(da un articolo di Rav Ari Kahn)
L’episodio principale nella parashà di Shelach Lekhà è indubbiamente legato all’invio da parte di Moshè di un gruppo di uomini per esplorare la terra di Israele. Come è noto, questi nella tradizione rabbinica vengono designati meraghelìm, sebbene la Torà non descriva mai la loro missione in questi termini. Quando ricevono l’incarico, vengono infatti chiamati semplicemente uomini. Il termine spia comparirà solamente all’inizio del libro di Devarìm, quando Moshè esamina gli eventi in retrospettiva. Il fatto che degli uomini agissero come spie era parte del problema. Il loro comportamento fu tale da giustificare un cambio di nome, una ridefinizione della loro missione a cose fatte.
Non è la prima volta che nella Torà sentiamo parlare di spie. Già nel libro di Bereshìt, in Egitto, Yosèf aveva accusato i fratelli di essere delle spie, circostanza che i fratelli negarono con veemenza. Mentre per gli esploratori abbiamo delle spie che sono chiamate uomini, con Yosèf abbiamo degli uomini che sono chiamati spie. Ma, al di là delle apparenze, potrebbero esserci delle relazioni più profonde fra i due episodi. Moshè infatti inviò dodici uomini, ma solo dieci di loro si rivelarono delle spie, perché Yehòshua’ e Kalèv non condivisero il resoconto degli altri e non furono responsabili delle tragiche conseguenze. Fra i figli di Ya’aqòv, solo dieci furono accusati di essere delle spie, poiché Yosèf e Binyiamìn non furono coinvolti.
Quale fu la colpa degli esploratori? Se analizziamo il brano in cui gli eventi vengono narrati, ci accorgeremo subito che sono presenti diverse fasi distinte. Gli esploratori infatti inizialmente descrissero la terra d’Israele in termini brillanti, mentre le caratteristiche degli abitanti erano tali da rendere la conquista impossibile. Non c’è un giudizio denigratorio nei confronti della terra di Israele, gli esploratori sottolineano un impedimento di ordine tecnico. Su questo Kalèv solleva un’obiezione: il popolo ha la capacità di conquistare la terra. Solo a questo punto gli esploratori cambiano strategia e iniziano a sparlare della terra, dicendo che è una terra che mangia i propri abitanti. Questo è il passaggio che suscita la reazione disperata del popolo con tutte le conseguenze nefaste che conosciamo, con scenari foschi come quello del ritorno in Egitto o del rovesciamento della situazione attuale. In modo significativo è questo secondo passaggio a provocare la reazione divina. Sembra che D. sia disposto ad accettare le perplessità circa la possibilità della conquista, ma non il rapporto diffamatorio sulla terra di Israele. Il termine usato è dibbà, lo stesso usato quando Yosèf riportava delle informazioni sui fratelli a Ya’aqòv. Le conseguenze per il popolo ebraico si rivelano le medesime, un periodo lungo di vagabondaggio ed esilio.
Nel testo della Torà gli esploratori che discendono da Yosèf, i rappresentanti delle tribù di Efràyim e Menashè, presentano una stranezza: Yehòshua’, il rappresentante di Efraìm, non viene collegato a Yosef, cosa che avviene invece per Gadì ben Susì, “della tribù di Yosèf della tribù di Menashè”. L’unico calunniatore fra i due viene legato a Yosèf. Ibn Ezrà indica una sottile differenza fra Yosèf e gli esploratori: quanto egli diceva al padre, pur avendo un contenuto denigratorio, era vero. Yosèf non ci mise del suo, mentre gli esploratori nel loro report avevano inventato delle informazioni rilevanti per esprimere un giudizio.
Gli esploratori, quando partirono per la propria missione lo fecero assieme, ma nelle traduzioni non emerge un aspetto importante: solo uno di loro arrivò a Chevròn. Tradizionalmente solo uno degli esploratori si diresse a Chevròn, in cerca delle proprie origini, dove erano sepolti i propri antenati, e questo era Kalèv. Kalèv andò a pregare di non essere influenzato dal consiglio degli altri esploratori. In questo modo è assolutamente evidente che gli esploratori avevano degli obiettivi differenti. Uno di loro va in cerca delle proprie origini, gli altri si erano immedesimati nella parte sin troppo bene, credevano di essere delle spie. Il popolo ebraico aveva affrontato un lungo esilio, ora il cerchio poteva considerarsi chiuso, almeno per Kalèv. Si poteva proseguire con il viaggio. La promessa ad Avrahàm prevedeva anche la conquista della terra. La fase della schiavitù e dell’esilio ormai era passata, ma come spesso avviene in queste circostanze, la paura prende il posto della speranza.
La colpa degli esploratori è quella di essersi calati troppo nel personaggio. Si avvicinarono ad Erètz Israèl con distacco, senza il desiderio di tornare alle proprie radici, senza mostrare di avere una sensibilità per il proprio destino. Hanno causato con le proprie parole paura e disperazione. Hanno mostrato di non avere fiducia in D. in Moshè, nella terra di Israele, nella storia e nel destino ebraici. Yehòshua’ e Kalèv si sono rivelati invece degli uomini. Hanno capito che la vicenda di Yosèf doveva essere ancora sanata del tutto. Hanno compreso quale sia il valore della parola. Cosa che gli altri esploratori non hanno capito, e in questo modo la storia si è ripetuta.
