Parashat Vayeshev è, in apparenza, la parashà dei sogni. Ma in realtà è il punto in cui il sogno attraversa le generazioni, attraversa tempo e spazio. Yaakov è il primo a diventare davvero un “sognatore”. Nella scala che vede a Bet-El, capisce che la realtà non è lineare: ci sono salite e discese, angeli che salgono e scendono, momenti di luce e momenti di buio. Yaakov impara che il mondo non si giudica da un singolo fotogramma, ma da un movimento. In Vayeshev, questo dono passa al figlio. Yosef riceve il linguaggio del sogno e lo traduce e ripropone nel tempo: non solo covoni e stelle, ma più avanti vacche grasse e vacche magre, abbondanza e carestia. Yosef capisce ciò che Yaakov aveva intuito: la storia è fatta di cicli, e ciò che oggi appare discesa può essere preparazione alla salita. Per questo i Maestri vedono Yaakov e Yosef come due mondi paralleli: Yaakov, il padre, rappresenta ciò che è, o che è stato, il passato; Yosef, il figlio, rappresenta ciò che sarà, il futuro. Due sognatori, ma con sguardi uguali e diversi: uno radicato, l’altro proiettato. Insieme insegnano che il sogno non è evasione dalla realtà, ma codice segreto della storia e della vita.
E proprio perché il sogno è una dimensione potente e contemporaneamente fragile, prima di sognare lo proteggiamo. Ogni sera recitiamo la Keriat Shemà al Hamittà. I Maestri spiegano che il sonno è una “uscita parziale dell’anima”, una miniatura della morte; per questo chiediamo protezione dai mazikim, le forze che danneggiano ovvero confondono. Il sogno è un territorio permeabile, va custodito. Il sogno si rivela quindi come dinamica antitetica, fluida non cristallizzata composto da alti e bassi, quello che in fisica quantistica potremmo definire una “sovrapposizione di stati” (vedi paradosso di Schrodinger). Eppure il Talmud ci sorprende: “Kol hachalomot holchim achar hapeh” – i sogni seguono l’interpretazione. Non è ciò che accade nel sogno a determinare la sua forza, ma come lo interpreti, come lo misuri. Fin qui sembra tutto chiaro: stiamo parlando dei sogni notturni. Ma arriva un versetto che ribalta la tavola. Nel canto della redenzione è scritto: “Shir Hammaalot Beshuv Ad.nai Et shivat Tzion…Hayinu kecholmim” – Canto delle Ascensioni, quando H” ci farà tornare (alla dimensione chiamata) Tzion…
Eravamo come “Esseri Sognanti”. Non significa che abbiamo sognato, ma che credevamo di essere svegli. Ecco la grande rivelazione: il lungo sonno che chiamiamo realtà assoluta si rivelerà come un lungo sogno di scale e di vacche. Ed è qui che psicologia e Torah si stringono la mano. In psicologia si insegna che il sogno emerge quando cadono le difese dell’Io: le barriere che durante il giorno proteggono, giustificano, nascondono. Quando l’Io si abbassa, la verità interiore emerge. Così anche in questo mondo: la verità di Hashem si rivela solo quando abbassiamo le difese dell’Io, quando smettiamo di oscurare lo specchio rivelatore (speklaria hameirà), quando lasciamo che una luce più grande entri nelle crepe del nostro controllo. Ora lo Shemà si chiarisce. Se questa vita è il sogno, allora lo Shemà lo protegge. Dichiariamo: Hashem Elokenu Hashem Echad. Hashem (misericordia) ed Elokenu (giudizio) sono Echad la stessa dimensione: anche ciò che percepiamo come rigore è misericordia travestita, interpretazione non ancora decodificata del sogno. Rabbi Nachman di Breslav porta questo segreto alle estreme conseguenze.
Oggi benediciamo il bene con Hatov vehametiv e la sofferenza con Dayan HaEmet. Ma verrà un tempo in cui ci sarà una sola berachà: Hatov vehametiv la giusta interpretazione del grande sogno. Perché allora capiremo che tutto era bene: non perché non ci fosse dolore, ma perché ne vedremo il senso e la radice. Ora tutto si ricompone: così come il sogno segue l’interpretazione, così questa vita segue l’interpretazione. A questo punto potremmo ancora giocare con la mente e supporre un qualcosa che non deve generare preoccupazione ma speranza: se il sogno è una piccola morte — perché nel sonno l’anima risale — e se questa vita è un sogno…ciò che chiamiamo “morte” potrebbe essere, in realtà, il risveglio alla vita vera. Non sempre possiamo scegliere ciò che accade, ma possiamo scegliere come leggerlo. E la domanda finale non è “quando finirà il sogno”. Aspettiamo con fiducia, da millenni, anche se potrebbe ritardare, qualcuno che venga a darci il buongiorno, ma la vera domanda è: quando noi vogliamo mettere la sveglia? Forse il mattino è già iniziato, la tavola è già pronta. Sta a noi aprire gli occhi!
“Buona Giornata” e “Chalom Tov, Chalom Shalom”
Shabbat Shalom
