Basata sul commento Ben Ish Chai – Halakhot Shanà Rishonà
Nella Parashat Naso incontriamo la fonte della benedizione sacerdotale, la Birkat Kohanim, una formula sacra composta esattamente da quindici parole. Il Ben Ish Chai, nel suo commento alla Parashà, mette in relazione la struttura della Parola divina con l’anatomia stessa dell’essere umano. Nelle dita delle mani vi sono complessivamente quattrodici falangi (lo stesso valore numerico della parola Yad-Mano), un numero che corrisponde alle prime quattrodici parole della benedizione, ma che lascia l’uomo privo di un corrispettivo fisico per la quindicesima parola, la più alta e riassuntiva: “Shalom”, la pace. Per colmare questa mancanza strutturale e permettere la ricezione della pienezza divina, i nostri Saggi hanno istituito l’uso del calice della benedizione, elevandolo a quindicesimo elemento necessario. Questa intuizione permette di reinterpretare la celebre massima della Mishnà secondo cui il Santo, Benedetto Egli sia, non ha trovato un contenitore (keli) capace di contenere la benedizione per Israele se non la pace. Il termine keli, lungi dall’essere una metafora astratta, si riferisce precisamente al calice halachico, il quale diventa lo strumento reale che attira e stabilizza lo Shalom.
Per fungere da vero strumento di concordia, il calice deve sottostare a precise normative, le quali prescrivono che esso richieda il risciacquo interno e il lavaggio esterno, e che non debba mai essere scheggiato o difettoso (pagum). Lo Shalom condivide la stessa radice semantica della parola Shlemut, che significa completezza e integrità. Un calice pagum, ossia danneggiato o incompleto, non può canalizzare la pace poiché manifesta visivamente una rottura o una mancanza. Il risciacquo interno ed esterno simboleggia la purificazione totale necessaria per la stabilità relazionale, dove l’apparenza esteriore deve coincidere con la purezza dei sentimenti interiori (Tochò Kevarò il dentro come il fuori-cfr Berachot 28a ). Questa completezza relazionale viene evidenziata dalla dinamica stessa dell’unificazione delle mani al bicchiere: le quattrodici falangi delle nostre mani tracciano i confini fisici del nostro Io. Ma per afferrare la quindicesima parola, lo Shalom, la nostra stessa anatomia si scopre insufficiente, insegnandoci che la vera pace non può mai essere generata nel perimetro isolato del proprio ego. Per raggiungere la completezza, l’uomo è chiamato a compiere un passo verso l’esterno, stringendo un oggetto estraneo alla sua biologia: il Kos, il calice, ciò che potrebbe rappresentare lo spazio sacro dell’Altro. La pace non è costituita da un’autosufficienza, ma un punto di fine equilibrio dove le nostre quattrodici falangi (l’Io) accettano di sostenere e fare spazio a ciò che è fuori di noi (l’Altro), fondendosi in un unico contenitore integro, capace di trattenere la benedizione dell’Altissimo. Tutta questa dinamica mi fa pensare al matrimonio, e, in senso più esteso alla società e socialità, al fatto che “non è bene per l’essere umano (adam) essere solo”. Non è scritto “Ish”, uomo, ma Adam, essere umano; “Farò un aiuto contro di lui” o “per lui”… la frase in ebraico non cambia-Ezer Keneghdò: il “contro” di fatto è anche “per” lui, per equilibrare i confini dell’ego. All’interno di questo contenitore integro viene versato il vino, l’elemento che per eccellenza rappresenta la gioia e la coesione, poiché “il vino allieta il cuore dell’uomo” e permette di rivelare la verità nascosta, i nostri sentimenti più intimi e sinceri.
Il Ben Ish Chai amplia questa rete di corrispondenze macrocosmiche calcolando il numero dei pasti settimanali: nei sei giorni feriali l’uomo consuma dodici pasti (secondo i maestri la misura minima sono due pasti al giorno), ma l’avvento dello Shabbat introduce l’obbligo di tre pasti completi, portando la somma complessiva della settimana a quindici. Il quindicesimo pasto, la Seudah Shlishit, corrisponde alla parola Shalom, svelando il motivo per cui l’intera giornata riceve il titolo di Shabbat Shalom (non si dice, Pesach Shalom o Shavuot Shalom e così via, ma solo Shabbat Shalom). I maestri del Talmud affermano che i saggi moltiplicano la pace nel mondo (Marbim Shalom Baolam). Il Ben Ish Chai spiega che questa moltiplicazione avviene attraverso l’istituzione del calice di vino in ogni momento cardine dell’esistenza ebraica, come il Kiddush, la Havdalah, la Birkat HaMazon, i fidanzamenti, i matrimoni e la circoncisione. In ciascuno di questi eventi, i Saggi ripristinano il nesso con la quindicesima parola della benedizione sacerdotale, immettendo la stabilità dello Shalom laddove le sole forze umane si fermerebbero al livello quattordici. Infine, l’Halachà richiede uno sforzo nell’adempimento di questa Mitzvah: l’uomo è tenuto a bere il vino dei calici rituali anche quando non ne trae un diletto immediato o quando il sapore non gli risulta gradito (vedi Hilchot Pesach O.H.472). Ciò insegna che lo shalom non può essere affidato solo ed esclusivamente al nostro senso di piacere. La pace duratura nasce invece dalla fedeltà a valori e impegni che trascendono il semplice tornaconto personale. Quando l’uomo sa andare oltre le proprie preferenze del momento per aderire alla volontà divina, egli realizza quell’armonia tra Terra e Cielo, tra sé e il suo prossimo, ciò che il calice della benedizione è chiamato a rappresentare.
A questo punto non rimane che augurarsi…Shabbat SHALOM!
