(dalla haggadah ‘Od Yosèf Chay, basata sugli insegnamenti di Rav Soloveitchik)
I Seder
I chakhamìm (Pesachìm 117b) hanno stabilito le quattro coppe di vino durante il Sèder, come segno di libertà. A ciascuna delle coppe è legata una mitzwà specifica, qiddùsh, haggadà, birkàt ha-mazòn, hallèl.
Questo fatto può portarci a due approcci differenti:
- Il qiddush e la birkàt ha-mazòn non presentano aspetti specifici collegati a Pèsach. Li recitiamo in tutti i giorni festivi. Gli aspetti peculiari di Pèsach sono la haggadà e l’hallèl, e i Maestri hanno “preso in prestito” qiddùsh e birkàt ha-mazòn, sebbene non siano legate a Pèsach, per completare il numero delle quattro coppe di vino.
- Durante il Sèder avviene una trasformazione particolare: il qiddùsh diviene parte integrante della narrazione dell’uscita dall’Egitto. Quando recitiamo il qiddùsh durante il Sèder, adempiamo a due mitzwòt distinte, la mitzwà generale di recitare il qiddùsh nei giorni festivi, e una più specifica come parte della narrazione dell’uscita dall’Egitto. Anche la birkat ha-mazòn presenta le due dimensioni.
Sul Qiddùsh sembra esserci una discussione fra il Tàz e il Maghèn Avrahàm, commentatori dello Shulchàn ‘Arukh. Lo Shulchàn ‘Arùkh (Orach Chayìm 472,1) stabilisce infatti che la sera di Pèsach, a differenza di quanto avviene il venerdì sera o alla vigilia degli altri mo’adìm, il Qiddùsh debba essere recitato dopo l’uscita delle stelle. Secondo il Maghèn Avrhàm il problema non è costituito dal Qiddùsh, che potrebbe essere anticipato come nelle altre occasioni, ma dal fatto che la coppa del qiddush è la prima delle quattro del Sèder, che devono essere bevute dopo il tramonto. Secondo questa visione, sarebbe ammissibile recitare il qiddùsh poco prima del tramonto e bere il vino subito dopo per mettere in pratica la mitzwà.
Il Taz non è d’accordo con questo punto di vista. Il Qiddùsh deve essere infatti recitato in un momento in cui vige già l’obbligo di mangiare il Qorbàn Pèsach (quando c’era il santuario), matzà e maròr, quindi quando è già sera.
Uno degli ingredienti fondamentali della haggadà è, secondo la ghemarà nel trattato di Pesachìm, che si inizi con biasimo e si termini con la lode. Rambàm (Hilkhòt chamètz umatzà 7,4) dice che ci si riferisce a biasimo e lode del popolo di Israele: da figli di Tèrach che eravamo, siamo stati scelti da D. e abbiamo ricevuto la Torà. Il concetto di scelta e dono della Torà compaiono nel qiddùsh, che è quindi parte integrante della narrazione dell’uscita dall’Egitto. La stessa logica viene applicata alla birkàt ha-mazòn: è possibile dire che l’uscita dall’Egitto è menzionata nella seconda benedizione (nodè lekhà), ma è possibile dire anche che vi sia un riferimento alla parashà di Waerà. Le quattro espressioni di redenzione contenute danno origine alle quattro coppe di vino, ma vi è una quinta espressione (vi porterò nella terra) che non ha una coppa corrispondente. Stranamente questo aspetto, presente nel testo della Torà, non è ricordato nella haggadà, se non nella birkàt ha-mazòn. Nella birkàt ha-mazòn sarebbe pertanto accennata la quinta coppa di vino, che corrisponde alla quinta espressione di redenzione.
