La nostra Parasha inizia con un dettaglio che sembra burocratico: “VeEleh Shemot” – “E questi sono i Nomi”. Rashi si ferma qui e ci scuote: i figli d’Israele vengono contati di nuovo, per Nome, per mostrare quanto siano cari davanti a Hashem. In Egitto erano diventati numeri; nella Torah tornano ad essere nomi. L’esilio comincia quando l’uomo è ridotto a cifra, a numero… tristemente ancora lo ricordiamo. La redenzione inizia quando qualcuno si ricorda come ti chiami. Subito dopo entra in scena il Faraone: “Un nuovo re sorse sull’Egitto che non conosceva Yosef”. I Maestri discutono: era davvero nuovo o faceva finta di non sapere? La risposta è amara e attuale: non era ignoranza, era rimozione. Yosef dava fastidio perché ricordava che Israele aveva salvato l’Egitto. Quando la memoria disturba, il potere sceglie l’oblio. Ogni persecuzione inizia così: non con l’odio, ma con la cancellazione della verità. Viviamo in un’epoca in cui l’omologazione è diventata una virtù: stessi pensieri, stessi slogan, stessi giudizi. Chi esce dal coro viene isolato. Chi non si allinea viene cancellato. Non conta più chi sei, ma quanto sei conforme. Non qualità, ma quantità. Non nome, ma numero. Eppure la Torà e Kadosh Baruch Hu ci insegnano a chiamare le cose con il proprio nome (Shemot), questo il segreto di un’identità solida. Quel “Ve–” iniziale, quella congiunzione apparentemente banale, è in realtà potentissima, come dicono i maestri è la congiunzione che ci lega al passato sia in senso storico sia in senso mistico.
Come insegnava il mio Maestro Rav Yehudà Kahaloun ZZ”L: quel passo ci dice che sono sempre le stesse anime. Siamo sempre noi: le anime che scesero in Egitto, le anime che soffrono, le anime che saranno redente. Cambiano le generazioni, ma non la radice. La battaglia è sempre la stessa: difendere l’identità contro la dissoluzione. Questo tema attraversa tutta la parashà. Moshe stesso riceve un nome per ciò che farà, per ciò che gli accade: “perché dalle acque lo trassi”. Nell’ebraismo ciò che ti accade non è mai casuale: è già una chiamata. Moshe è colui che ci insegna il concetto di trarre fuori – dalle acque, dalla morte, dall’Egitto, dall’esilio. Moshè cerca sé stesso e la propria identità e quando la scoprirà, sopprimerà l’egiziano con il Shem Hameforash, il nome di D.o. Il Shem Hameforash letteralmente può significare “Il Nome Esplicitato”, Il Nome chiaramente enunciato ovvero “l’espressione della propria identità”, quello che può “distruggere l’egiziano”, letto come mitzrì o anche come metzarì la mia ristrettezza, il mio esilio. Freud, affermava nel suo libro (Mosè ed il monoteismo) che “Moses” significava “il bambino”, Anonimo; il faraone era invece Ramses ovvero Ra-Moses il bambino della Avodà Zara chiamata R-a; credo che sia esattamente il contrario: Moshè è il Bambino dell’Identità non dell’Anonimato.
E non è un caso che Moshe, letto al contrario, si legga Hashem- Il Nome. Non per dire che Moshe è Hashem, ma per insegnarci che in ogni Egitto, in ogni mare, in ogni situazione, anche se burrascosa, il Nome, la Nostra Identità ci trarrà fuori da quella situazione. Leggiamo quindi un messaggio potentissimo, Kadosh Baruch Hu stesso viene chiamato Hashem, Il Nome. Questo rapporto con il Nome non nasce qui per la prima volta. Yaakov stesso, lottando con l’angelo nella notte, chiede: “Qual è il tuo nome?”. Ma il nome gli viene negato. Adamo costruirà la realtà di questo mondo dandogli il nome. Perché il nome non è un oggetto da possedere. È un’essenza da rispettare. Nel nostro nome è scritta la nostra missione, la nostra realtà.
Su questo punto risuona con forza un insegnamento celebre del Rebbe di Kotzk:
“Se io sono io, perché tu sei tu, e tu sei tu, perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu.
Ma se io sono io, perché io sono io, e tu sei tu, perché tu sei tu, allora io sono io e tu sei tu” (da leggere più e più volte). Quando l’identità nasce dall’approvazione, non è identità: è reazione. È l’uomo senza nome, l’uomo omologato, l’uomo che vive nello sguardo altrui. Questo accade tra uomo e uomo. Lo stesso concetto, applicato con Hashem assume invece valore positivo, in questo l’Halacha ci propone la via maestra: “Shivviti Hashem lenegdi tamid” – ho posto Hashem davanti a me costantemente. Quando l’uomo vive con la consapevolezza della Presenza Divina, si comporta diversamente. Non ha bisogno di imitare. Non ha bisogno di piacere. Non ha bisogno di annullarsi nella massa acritica.
Questa è l’unica identità che non entra in conflitto. L’unica che non schiaccia l’altro. L’unica che apre la strada alla redenzione. VeEleh Shemot ci insegna che la libertà nasce dal ritrovare il proprio nome. In un mondo che ama la massa, la Torà ci chiede il coraggio di essere persone. Non numeri. Non copie. Anime chiamate una per una.
Ed è proprio da qui che comincia la Geulà, la Redenzione.
Shabbat Shalom Umevorach
