Nel silenzio che precede la creazione, non c’era materia, ma vibrazione. La nostra tradizione ci insegna che il mondo non è stato costruito con pietre o cemento, ma attraverso il linguaggio. “In principio”, ci dice la Mishnah, il mondo fu creato con dieci espressioni (Ma’amarot). Questa radice spirituale pone la parola al centro dell’esperienza umana, trasformandola da semplice mezzo di comunicazione a strumento di creazione o, purtroppo, di distruzione, nella torre di Babele si distruggerà confondendo il linguaggio. Ma già da prima la storia della parola umana subisce una crisi profonda con Noach. D-o gli comanda di entrare nell’arca per poter salvare l’umanità. I maestri rivelano un significato più profondo: poiché Tevà in ebraico significa sia “arca” che “parola”. Entrando nel significato profondo della parola si può salvare l’umanità dalla distruzione. Quando si è entrati nella parola-arca Hashem comanda: “Tzoar taasé la-Tevà” — “Fai un’apertura per la luce nell’arca”. Il comando non era solo architettonico, era anche spirituale: “Metti una luce nelle parole che pronunci”.
Noach, pur essendo un giusto, non riuscì a illuminare le sue parole abbastanza da salvare la sua generazione. La sua “arca-parola” era chiusa, un rifugio per sé e per la sua famiglia, ma priva di quella forza intercessiva necessaria per fermare il decreto del diluvio. Noach rimase in silenzio di fronte alla distruzione altrui, e per questo la sua parola rimase chiusa potremmo dire “incirconcisa”. La Kabbalah insegna che ciò che non viene completato ritorna. Secoli dopo, un bimbo venne messo nel Nilo in una Tevà-Arca-culla. Quella stessa anima di Noach torna nel mondo sotto le spoglie di Moshe Rabbenu colui che si definì incirconciso di labbra. Il legame tra i due è nascosto in un anagramma rivelatore. Quando Moshe supplica D-o di non distruggere Israele dopo il peccato del vitello d’oro, esclama: “Mecheni na” (מחני נא) — “Cancellami, ti prego” ma salva l’umanità. Le lettere di Mecheni (מחני נא) possono essere lette anagrammate come: “Ani MiNoach” ((אני מנח, “Io provengo da Noè”. Moshe sta compiendo il Tikkun (la riparazione) di Noach. Dove Noach tacque per salvare sé stesso, Moshe offre la propria cancellazione dal Libro della Vita per salvare il popolo, questa volta si compie l’atto uguale e contrario: “distruggi me ma salva il popolo”. Il segno materiale di questo legame, l’essere “incirconciso di labbra”, non era un limite fisico, ma il peso di un’eredità spirituale che attendeva di essere liberata: la parola di Noach che doveva finalmente schiudersi. Il destino di Moshe lo porta a scontrarsi con il Faraone (Parò).
Nella linguistica ebraica, Parò (פרעה) è l’anagramma di Pe-Rà (פה רע), la “Bocca Cattiva”. L’Egitto rappresenta la schiavitù della parola: l’uso del linguaggio per manipolare, opprimere e negare la divinità. Moshe, l’uomo che balbetta nel mondo materiale ma che vibra di verità divina, distrugge il potere della Bocca Cattiva. Egli non porterà semplici leggi, ma le “Aseret Ha-Diberot”. Non chiamiamoli solo “Dieci Comandamenti”, ma “Dieci Parole”. Queste sono lo specchio sacro delle dieci espressioni con cui fu creato il mondo. Se il mondo è stato creato con la parola, esso riceve il suo scopo e la sua stabilità solo attraverso la parola della Torah. La tradizione ci insegna che solo i primi due Dibberot furono uditi direttamente dalla bocca divina, mentre gli altri furono trasmessi attraverso la voce di Moshe, ma attenzione, Moshe non “sostituisce” la voce divina, ma ne diventa il canale, il condotto, il recipiente sonoro. La Shekhinah parla, e la voce si posa sulle labbra di Moshe come luce che attraversa un vetro limpido, come uno strumento accordato che riecheggia e risuona le melodie divine attraverso una trasmissione fedele, così come il linguaggio dei maestri non cambia la Torà ne fa da eco. Una Legge Scritta che vive solo grazie a una Legge Orale. La Torah SheBe‘al Peh è la Torah che sta sulla bocca. Senza parola, la Torah resta lettera. Con la parola, diventa vita. L’ebraismo non forma solo persone osservanti, ma uomini capaci di linguaggio corretto. Un buon ebreo non è solo colui che agisce bene, ma colui che sa parlare bene: con misura, con verità, con responsabilità. Il linguaggio non è neutro: costruisce o distrugge l’anima.
Questo percorso culmina sul Monte Sinai, nel momento di Shavuot. Il nome di questa festa nasconde un altro segreto: oltre a significare “Settimane”, richiama il termine Shevuot, ovvero “Giuramenti”. Il dono della Torah fu un atto di giuramento reciproco. Israele giurò fedeltà con le parole “Na’asé ve-Nishmà” (Faremo e ascolteremo), e D-o giurò la Sua eterna vicinanza al popolo. Il giuramento è l’uso più alto della parola: è il momento in cui l’essere umano impegna la propria essenza attraverso il linguaggio, rendendo la parola solida come la roccia. Ogni giorno, tre volte al giorno, iniziamo la preghiera centrale, l’Amidà, con un verso fondamentale: “Adon-i Sefatai Tiftach…” — “Signore, apri le mie labbra”. Riconosciamo che, da soli, potremmo ancora essere prigionieri del silenzio di Noach o dell’oppressione di Parò. Chiediamo a D-o di aprire quel varco, di trasformare la nostra bocca in una Tevà (parola) illuminata dalla luce (Tzoar). In un’epoca in cui le parole sono spesso usate con leggerezza o per ferire, ricordiamo l’insegnamento della Torà: ogni parola che pronunciamo è un atto di creazione. Abbiamo il potere di portare le “Dieci Parole” nel nostro quotidiano, trasformando la nostra realtà da un deserto egiziano a un giardino di rivelazione. Che la nostra parola possa sempre essere una fonte di luce, di guarigione e di pace per tutta l’umanità.
Shabbat Shalom
