questa sua promessa non venne realizzata durante la sua vita.
C’è un affascinante insegnamento rabbinico che traccia una linea più diretta tra le due visioni, quella di Avraham e quella di Yaakov, della Casa di D-o: quando Yaakov scese in Egitto, raccolse la legna dagli alberi che Avraham aveva piantato anni prima e ricavò, dall’eshel di Avraham, delle enormi travi. Suo nonno Avraham credeva nel futuro, aveva fede che D-o avrebbe mantenuto le sue promesse e Yaakov era pienamente consapevole di stare vivendo il primo passo di queste promesse, l’inizio dell’esilio. Ma anche Yaakov aveva fede. Sapeva che il giorno della redenzione sarebbe infine arrivato e, in previsione di quel giorno, Yaakov trasportò le lunghe travi, formate dall’eshel piantato da Avraham, fino all’esilio egiziano. Prima di morire, Yaakov rivelò ai suoi discendenti che quelle travi, piantate molto tempo fa da Avraham, un giorno sarebbero state utilizzate in un Tempio, un Mishkan, una Casa di Culto per D-o Eterno, un luogo forse immaginato da Avraham molto tempo prima. In questo modo, in qualche modo, il voto di Yaakov fu adempiuto: Yaakov “donò” le travi che si trovavano proprio al centro del Mishkan.
L’idea espressa in questo midrash, che in quanto midrash va spiegato e non preso alla lettera, il processo che descrive, ci ricorda che siamo i beneficiari di quanto seminato dai nostri antenati, delle loro speranze e dei loro sogni. Siamo tutti il “prodotto” e la conseguenza di antenati che credevano nel futuro, credevano che la Parola di D-o fosse vera e non hanno mai cessato, di generazione in generazione, di invocare il nome dell’Eterno D-o, il D-o di Avraham, Yitzchak e Yaakov. Alcuni dei nostri antenati hanno avuto la forza l’abnegazione e lo spirito di portare avanti la loro fede attraverso tempi particolarmente scuri e bui, in esilio, in schiavitù, attraverso persecuzioni particolarmente cruente ed ingiustizie e nel dolore, in questo loro vissuto che li rende in qualche modo assimilabili a pesanti travi di legno, nella convinzione che un giorno i loro figli, o i figli dei loro figli, li avrebbero usati, avrebbero usato la loro esperienza e sarebbero stati ispirati dalle loro azioni, per costruire una Casa di D-o che loro stessi potevano solo sognare. Avevano fede che i loro discendenti avrebbero un giorno servito D-o, il D-o Eterno, in un luogo, fisico e spirituale, fondato sulle loro stesse credenze, costruito dalle travi delle speranze e dei sogni dei loro antenati.
Come loro discendenti, come discendenti di Avraham, di Yitzchak e di Yaakov, come discendenti dei nostri antenati, che noi si viva in tempi di benessere o in tempi bui, come lo sono i tempi moderni, anche noi non dobbiamo mai perdere la fede nel futuro. In quanto ebrei, il nostro compito è guardare al futuro con fede e con speranza, dobbiamo fare in modo di essere in grado di porre le condizioni per creare e per portare le travi che consentiranno ai nostri figli, e ai loro figli, di continuare a invocare il Nome dell’Eterno. Come ebrei dobbiamo guardare al futuro con fiducia, piantando i semi della continuità, i semi che permettono la creazione delle travi che permettono la costruzione del Mishkan, di quel luogo fisico e spirituale di continuità che ha permesso e permette la nostra sopravvivenza. Questo è possibile mettendo in pratica, a partire dal nostro nucleo più ristretto, il nucleo familiare, quanto scritto nei Pirké Avot, le Massime dei Padri, e quanto insegnato da Elishà ben Abuyà: “Colui che insegna ad un bambino a cosa può essere assimilabile? Ad inchiostro fresco scritto su pergamena nuova”.