L’Islam è ricco di storie, tradizioni, figure e idee ebraiche, che testimoniano tutte la profonda influenza esercitata su Maometto dalle tribù ebraiche dell’Arabia. Che cosa ne è stato di loro?
Maia Zelkha – TabletMag – 16 ottobre 2026
Nel 628 d.C., una giovane ebrea fu fatta prigioniera dopo la sconfitta della sua tribù per mano dei musulmani nella battaglia di Khaybar, nell’Arabia settentrionale. Sua madre era morta, così come suo padre, suo marito, suo fratello e suo zio. Anni prima, la sua tribù, i Banu Nadir, era stata espulsa da Medina, un tempo la più potente tribù ebraica d’Arabia e l’ultima presenza ebraica sovrana rimasta nella penisola. Ora, a Khaybar, la giovane si trovava di fronte a una scelta drammatica: convertirsi all’Islam e sposare il profeta Maometto, oppure rimanere ebrea e tornare da ciò che restava del suo popolo.
La giovane donna in questione era una vedova bella e di alto rango sociale, figlia del precedente capo della tribù, acerrimo nemico di Maometto. Si chiamava Safiyya bint Huyayy ed è venerata nell’Islam come la moglie ebrea di Maometto.
Poche settimane prima, circa 1.400 combattenti musulmani avevano lanciato un attacco a sorpresa contro le fortezze di Khaybar, trascinando ancora una volta i Banu Nadir in un conflitto. Le altre due principali tribù ebraiche dell’Arabia, i Banu Qurayza e i Banu Qaynuqa, erano già state massacrate o espulse. Gli stessi Banu Nadir erano considerevolmente indeboliti: il loro capo, Abu Rafi, era stato assassinato dai musulmani un anno prima, durante una festività ebraica. Non erano preparati ad affrontare un conflitto di quelle dimensioni. Come se non bastasse, i loro alleati arabi, i Ghatafan, non vennero mai in loro soccorso. Si erano diffuse voci secondo cui i musulmani avrebbero attaccato proprio loro in seguito. Il timore per le proprie case e le proprie famiglie spinse molti a tornare indietro. Le forze di Maometto avevano inoltre provveduto a interrompere la via di comunicazione tra i Ghatafan e Khaybar, precludendo definitivamente anche questa possibilità. I Banu Nadir furono lasciati soli ad affrontare l’esercito musulmano.
Soltanto sei anni prima della battaglia di Khaybar, Maometto era giunto dalla Mecca a Medina portando con sé un nuovo e radicale ordine sociale e, secondo quanto affermava, la parola di Dio. Sebbene le principali tribù ebraiche avessero sottoscritto con i musulmani un accordo di non belligeranza, ben presto scoppiarono diversi conflitti e si verificarono espulsioni, motivati da presunte violazioni degli accordi da parte degli ebrei. Nel disperato tentativo di liberarsi una volta per tutte di Maometto, il padre di Safiyya guidò un colpo di Stato insieme ai Banu Qurayza. Quando il tentativo fallì, lui e i Banu Qurayza furono annientati: tutti gli uomini che avevano superato la pubertà vennero decapitati nella piazza del mercato, mentre donne e bambini furono venduti come schiavi.
Appena un anno dopo, suo fratello e suo zio sarebbero stati uccisi nella battaglia di Khaybar. Al termine dello scontro, le donne, i cavalli e le armi dei Banu Nadir furono distribuiti tra i musulmani come bottino di guerra. Suo marito, Kinana, venne torturato a morte dai musulmani con ferri roventi perché si rifiutava di rivelare dove avesse nascosto il tesoro della tribù. La quantità di ricchezze e armi sottratte alla tribù fu tale che Ibn Umar, uno dei primi compagni del Profeta, avrebbe ricordato in seguito: «Non abbiamo mai mangiato fino a saziarci prima di aver conquistato Khaybar!». Gli ebrei di Khaybar che sopravvissero divennero lavoratori agricoli dhimmi, sottoposti all’autorità musulmana. Quando Safiyya fu fatta prigioniera, venne inizialmente assegnata a Dihya al-Kalbi, uno dei compagni di Maometto. Ma, quando gli altri uomini del Profeta vennero a conoscenza della sua bellezza e della sua posizione sociale, si decise che dovesse essere condotta direttamente da Maometto.
La stessa esistenza degli ebrei costringe l’Islam a spiegare sé stesso.
Chi erano questi ebrei e da dove provenivano? Come mai oggi tanti ebrei ignorano persino la loro esistenza? E quanto della loro storia, delle loro convinzioni e della loro identità siamo in grado di ricostruire? Molti ebrei non sanno che il profeta Maometto aveva una moglie ebrea. Il suo nome non dice quasi nulla alla maggior parte degli ebrei, nonostante l’importanza storica e culturale che lei e gli ebrei d’Arabia rivestono. Eppure, innumerevoli donne musulmane portano il nome di Safiyya. Nell’Islam è una figura profondamente amata, umm al-mu’minin, «madre dei credenti», entrata a far parte delle fondamenta stesse della civiltà islamica, pur non essendo una figura di primo piano al suo interno. In qualche modo, i musulmani conoscono questa parte della nostra storia assai meglio di noi ebrei: gli episodi che coinvolgono gli ebrei d’Arabia svolgono un ruolo significativo nella loro teologia, nelle loro leggi e nelle loro narrazioni, mentre per noi sono quasi completamente scomparsi.
Se accettiamo le fonti senza sottoporle a un esame critico, la scelta di Safiyya di sposare Maometto non è difficile da comprendere, se consideriamo le realtà sociali dell’epoca. In passato, il matrimonio non era necessariamente una questione di amore romantico o di scelta personale. Soprattutto in tempo di guerra, sposarsi, anche sotto coercizione, poteva rappresentare per una donna una possibilità ragionevole di ottenere almeno una parvenza di dignità, protezione e sicurezza, in particolare quando non poteva più contare sulla tutela di alcun familiare maschio. Safiyya era una prigioniera appartenente al popolo sconfitto, priva di mezzi autonomi di sostentamento e di protezione maschile. Alcune interpretazioni islamiche moderne sembrano riconoscere questa realtà, e il matrimonio con lei viene presentato come un atto di misericordia e compassione da parte di Maometto.
Esiste tuttavia una leggenda devozionale, conservata nelle biografie islamiche di Maometto del IX e X secolo, che mira a dimostrare come Safiyya fosse destinata a lui per volontà divina. Al termine della battaglia di Khaybar, Maometto notò un livido sul suo viso e le chiese da dove provenisse. Safiyya raccontò allora un sogno che aveva fatto quando era ancora sposata con Kinana: aveva sognato che la luna le era caduta in grembo. Quando ne aveva parlato al marito, questi l’aveva accusata di «desiderare il re dell’Hijaz» e l’aveva colpita al volto con tale violenza da lasciarle un segno. Poiché la tradizione islamica associa frequentemente il profeta Maometto allo splendore della luna, i commentatori musulmani successivi interpretarono il sogno come un chiaro presagio del fatto che Safiyya sarebbe diventata la moglie del Profeta.
Un’altra storia, tramandata dal primo storico musulmano Ibn Ishaq, racconta la prima volta in cui Safiyya venne a sapere dell’esistenza di Maometto. Quando era ancora bambina, molto prima che la sua tribù fosse espulsa da Medina, giunse la notizia che Maometto era arrivato in città, dichiarando di essere un profeta. Suo padre, Huyayy, andò a incontrarlo prima dell’alba, ma quando tornò quella sera aveva il volto pallido per la paura. Suo zio gli domandò sottovoce: «Sei sicuro che fosse proprio lui?». Quando il padre lo confermò, gli chiese quale sentimento provasse nei suoi confronti. «Odio, per Dio, finché vivrò», avrebbe risposto Huyayy. La storia si accorda perfettamente con i versetti coranici che descrivono i capi ebrei come coloro che «lo riconoscono [Maometto come Profeta] come riconoscono i propri figli», e tuttavia «respingono la verità per invidia». Esiste una grande quantità di racconti su Safiyya e sugli ebrei d’Arabia elaborati per rispondere alle esigenze della prima comunità musulmana.
Racconti come questi mettono in luce una delle maggiori difficoltà nella ricostruzione della vita degli ebrei d’Arabia. Essi occupano spesso un posto centrale nelle fonti che ne conservano la memoria, ma chiunque li studi finisce per incontrarli esclusivamente attraverso una prospettiva islamica. Poiché tutto ciò che sappiamo di loro durante l’ascesa dell’Islam proviene dai testi islamici, la maggior parte delle narrazioni che li riguardano anticipa o conferma l’imminente arrivo del profeta Maometto. La loro soggettività viene svuotata, e i testi lasciano ampiamente in ombra il modo in cui essi stessi comprendevano i rivolgimenti che li circondavano.
Eppure, gli ebrei dell’Arabia del VII secolo non interpretavano certamente sé stessi attraverso gli avvenimenti legati all’Islam. Si comprendevano e si definivano esclusivamente come ebrei, sulla base di un’ascendenza comune, delle proprie leggi, dei sistemi giuridici interni e delle alleanze. Molti di loro erano studiosi e guide spirituali, tra cui il padre di Safiyya. Per loro, l’identità ebraica costituiva un’identità sociale complessiva, che abbracciava la discendenza, il governo e i legami di parentela. Si concepivano in questi termini e funzionavano come vere e proprie civiltà in miniatura. Se Safiyya avesse raccontato agli anziani della sua tribù il sogno della luna, forse lo avrebbero interpretato da una prospettiva ebraica, radicalmente diversa da quella musulmana. Dopotutto, anche la luna è un simbolo del popolo d’Israele, soprattutto per il suo continuo crescere e diminuire.
Contrariamente, inoltre, alla visione islamica della jahiliyya — lo stato di ignoranza e barbarie in cui, secondo tale prospettiva, si trovava l’Arabia prima della rivelazione dell’Islam —, l’Arabia preislamica era un luogo pervaso dalla presenza del divino. Ebrei, cristiani, zoroastriani e arabi pagani erano profondamente radicati nella regione, ciascuno con le proprie divinità, pratiche di culto, festività e tradizioni. Gli ebrei erano i più sviluppati e alfabetizzati tra questi gruppi. Le tribù ebraiche di Medina svolgevano inoltre un ruolo centrale nella diffusione dell’alfabetizzazione, insegnando regolarmente ai membri delle proprie comunità e alle tribù arabe vicine a leggere e scrivere in ebraico, aramaico e arabo. Una storia celebre riguarda Zayd ibn Thabit, un giovane appartenente alla tribù dei Banu Najjar, che sarebbe diventato in seguito lo scriba di fiducia del profeta Maometto. Una volta, quando Maometto vide un ebreo con «due lunghi riccioli laterali», un’acconciatura tipicamente ebraica e considerata «straniera» in Arabia, ordinò a Zayd di imparare l’ebraico, affinché potesse leggere e scrivere autonomamente la corrispondenza tra il Profeta e gli ebrei. Non vi è dubbio che i suoi insegnanti fossero ebrei. Essi esercitavano una notevole influenza culturale sulla società medinese.
Gli ebrei d’Arabia erano inoltre proprietari terrieri, guerrieri, poeti, rabbini, agricoltori, mercanti e giudici. Gestivano attività commerciali e fondavano case di studio. Erano in contatto con gli altri grandi centri religiosi ebraici della Babilonia e della Palestina, ma, come accadde alla maggior parte delle comunità ebraiche della diaspora, svilupparono varianti proprie nelle credenze e nelle pratiche religiose. Gli ebrei d’Arabia nutrivano un forte interesse per il misticismo e il Giorno del Giudizio, soprattutto nei periodi di difficoltà. Come in molte altre comunità ebraiche dell’epoca, la vita ebraica nell’Arabia del VII secolo era ricca di misticismo della Merkavah. Secondo A History of the Jews in Arabia di Gordon Newby, gli ebrei d’Arabia avevano elaborato interpretazioni proprie dei racconti biblici relativi a Noè, Metatron ed Enoch, oltre a nutrire un profondo interesse per la magia, gli angeli e i demoni, gli incantesimi, le pozioni e gli amuleti. Gli ebrei più anziani, oltre a portare lunghi riccioli laterali, tendevano a lasciare senza tintura la barba e i capelli grigi, mentre i musulmani erano incoraggiati a usare l’henné o altri coloranti per distinguersi da loro. Si sapeva inoltre che questi ebrei si toglievano i sandali durante la preghiera, mentre i primi musulmani erano incoraggiati a pregare indossandoli, proprio per differenziarsi da loro.
Possiamo immaginare Safiyya crescere in questo mondo: forse ascoltava di nascosto suo padre durante le importanti riunioni tribali, oppure sedeva intorno al fuoco con gli altri bambini mentre zie e zii raccontavano le storie bibliche del Diluvio, della divisione del mare e della liberazione degli schiavi ebrei dall’Egitto. Da piccolissima, prima ancora di imparare a parlare, potrebbe aver indossato amuleti protettivi con iscrizioni in ebraico. Mercanti ebrei provenienti da terre lontane come lo Yemen, la Persia e la Babilonia potrebbero aver visitato la sua comunità e persino condiviso con la sua famiglia un pasto di Shabbat. In tal caso, probabilmente conversavano in aramaico o in ebraico, lingue capaci di superare le barriere linguistiche. Nella vita quotidiana, gli ebrei di Medina parlavano arabo, ma possedevano anche dialetti distintivi. Gli studiosi dell’antichità fanno riferimento a una «lingua ebraica» parlata dagli ebrei d’Arabia, diversa dall’ebraico propriamente detto, che probabilmente era un dialetto ebraico dell’arabo.
Il dialetto arabo degli ebrei, così come viene registrato nelle fonti islamiche, è generalmente descritto in modo neutrale, ma talvolta nasconde un sottotesto di diffidenza. È celebre il racconto di un gruppo di ebrei che salutò il Profeta modificando sottilmente le parole arabe per insultarlo: invece di al-salamu alaykum, «la pace sia su di voi», dissero al-samu alaykum, «la morte sia su di voi».
Sappiamo che gli ebrei d’Arabia erano profondamente religiosi. La spiritualità costituiva, in effetti, il centro della loro esistenza. Seguivano il calendario ebraico, osservavano Yom Kippur e digiunavano ad Ashura per commemorare la salvezza degli Israeliti dal faraone per opera di Dio. Si trattava con ogni probabilità di una tradizione specifica degli ebrei d’Arabia di quell’epoca, poiché non corrisponde ad alcuna pratica biblica o rabbinica conosciuta; in seguito, tuttavia, l’Islam l’avrebbe adottata da loro. È probabile che Safiyya digiunasse insieme alla sua comunità in queste giornate sacre, raccogliendosi in una preghiera profonda e chiedendo a Dio perdono e misericordia.
Secondo Newby, è molto probabile che gli ebrei d’Arabia si considerassero superiori ai loro vicini arabi per via del loro legame con la Bibbia. Il celebre Samaw’al ibn Adiya, nonno materno di Safiyya, scrisse in una delle sue numerose poesie, dedicate a temi che spaziavano dalla guerra all’amore, da Dio alla religione: «Non siamo forse il popolo del Santuario, sul quale scesero le nubi che lo ripararono durante tutto il cammino?». Il Tempio di Gerusalemme era il loro centro spirituale, verso il quale si rivolgevano quando pregavano tre volte al giorno. A ciò si aggiungevano il viaggio dall’Egitto e il racconto della Torà relativo alla straordinaria nube che li aveva protetti fino all’arrivo nella Terra Promessa, riparandoli dal caldo implacabile e fungendo al tempo stesso da guida e da difesa contro i nemici. Queste storie e tradizioni dovevano infondere grande orgoglio negli ebrei d’Arabia; unite ai loro successi agricoli, non potevano che rafforzare la percezione che avevano della propria posizione privilegiata.
I testi sacri islamici si confrontano in misura straordinaria con concetti ebraici, idee che precedevano storicamente l’Islam ed erano già pienamente sviluppate nell’ebraismo.
Gli ebrei d’Arabia nutrivano dunque una profonda venerazione e un grande rispetto per le proprie leggi ebraiche. Tra le interpretazioni più rigorose della legge vi erano quelle relative alla purezza familiare: durante le mestruazioni, le donne venivano completamente separate dal resto della famiglia; non mangiavano con gli altri, non toccavano gli utensili e non rimanevano neppure nello stesso ambiente. Lo sappiamo perché i musulmani notarono questa pratica e interrogarono il Profeta, il quale confermò che, tra gli ebrei, quando una donna aveva le mestruazioni, gli altri non mangiavano né vivevano con lei nella stessa casa. Possiamo immaginare che, prima del suo primo matrimonio, Safiyya fosse stata istruita da sua madre su tutte le questioni relative all’intimità coniugale secondo la tradizione ebraica e sulle modalità di immersione nella mikveh, elemento fondamentale di ogni comunità ebraica nel corso della storia. È persino probabile che, quando incontrò Maometto, Safiyya coprisse già i capelli in pubblico, come era richiesto alle donne ebree sposate.
Senza dubbio, ogni settimana preparava lo Shabbat e accendeva le candele ogni venerdì sera. Per gli ebrei d’Arabia, lo Shabbat era sacro e inviolabile. Poco prima della distruzione dei Banu Qurayza, uno dei capi della tribù assediata, nella quale venne giustiziato anche il padre di Safiyya, prese brevemente in considerazione la possibilità di violare il Sabato per lanciare un attacco a sorpresa contro Maometto e i suoi combattenti. L’idea fu categoricamente respinta da tutti. Preferirono affrontare una morte certa piuttosto che trasgredire lo Shabbat.
Un’altra possibilità presa in considerazione, invece di convertirsi all’Islam o essere ridotti in schiavitù, fu quella di uccidere le proprie mogli e i propri figli prima di combattere fino alla morte. Anche questa proposta venne respinta. Tuttavia, secondo lo storico M.J. Kister, è molto probabile che l’idea di un suicidio collettivo dopo l’uccisione dei familiari fosse ispirata alla lotta degli antenati ebrei a Masada. Come minimo, i discendenti degli ebrei fuggiti in Arabia dopo le guerre giudaiche sovrapposero i dettagli dell’assedio di Masada al racconto dell’assedio dei Banu Qurayza. Gli ebrei d’Arabia non erano isolati dal più ampio mondo ebraico, né dalla storia della civiltà dalla quale ritenevano di discendere.
Le modalità con cui gli ebrei arrivarono per la prima volta in Arabia sono ancora oggetto di dibattito, ma la maggior parte delle tradizioni, sia islamiche sia accademiche, riconduce il loro arrivo a diverse ondate migratorie dalla Giudea e dal Levante. Alcuni potrebbero essere giunti in Arabia dopo l’esilio babilonese del VI secolo a.C. e avervi stabilito la propria dimora. Altri probabilmente si spostarono verso sud dopo la distruzione del Secondo Tempio da parte dei Romani, nel 70 d.C., unendosi alle comunità che da tempo vivevano nella regione. Il celebre storico islamico al-Sam’ani scrive che il nome dei Banu Nadir derivava dal loro antenato al-Nazir, un israelita associato a una condizione ascetica, che aveva giurato di non bere vino, non tagliarsi i capelli e non entrare in contatto con tombe o cadaveri, per non diventare impuro. Forse era un giudeo emigrato dalla Giudea all’Arabia durante uno dei grandi sconvolgimenti che dispersero il popolo ebraico. Se non dopo la distruzione del Secondo Tempio, forse in seguito alla rivolta di Bar Kokhba, avvenuta sei decenni più tardi.
Questo Nazir doveva essere un sacerdote del Tempio, perché tutta la tribù di Safiyya, così come i suoi genitori, apparteneva ai Kohanim, i discendenti della casta sacerdotale di Aronne. Lo sappiamo perché, in un’occasione, due delle altre mogli di Maometto, Hafsa e Aisha, derisero Safiyya sostenendo di essere più onorate di lei in quanto parenti e mogli del Profeta, mentre lei non era che «la figlia di un ebreo». Quando Maometto trovò Safiyya in lacrime, le disse di rispondere loro: «Come potete essere superiori a me? Mio marito è Maometto, mio padre è Harun [Aronne] e mio zio è Musa [Mosè]».
È questa triplice identità a legare la storia di Safiyya alla linea sacra che precedette l’Islam e al compimento che, secondo la prospettiva islamica, la porta a conclusione. Nelle fonti islamiche, Safiyya è venerata per la sua devozione religiosa, la bellezza, l’intelligenza, la saggezza e la sensibilità. È il simbolo della portata universale dell’Islam, secondo cui la fede, e non la nascita, costituisce la misura suprema dell’onore. Attraverso la sua vicenda, l’Islam racconta la propria legittimità morale: si presenta come una religione universale, erede delle precedenti tradizioni monoteistiche e al tempo stesso capace di correggerle e di accogliere l’«altro». I testi sacri islamici si confrontano in misura straordinaria con concetti ebraici, attingendo a un universo di idee che precedeva storicamente l’Islam, ma che nell’ebraismo era già pienamente sviluppato e che gli ebrei d’Arabia conoscevano bene.
Il fatto che Safiyya e gli ebrei d’Arabia costituiscano una sorta di chiave attraverso cui l’Islam spiega sé stesso rientra in un fenomeno più ampio: i concetti ebraici sono intrecciati al tessuto dell’autocomprensione islamica. La loro stessa presenza, il loro rifiuto e infine la loro sconfitta contribuiscono a consolidare la visione che l’Islam ha di sé. In effetti, la stessa esistenza degli ebrei costringe l’Islam a spiegare sé stesso. Perché la rivelazione è «cambiata»? Perché esiste una nuova autorità spirituale? Perché una nuova comunità si trova ora al centro della storia? Perché le vecchie regole sono cambiate? La sconfitta finale degli ebrei nella narrazione islamica rafforza ulteriormente la pretesa di verità cosmica e legittimità dell’Islam. Le tribù ebraiche influenzarono profondamente il panorama religioso dell’Arabia e lasciarono un’impronta indelebile sulla tradizione islamica; eppure, la loro storia rimane relativamente sconosciuta nel più ampio mondo ebraico.
Sebbene la presenza ebraica in Arabia sia stata infine cancellata, attraverso espulsioni, massacri o conversioni, gli ebrei d’Arabia continuano a vivere attraverso l’Islam stesso. Anche mentre le comunità ebraiche nelle terre musulmane venivano allontanate e sradicate, in modo particolarmente drammatico nell’epoca moderna, gli ebrei d’Arabia hanno continuato a occupare un posto inconfondibilmente importante nell’immaginario islamico. La loro presenza continua a evolversi attraverso i movimenti politici e religiosi del mondo musulmano contemporaneo, nei quali compaiono negli scritti di pensatori islamisti come Sayyid Qutb e Abul A’la Maududi, nonché in movimenti come Hamas. Lo slogan di mobilitazione associato alle origini di Hamas — Khaybar, Khaybar, ya yahud, jaysh Muhammad sawfa ya’ud, «Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’esercito di Maometto ritornerà» — viene ancora scandito oggi. Safiyya e gli ebrei d’Arabia non avrebbero potuto immaginare quanto la loro storia sarebbe diventata, quattordici secoli più tardi, controversa e carica di significati per ebrei e musulmani.
Maia Zelkha è direttrice editoriale di Yad Mizrah, una rivista culturale dedicata alle tradizioni sefardite e mizrahi. Il suo prossimo libro, Muhammad’s Jewish Wife: The Life and Afterlife of Safiyyah bint Huyayy and the Jews of Arabia («La moglie ebrea di Maometto: la vita e la posterità di Safiyya bint Huyayy e degli ebrei d’Arabia»), sarà pubblicato nella primavera del 2027.
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