“Se compri uno servo ebreo, egli ti servirà per sei anni; ma il settimo se ne andrà libero, senza pagare nulla” (Esodo 21:12) La prima norma che appartiene alla categoria dei Mishapatim, le norme di diritto civile e penale della Torah, che incontriamo nella lettura di questa settimana, è quella dell’“Eved Ivri”, il servo ebreo. Nei tempi antichi, c’erano certe situazioni in cui una persona che cadeva in difficoltà finanziarie si vendeva come servo. La Torah sancisce che il padrone deve liberare il servo dopo sei anni.
Tuttavia, se il servo dice che gli piace l’accordo ed è felice con il suo padrone, allora può rimanere. In tal caso, dice la Torah, il padrone deve praticare un foro nell’orecchio del servo.
Commentando il verso citato, Rashy (Rabbi Shelomo Ytzchaqy, 1040-1105) spiega che questo atto si deve intendere come una punizione per il servo. Il Signore ha proclamato sul monte Sinai che i figli d’Israele sono servi solo di Dio e non di altri esseri umani. E il servo, nonostante abbia sentito questa dichiarazione, quando decide di rimanere in schiavitù, rifiuta quel messaggio di libertà e così, l’orecchio che udì quella proclamazione, deve essere trafitto.
Rashy, ci vuole insegnare qualcosa di eccezionalmente profondo ed estremamente rilevante per ognuno di noi. Ci dice che non ci è permesso diventare “schiavi” di nessuno o di niente altro che il Signore. A niente e nessuno è mai permesso di prendere il controllo di noi.
Per sviluppare ulteriormente questo punto, esaminiamo un affascinante commento del Midrash riguardo la creazione di Adamo. Il Midrash afferma che quando Adamo fu creato, aveva la capacità di vedere “misof aolam wead sofò”, da un capo all’altro del mondo. Ciò significa che l’essere umano è creato con grandi capacità, il nostro potenziale è molto più grande di quanto possiamo mai immaginare. Quando osserviamo le straordinarie creazioni e invenzioni che gli esseri umani hanno ideato, piuttosto che dubitare di chissà quale complotto, possiamo renderci conto che, in realtà, le persone sono capaci di molto di più. Ciò che ci limita, che ci impedisce di massimizzare questo vasto potenziale, è la nostra “schiavitù” alle assurdità. Diventiamo asserviti a cose che non valgono nulla, che non hanno alcun valore, ma che in qualche modo ci tengono nella loro morsa e ci impediscono di raggiungere tutto ciò di cui saremmo capaci.
E questo non è mai stato più vero di oggi.
Affinché l’industria dell’intrattenimento si sostenga, deve avere enormi profitti e l’unico modo in cui può farlo è “schiavizzandoci”. Si investono enormi quantità di tempo, denaro, personale e ingegno per far sembrare importanti le assurdità. Che si tratti di sport, film, serie televisive o cultura delle celebrità, c’è uno sforzo concentrato per attirarci, catturare la nostra attenzione, interessarci a delle assurdità assurde. Una persona che prende il telefono per inviare un messaggio importante o per una chiamata di lavoro, poi finisce per passare un’ora, o più, a guardare tutti i tipi di social, videoclip, meme e altri media che non fanno assolutamente nulla per lui. Senza accorgersene, di diventa schiavi di un sistema che ha bisogno della nostra attenzione per avere profitto.
Ecco che la Torah ci chiede di ricordarci che siamo molto più grandi di questo. Siamo esseri umani, dotati dell’immagine divina, e siamo ebrei, membri della nazione speciale scelta dal Signore, a cui ha affidato una missione speciale. E per farlo, per non perdere la consapevolezza di essere illustri e importanti, capaci di grandezza e di realizzare cose straordinarie, dobbiamo non “venderci come schiavi” distolti da cose che non contano affatto e che non hanno alcun valore.
Naturalmente, abbiamo tutti bisogno di un po’ di svago nelle nostre vite. Non c’è niente di male in un po’ di divertimento, qualche risata e qualche distrazione. Ma, come ci insegna la Torah questa settimana, il problema è quando diventiamo schiavi dell’intrattenimento, quando prende il sopravvento sulle nostre vite e ci allontana dalle cose che sono veramente rilevanti e fondamentali nella nostra vita.
Il Talmud (Sukkah 52a) insegna che alle fine dei tempi, i peccatori vedranno lo yetzer hara, l’inclinazione al male che li ha portati a peccare, e apparirà loro come un minuscolo filo di capelli. Saranno quindi sopraffatti dalla vergogna e dal rimpianto, chiedendosi come siano stati soggiogati da qualcosa di così piccolo e minuscolo. Questa è esattamente la strategia dell’inclinazione al male: far sembrare un “filo di capelli” grande, importante, formidabile, degno del nostro tempo e della nostra attenzione. Nel Mondo futuro vedremo come tante cose a cui eravamo subordinati, a cui abbiamo permesso di consumare il nostro tempo e le nostre menti, erano in realtà solo un “capello”, così insignificante, così poco importante, così privo di valore.
Non aspettiamo quel tempo apocalittico, cerchiamo già ora la chiarezza per identificare l’insensatezza, per riconoscere le assurdità che ci circondano e non lasciare che ci distolgano dalla nostra vera ragione di vita, Shabbat Shalom.
