Non possiamo permetterci nemmeno il paradigma opposto: che sia in nostro potere ridurre in briciole ogni potenziale nemico che accumula forza, in ogni angolo del mondo e in ogni momento. Purtroppo, non abbiamo abbastanza forza per sostenere una simile politica
Rav Chaim Navon – Makor Rishon – 5.4.2026
Il Kaiser Francesco Giuseppe disse una volta a sua figlia: «Naturalmente, dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere gli ebrei. Ma dopotutto, chi non è antisemita?». Il politico britannico Sir Harold Nicolson lo formulò in modo più arguto e anche più malvagio: «Detesto gli antisemiti, ma non amo nemmeno gli ebrei». Dai giorni di Faraone fino ad oggi ci accompagna questo enigma: perché così tante persone ci odiano. Un’altra domanda si pone oggi di fronte a noi: siamo psicologicamente in grado di accettare questo fatto.
Nessuno ama essere odiato, ma come ebrei avremmo dovuto sviluppare da tempo una pelle dura. Quando leggiamo nella Haggadà di Pesach le parole eterne «בְּכָל דּוֹר וָדוֹר עוֹמְדִים עָלֵינוּ לְכַלּוֹתֵנוּ» — “in ogni generazione si levano contro di noi per annientarci” — sappiamo già che non si tratta di una descrizione esagerata del passato, bensì di un’analisi realistica del presente. Preferiremmo che tutti ci amassero, ma non possiamo permetterci di diventare dipendenti da questa preferenza. Quando l’estrema sinistra e l’estrema destra di tutto il mondo si uniscono nell’odio verso Israele, ricordiamo che anche i loro padri odiavano i nostri padri, e che è molto probabile che anche i loro figli odieranno i nostri figli. Abbiamo superato Faraone — supereremo anche questo.
Si può sperare che l’odio diminuisca, che troviamo ancora qualche amico nel mondo, che l’ostilità verso gli ebrei diventi meno ossessiva. Ma non dobbiamo trasformare questa speranza nel fulcro della nostra identità personale e nazionale. Tutti riconosciamo facilmente la differenza tra una persona che vuole degli amici — il che vale per tutti noi — e una persona che dispera di averne, respingendo così da sé ogni potenziale amico. Volete la nostra amicizia? Ottimo; non la volete? Va bene lo stesso.
Al riconoscimento che in ogni generazione si levano contro di noi per annientarci corrisponde anche una conseguenza opposta e complementare: probabilmente non riusciremo mai a sradicare completamente i nostri nemici. Il paradigma dell’Hoshana Rabbah del 5784, il sei ottobre 2023, sosteneva che potevamo convivere con serpenti velenosi ai nostri confini, purché ne monitorassimo le intenzioni e provvedessimo di tanto in tanto a tagliare l’erba. Si può sperare che questa concezione sia stata cancellata: che abbiamo imparato a concentrarci sulle capacità e non sulle intenzioni, a estirpare le radici del male e non solo a tagliarne i germogli. Ma d’altra parte, non possiamo permetterci nemmeno il paradigma opposto: che sia in nostro potere ridurre in briciole ogni potenziale nemico che accumula forza, in ogni angolo del mondo e in ogni momento. Purtroppo, non abbiamo abbastanza forza per sostenere una simile politica; mi chiedo se vi sia al mondo un solo Stato, compresi gli Stati Uniti, che possa reggere ad essa. Del resto, persino l’America ha accettato e continua ad accettare come un dato di fatto l’esistenza delle sue nemiche dichiarate Russia e Cina, con i loro regimi ostili.
Anche noi probabilmente non riusciremo a eliminare ogni ayatollah, a raccogliere ogni pistola da ogni uomo di Hamas, a far saltare in aria ogni base di Hezbollah. Anche la vittoria totale non sarà poi così totale. «In ogni generazione si levano contro di noi per annientarci»: quindi, da un lato, fino alla venuta del Messia non saremo i più amati al mondo, e dall’altro non godremo nemmeno di una sicurezza assoluta. Dobbiamo fare del nostro meglio in un mondo che con ogni probabilità rimarrà ostile. Saremo lucidi, vigili, diffidenti e forti, terremo d’occhio i nostri nemici e li indeboliremo per quanto possibile; e al tempo stesso ricorderemo che anche a questo “per quanto possibile” vi è un limite. E dopo che avremo fatto la nostra parte, il Santo Benedetto Egli sia ci salverà dalle loro mani.
