Rav Eliahu Alexander Meloni
Ci sono momenti nei quali le parole sembrano inadeguate. E, pensando a questi tre anni trascorsi dal 7 ottobre 2023 / 22 Tishrì 5784, ogni parola mi appare insufficiente.
A che cosa dobbiamo pensare per prima cosa?
Al dolore provocato da quel pogrom? Allo sgomento di fronte al fatto che qualcosa di simile sia potuto accadere ancora una volta, e per di più in Israele? Oppure alla dolorosa consapevolezza che, trascorsi appena i primi giorni, l’empatia del mondo sarebbe rapidamente svanita e che, ben presto, le vittime sarebbero state trasformate in colpevoli, fino ad accusarci di aver provocato noi stessi quel pogrom perché considerati dei colonizzatori?
E mi tornano alla mente anche le tante manifestazioni propalestinesi nelle quali la parola antisemita si è liberata senza più pudore, nelle quali un odio che pensavamo relegato a un altro secolo e a un’altra epoca è tornato a manifestarsi apertamente.
Il 7 ottobre non è stato soltanto un massacro. Ha segnato uno spartiacque.
Ha rappresentato una svolta nel modo in cui si parla degli ebrei e nel rapporto tra il popolo ebraico e la società non ebraica. Ha rimesso in discussione, con una forza che forse non avevamo conosciuto da decenni, la posizione di Israele nel contesto regionale e mondiale e, nello stesso tempo, la condizione delle comunità ebraiche della Diaspora.
E ci ha costretti ancora una volta a porci domande fondamentali:
Che cosa significa essere ebrei oggi? Che cosa significa essere israeliani?
Prima del 7 ottobre, avremmo probabilmente risposto con chiarezza.
Un ebreo è una persona che appartiene al popolo ebraico, che si riconosce nella sua storia, nella sua memoria e, secondo il proprio grado di osservanza, nei principi dell’ebraismo. È parte di una storia comune e, al contempo è cittadino del Paese nel quale vive: italiano, francese, inglese, americano.
Un israeliano è cittadino dello Stato d’Israele. Può essere ebreo, come accade nella maggioranza dei casi, ma può anche essere cristiano, musulmano, druso, palestinese.
La distinzione sembrava chiara.
Eppure, dopo il 7 ottobre, almeno agli occhi di una parte del mondo non ebraico, tutto questo è andato in frantumi.
Una delle grandi illusioni che noi ebrei abbiamo coltivato riguardava i principi morali, intellettuali e spirituali dell’Occidente. Dopo la Shoah avevamo sperato che il mondo occidentale, che di quella tragedia era stato l’artefice e l’esecutore, avesse veramente compreso ciò che era accaduto. Avevamo sperato che avesse maturato un rifiuto profondo e irreversibile di tutto ciò che aveva condotto alla necessità di proclamare: «Mai più».
Tre anni dopo il 7 ottobre dobbiamo avere il coraggio di constatare che non è così.
In ampi settori della società, nei Paesi occidentali, vengono nuovamente messi in discussione tre pilastri fondamentali della condizione ebraica contemporanea: la nostra uguaglianza nella dignità, il diritto alla nostra memoria e il diritto alla sovranità politica del popolo ebraico.
Persino la parola «sionismo», che esprime il diritto del popolo ebraico a una patria e alla propria autodeterminazione nazionale nella terra alla quale è legato da millenni di storia, memoria e fede, viene spesso deformata attraverso interpretazioni da ignoranti, ostili e arbitrarie, fino a trasformarla in un’accusa rivolta contro l’intero popolo ebraico.
E sia ben chiaro: la reazione militare israeliana è stata indubbiamente forte. Ma il suo obiettivo non era e non è la distruzione del popolo palestinese in quanto tale. Il suo obiettivo era porre fine al potere di Hamas a Gaza.
L’antisemitismo si è nuovamente risvegliato.
Questa volta si presenta spesso sotto il linguaggio dell’antisionismo o sotto quello della cosi detta «critica» a Israele. Ma una critica politica cessa di essere semplice critica quando nega a un solo popolo ciò che riconosce a tutti gli altri; quando trasforma ogni ebreo in un imputato; quando pretende che l’ebreo debba giustificare continuamente la propria esistenza, la propria identità e il proprio diritto ad avere una patria.
Ed è per questo che, dal 7 ottobre, una parte delle nostre certezze è svanita.
Quel giorno è diventato, nella nostra coscienza, una linea di demarcazione: c’è un prima e c’è un dopo.
Perché dopo il 7 ottobre è cambiato non soltanto il modo in cui molti guardano Israele. È cambiato anche il modo in cui molti guardano gli ebrei.
Ma vi è qualcosa che il mondo continua a non comprendere del popolo ebraico.
Non comprende la natura della nostra unità.
La nostra unità non è uniformità.
Il popolo ebraico non è mai stato uniforme. Abbiamo opinioni diverse, sensibilità differenti, visioni politiche spesso opposte, livelli diversi di osservanza religiosa. Eppure l’altro rimane mio fratello.
L’unità autentica non consiste nello stare insieme soltanto con chi pensa esattamente come me. L’unità comincia precisamente quando colui che pensa diversamente da me continua, nonostante tutto, a essere riconosciuto come parte della mia stessa storia, del mio stesso destino, dello stesso ‘Am Israel.
Ed è questa una delle realtà più straordinarie che abbiamo visto dal 7 ottobre.
In Israele e nelle comunità ebraiche di tutto il mondo si è manifestata una solidarietà profonda tra religiosi e laici, tra uomini e donne di destra e di sinistra, tra persone che fino al giorno precedente avrebbero forse faticato persino a riconoscersi reciprocamente.
È qui che risiede una delle grandi forze del popolo ebraico.
כָּל יִשְׂרָאֵל עֲרֵבִים זֶה בָּזֶה — Kol Israel ‘arevim zeh bazeh.
Tutto Israele è responsabile l’uno dell’altro.
Possiamo discutere. Possiamo dividerci. Possiamo persino scontrarci duramente. Ma quando uno di noi viene colpito perché ebreo, comprendiamo nuovamente che apparteniamo a una medesima storia e condividiamo un medesimo destino.
Allora sì: in questi tempi possiamo sentirci isolati.
Possiamo persino essere tentati di isolare noi stessi, per non essere continuamente feriti, moralmente e spiritualmente, dall’incomprensione, dalle accuse e dalla deformazione della nostra storia.
Ma non cederemo.
Non cederemo sul nostro diritto a esistere.
Non cederemo sul diritto del popolo ebraico ad avere una patria.
Non cederemo sul diritto di Israele a difendersi.
E non cederemo neppure sul diritto di essere pienamente ebrei, senza dover chiedere scusa per esserlo.
Il 7 ottobre ci ha ricordato anche qualcosa di ancora più profondo.
Il popolo ebraico è un popolo intrinsecamente rivolto verso il futuro. È un popolo che, anche nei momenti più oscuri della propria storia, ha rifiutato di fare della disperazione la propria identità.
Questa forza nasce anche dalla nostra fede nella Hashgaḥah, nella Provvidenza divina, dalla convinzione che HaKadosh Baruch Hu non abbandona il Suo popolo.
Come proclama David HaMelekh nel Salmo XXIII, 4:
גַּם כִּי־אֵלֵךְ בְּגֵיא צַלְמָוֶת לֹא־אִירָא רָע כִּי־אַתָּה עִמָּדִי שִׁבְטְךָ וּמִשְׁעַנְתֶּךָ הֵמָּה יְנַחֲמֻנִי׃
«Anche se camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerò alcun male, perché Tu sei con me; il Tuo bastone e il Tuo sostegno, essi mi confortano».
E gli ebrei, di questo versetto, hanno fatto non soltanto una preghiera.
Ne hanno fatto una certezza.
Ne hanno fatto un canto.
Perché questa è forse una delle caratteristiche più profonde del popolo ebraico: attraversare la valle dell’ombra della morte e continuare a cantare.
Non perché ignoriamo il dolore.
Non perché dimentichiamo i morti.
Non perché la sofferenza non ci ferisca.
Ma perché rifiutiamo di concedere alla morte l’ultima parola.
Come individui, sappiamo di essere fragili. Ognuno di noi può cadere. Ognuno di noi può non sopravvivere.
Ma ‘Am Israel sopravvive.
E forse il termine stesso «sopravvivere» è insufficiente.
Non siamo destinati soltanto a sopravvivere. Siamo destinati a vivere.
Il popolo ebraico, con questa fede e con questa capacità di guardare oltre il dolore presente, ha attraversato le vicissitudini della propria Storia, le persecuzioni, gli esili, i pogrom, la Shoah e ora anche il 7 ottobre.
Eppure non ha mai accettato di trasformare la propria identità in quella di una vittima.
La memoria per noi non è immobilità.
La memoria è responsabilità.
Ricordare i nostri morti significa anche continuare ciò che essi non possono più continuare. Significa costruire, educare, trasmettere, creare, vivere.
È questa la nostra risposta.
Continuare a essere ‘Am Israel.
Continuare a vivere.
Continuare a costruire.
Con la consapevolezza che il nostro futuro non riguarda soltanto noi stessi, perché la vocazione di Israele non si esaurisce nella propria sopravvivenza, ma conserva una responsabilità verso l’umanità intera.
Tre anni dopo il 7 ottobre, dunque, a che punto siamo?
Siamo feriti, ma siamo in piedi.
Siamo più consapevoli della solitudine che talvolta accompagna la storia ebraica, ma anche più consapevoli della forza della nostra unità.
Abbiamo perduto alcune illusioni, ma non abbiamo perduto la speranza.
E soprattutto non abbiamo perduto la fede.
Perché dopo ogni tragedia il popolo ebraico ha saputo ripetere, con parole diverse ma con la stessa certezza:
‘Am Israel Ḥai. Il popolo d’Israele vive.
E continuerà a vivere
