La tavola è al centro della ns. casa. La parola ebraica Shulchan deriva dalla radice Shalach (“mandare, inviare”), spiega R. Bachyè commentando il fatto che uno degli arredi del Mishkan fosse proprio una tavola, perché essa attira su di noi le Berakhot che ci vengono inviate dal Cielo. “Una Berakhah non scende su una tavola vuota”, dice lo Zohar ed è questo il motivo per cui nel pomeriggio dello Shabbat allestiamo la Se’udah Shelishit: per attirare Berakhot in vista della settimana entrante. Io penso invece che “mandare” alluda alla condivisione dei ns. pasti con ospiti e bisognosi durante i giorni festivi. Secondo il versetto we-shilchù manot le-eyn nakhon lo (“e inviate porzioni di cibo a chi non ne ha la possibilità), detto da Nechemyah al popolo in occasione di Rosh ha-Shanah 444 a.E.V. allorché fu organizzata per la prima volta dopo molto tempo una lettura pubblica della Torah.
R. Bachyè riferisce il Minhag dei Chassidim di Francia di farsi il feretro con il legno della loro tavola a significare che l’unica cosa che ci portiamo dietro da questo mondo è il sostegno che abbiamo dato agli altri ospitandoli alla nostra tavola. Attenti all’egoismo. La misura minima della Sukkah è 70×70 cm. Quanto basta a far entrare la testa, il busto della persona e il suo tavolo. Alcuni Decisori ritengono che una Sukkah sprovvista di tavola non sia kesherah. Nella Mishnah Sukkah 2,7 Bet Shammay e Bet Hillel discutono sul caso in cui la Sukkah sia prospiciente a una casa e la tavola con il cibo entri dentro la casa. Per Bet Hillel è kasher, per Bet Shammay è passul perché si deve temere che la persona venga attirata dal cibo presente sulla tavola dentro la casa e qui rimanga. La Halakhah segue in questo caso il rigore di Bet Shammay, perché corrisponde alla psicologia umana.
