Quando le acque del Diluvio cominciano a ritirarsi, Noach apre la finestra dell’arca e invia un corvo, poi una colomba, per verificare se la terra sia nuovamente abitabile. Ma perché scegliere proprio questi due uccelli? E soprattutto, Noach cercava soltanto una terra asciutta o anche un mondo moralmente pronto ad accogliere una nuova generazione?
La Ghemarà racconta un episodio sorprendente. Quando Noach invia il corvo, questi protesta: «Il tuo Signore mi odia e anche tu mi odi!». Gli animali impuri erano entrati nell’arca in una sola coppia: mandarlo fuori significava rischiare l’estinzione della sua specie. Ma il corvo, descritto dai maestri come un animale crudele addirittura con i suoi piccoli, arriva addirittura a sospettare che Noach voglia impossessarsi della sua compagna! Dietro questo curioso dialogo possiamo riconoscere un meccanismo psicologico: la proiezione. Il corvo, pur manifestando una preoccupazione comprensibile, attribuisce a Noach intenzioni perverse senza conoscerle. È l’immagine dell’uomo che interpreta il prossimo attraverso le proprie paure, trasformando il sospetto in certezza. La Mishnà insegna: «Giudica ogni persona favorevolmente». Quanto possono ingannarci le apparenze! La Ghemarà racconta che Rabbì Meir, ricercato dai Romani, si rifugiò in un postribolo. I suoi inseguitori, vedendolo in un luogo tanto sconveniente, non credettero che potesse essere lui, ignorando le circostanze del suo comportamento.
Quanto è importante anche saper indagare bene il Maarit Ain, l’apparenza. Quanto è facile giudicare senza conoscere! Rav Metzgher propone una suggestiva interpretazione: Noach avrebbe inviato proprio il corvo, simbolicamente legato all’impurità, per verificare se il mondo fosse stato purificato anche dalla corruzione morale. Secondo questa lettura, ciò che è impuro tende a essere attratto dall’impurità, così come ciò che è puro dalla purezza: se il corvo fosse rimasto fuori, attratto dalla corruzione ancora presente, Noach avrebbe compreso che il mondo non era spiritualmente risanato. Desiderava conoscere l’ambiente nel quale avrebbe educato i propri figli. Il Rambam insegna che l’uomo viene naturalmente influenzato dalle idee e dai comportamenti delle persone che frequenta. Non sorprende allora che Yaakov, prima di trasferirsi in Egitto, mandi Yehudà a predisporre un Bet Midrash, una casa di studio della Torà. Ma siamo soltanto il prodotto dell’ambiente, oppure possiamo anche trasformarlo? Dopo il corvo, Noach invia una colomba. Questa ritorna con una foglia d’ulivo, che diventerà simbolo universale della pace. Il corvo rappresenta il sospetto che crea divisioni; la colomba la fiducia che porta alla pace. Ma il simbolo più affascinante appare dopo il Diluvio: l’arcobaleno.
È un segno positivo oppure negativo? La Ghemarà racconta che Rabbì Yehoshua ben Levi, giunto nel Gan Eden, incontrò Rabbì Shimon bar Yochai, che gli domandò se durante la sua vita fosse apparso l’arcobaleno. Rispose di sì, per modestia, benché non fosse mai apparso: il merito di uno Tzaddik aveva protetto la sua generazione. L’arcobaleno può dunque ricordarci che l’umanità non si comporta poi così bene e necessita della misericordia divina. Ma, contemporaneamente, rappresenta la promessa di Hashem di non distruggere più il mondo con un Diluvio. Lo stesso arcobaleno può essere letto come segno del giudizio oppure della misericordia. Non cambia l’arcobaleno: cambia il nostro sguardo. E significativamente la Halachà, quando lo vediamo, ci prescrive una benedizione che celebra la fedeltà di Hashem al Suo patto.
Rav Metzgher, citando Rabbì Yosef Nechemia Kornitzer, collega tutto questo all’insegnamento di Hillel: Ohev Shalom veRodef Shalom, «Ama la pace e persegui la pace». Amare la pace significa prevenire la discordia; perseguirla significa ricomporla quando è già nata. Ecco la nostra responsabilità: non soltanto scegliere ambienti moralmente sani, ma contribuire a crearli, a partire dal modo in cui guardiamo e giudichiamo il prossimo. Il corvo ci insegna quanto sia facile sospettare, la colomba quanto sia prezioso fidarsi, l’arcobaleno quanto sia importante riconoscere la misericordia anche nel giudizio. Non siamo soltanto figli dell’ambiente in cui viviamo: siamo anche artefici del mondo che lasceremo ai nostri figli. E forse la pace più grande non consiste nel trovare un arcobaleno dopo la tempesta, ma nel diventare noi stessi persone capaci di impedire che quella tempesta abbia inizio.
Shabbat SHALOM
