“E avvenne, quando Faraone lasciò partire il popolo, che Hashem non li guidò per la via del paese dei Filistei, perché era vicina; poiché Hashem disse: ‘Forse il popolo si pentirà vedendo la guerra e tornerà in Egitto”. La Torah lo dichiara apertamente: Hashem non sceglie la strada più breve. Non perché non voglia o perché sia impraticabile, ma perché non è ancora quella giusta. La via diretta esiste, ma il popolo non è pronto a percorrerla. Rashi spiega che il timore era profondamente attento all’essenza umana: alla prima difficoltà reale, Israele avrebbe potuto cedere alla paura e tornare indietro. Non verso l’Egitto geografico, ma verso la mentalità dell’Egitto. Uscire dalla schiavitù è un evento; uscire dalla logica dello schiavo è un processo lungo, fragile, graduale. Qui la Torah ci consegna una pedagogia divina fondamentale: Hashem non guida l’uomo in base a ciò che gli è impossibile, ma in base alle sue potenzialità presenti. Non chiede ciò che non siamo ancora in grado di reggere. A volte la strada più corta non è la più misericordiosa, ma la più pericolosa. Il deserto, con tutte le sue difficoltà, non è una deviazione: è una scuola. Proprio perché Hashem conosce a fondo l’uomo, le strade che riserva a chi è chiamato a diventare più grande sono spesso le più impegnative. Non è facile trovarsi a un livello in cui si è pronti per percorsi più difficili.
Un antico detto giudaico romanesco lo esprime con sorprendente semplicità: “Hashem manda il freddo secondo i vestiti”. Nessuno viene esposto a prove per cui non è attrezzato, ma allo stesso tempo nessuno cresce senza essere messo alla prova. Le sfide non indicano abbandono, bensì fiducia. Detto questo, di fronte alle tragedie non possiamo parlare con leggerezza di percorsi e trasformazioni. Esistono eventi che non sono leggibili come tappe di crescita: sono fratture, silenzi, zone in cui il “perché” non è accessibile all’uomo. Pensare di spiegare ogni tragedia come necessaria rischia di diventare una semplificazione che ferisce chi soffre. La Kabbalà parla di un livello chiamato Resha deLa Ityada– la “Testa che non si può conoscere”: un confine oltre il quale la comprensione umana non arriva. La Torah non ci chiede di spiegare tutto, a volte, e qui la sfida più difficile, bisognerebbe credere e fidarsi di una logica divina, ma raramente ci si riesce. In tutti gli altri casi, però, accade che le strade non si aprano subito non perché siano negate, ma perché attendono che l’uomo diventi capace di attraversarle. Solo quando si è pronti, le strade si aprono davvero. Questo principio illumina anche il senso profondo della tefillah come spiega il Mekor Chaym.
Sarebbe un errore pensare che la preghiera serva a cambiare la volontà di Hashem, come se il cielo fosse indeciso o influenzabile. “Ani Hashem lo shiniti” – Io sono Hashem, non cambio. La tefillah non piega il cielo: trasforma l’uomo. Le parole ripetute tre volte al giorno non sono un incantesimo rivolto solo verso l’alto, ma un lavoro rivolto anche verso l’interno. La preghiera riorienta la coscienza e cambia il modo in cui l’uomo abita il mondo. Per questo i profeti sono durissimi quando separiamo culto e comportamento. “Che me ne faccio dei vostri sacrifici?”, dice Hashem tramite Isaia. Erano rigorosi nei rituali, ma corrotti nella vita. Il messaggio è netto: una pratica religiosa che non migliora l’etica è vuota. Oggi, al posto dei sacrifici, abbiamo la tefillah. Ma una preghiera che non produce giustizia, responsabilità e sensibilità verso l’altro non vale nulla. La tefillah non sostituisce la vita morale: dovrebbe generarla. Lo stesso vale per il senso delle mitzvot. Mitzvà non è solo “comando”, ma legame. Ogni mitzvà è un’azione concreta che connette l’uomo ad Hashem santificando un comportamento reale. Chi è obbligato a una mitzvà lo è perché ne ha bisogno per trasformare una parte della propria vita. Senza questo, la spiritualità resta teorica e la preghiera rimane sospesa nel vuoto.
In questo quadro si comprende anche il significato del cambiamento del nome. Non è un atto magico né un trucco per ingannare la giustizia divina. Il nome, nella Torah, è identità. Cambiare nome significa dichiarare: non sono più la persona che ha generato quella realtà. Quando Avram e Sarai cambiano nome, non forzano il cielo: allargano il recipiente umano. E quando l’identità cambia, anche le possibilità che Hashem sceglie per l’uomo cambiano. A Rosh Hashana si decide per tutto l’anno perché Rosh Hashanà può essere tradotto come “l’inizio del cambiamento” (Shanà-Shinui). C’è infine un ultimo elemento che completa il quadro. Ad Avraham viene annunciato un esilio di quattrocento anni, eppure la permanenza in Egitto dura circa duecentodieci anni. I Maestri spiegano che l’inasprimento improvviso e brutale della schiavitù ha concentrato in qualità ciò che avrebbe richiesto quantità di tempo. Il lavoro più duro, la pressione più intensa, hanno accelerato il processo di trasformazione. Il dolore non ha allungato l’esilio: lo ha compresso. Quando l’esperienza diventa più densa, il tempo si accorcia. Questo ci insegna una lezione decisiva anche per la nostra vita. Un inasprimento della realtà non è sempre un segno di male o di fallimento. A volte è un concentrato di esperienza che Hashem utilizza per velocizzare una trasformazione che non può più attendere. La strada non si è chiusa: il percorso si sta intensificando. Hashem non cambia la meta né il Suo disegno. Cambia l’uomo perché possa arrivarci.
“Non ci porta dove vogliamo arrivare, ma ci trasforma fino a renderci capaci di arrivarci”.
Shabbat Shalom
