C’è un mistero sottile nascosto negli eventi della vita, che tocca il cuore di chiunque abbia mai subìto un torto, un dolore inatteso, un’aggressione.
Nella Parashat Ha’azinu leggiamo parole solenni e grandiose: «Mia è la rivalsa e la retribuzione al tempo in cui il loro piede vacillerà» (Devarim 32:35). Il testo sacro smaschera subito l’illusione di coloro che arrecano dolore al prossimo sentendosi padroni assoluti del destino altrui: «La nostra mano è stata alta, e non è il Signore che ha fatto tutto questo» (Devarim 32:27).
Il mio amato maestro, Rav Yehudà Kahaloun Z”L, insegnava una dinamica profonda che rischiara questo enigma: quando una persona viene colpita da un’altra, in quel gesto terreno si compie sicuramente un Tikkun, una riparazione dell’anima dell’aggredito. La sapienza talmudica ci ricorda che «nessun uomo si ferisce un dito quaggiù se prima non è stato decretato lassù» (Talmud Bavli, Chullin 7b). Se sulla persona o sul popolo gravava un debito spirituale, un giudizio severo (Din), riceverlo nella provvisorietà della materia terrena è in verità un atto di segreta misericordia. La sofferenza provata nel corpo o nell’animo estingue il decreto severo del cielo: non possono esserci due giudizi per la stessa colpa, insegnano i Maestri. Il colpo terreno dissolve la tempesta spirituale che dall’alto avrebbe potuto travolgerci: “Rabbi Elazar dice: Il sangue di una ferita compie l’espiazione come il sangue di un olocausto” (Talmud Bavli, Chullin 7b).
Ma che ne è di chi sferra il colpo?
È qui che l’insegnamento di Rav Yehudà Kahaloun Z”L si fa potente e penetrante: «Non vorrei mai essere la mano che ha colpito», ci insegnava ogni volta che vedeva o leggeva di un’aggressione. Quella frase racchiudeva una grande saggezza, proviamo a ragionarci sopra.
I nostri Maestri hanno stabilito che «il bene viene veicolato per mezzo di persone meritevoli, e il male per mezzo di persone colpevoli» (Talmud Bavli, Shabbat 32a). Chi aggredisce non è un burattino privo di scelta: la Torà fonda l’esistenza sul libero arbitrio. Quell’individuo ha scelto di aprire il proprio cuore alla violenza e all’odio, rendendosi spontaneamente canale del rigore. Nel libro del profeta Yeshayahu il re d’Assiria viene definito: «Bastone della Mia collera!… Ma si vanta forse la scure contro colui che la maneggia?» (Yeshayahu 10:5, 15). Il tiranno credeva di trionfare, ma una volta compiuto il risveglio, il bastone crudele viene spezzato e punito (Yeshayahu 10:12). Chi sceglie di farsi strumento di afflizione attrae su di sé l’amarezza del giudizio: chi ha subìto la ferita ne esce alleggerito e mondato, mentre chi ha colpito si carica del peso metafisico e morale della rovina (vedi anche Sha’ar HaGilgulim).
Sul piano psicologico e del Musar, questa consapevolezza è balsamo puro che guarisce il veleno del risentimento. Quando subiamo un’offesa, la mente ferita tende a fissarsi sul carnefice, alimentando rabbia e senso di impotenza. La Torà ci offre invece la nobiltà di David HaMelekh: inseguito dalle pietre e dagli insulti di Shim’i ben Gera, a chi voleva vendicarlo rispose con serena dolcezza: «Lasciatelo maledire, perché il Signore gli ha detto: Maledici David!» (Shemuel II, 16:10). David non si perde nella pietra che vola, ma guarda oltre; non alimenta l’odio verso la mano che percuote, ma trasforma l’umiliazione in raccoglimento e purificazione interiore.
Questa visione non cancella la giustizia umana, anzi la custodisce. La Halachah prescrive che chi ferisce deve risarcire integralmente i cinque danni arrecati: danno fisico, dolore, cure mediche, perdita di lavoro e vergogna subìta (Mishnah, Bava Kamma 8:1). E il denaro non basta: il colpevole non troverà pace né perdono finché non avrà supplicato umilmente il cuore di chi ha offeso (Shulchan Arukh, Choshen Mishpat 422:1). Comprendere la regia divina scioglie le catene dell’amarezza nella vittima, aprendo la via alla pace, e rammenta a ciascuno di noi di scegliere ogni giorno di essere una mano che accarezza e sostiene, mai quella che ferisce. Così, oltre l’ombra di ogni ferita terrena, si rivela il volto più intimo e luminoso della Provvidenza: non un giudice impassibile e distante, ma un Padre colmo di infinita dolcezza che non abbandona mai i Suoi figli al disordine del mondo. Anche nell’istante in cui il colpo ci raggiunge e il cuore si contrae nello smarrimento, ogni lacrima viene raccolta e custodita, ogni frammento di dolore viene trasformato in purificazione e nuova linfa per l’anima. La bontà divina scende allora come rugiada feconda nella notte, rischiara il senso del cammino, scioglie ogni residuo di amarezza e ci restituisce alla vita con un cuore pacificato, con la certezza incrollabile che «Egli ferisce, ma le Sue mani risanano» (Iyyov 5:18), guidando con amore ogni nostro passo verso la luce completa.
Con l’augurio di essere sempre mezzi divini attraverso cui si esprima il bene e che anche il più vago ricordo di Amalek venga cancellato.
Shabbat Shalom
