“E Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva espressamente fatto giurare i figli d’Israele, dicendo: Certamente Dio vi ricorderà e allora trasportate di qui le mie ossa con voi” (Esodo 13:19). Con questo verso, la Torah ci informa che quando i figli d’Israele lasciarono l’Egitto, Mosè si assicurò di portare con sé le ossa di Giuseppe, morto molti anni prima. Mosè fece questo in adempimento del giuramento fatto fare da Giuseppe ai suoi fratelli prima di morire, che i suoi resti fossero portati fuori dall’Egitto e sepolti in terra d’Israele.
Perché è importante per noi saperlo? Perché la Torah ha ritenuto necessario informarci che i resti di Giuseppe accompagnavano i figli d’Israele mentre andavano nel deserto?
Possiamo rispondere a questa domanda dando un rapido sguardo alla straordinaria vita di Giuseppe. Quando era giovane, godeva di una vita meravigliosa, come il figlio più amato di suo padre che riceveva doni speciali. Ma, d’altra parte, i suoi fratelli lo disprezzavano e i suoi sogni di leadership sembravano non realizzabili.
Fu solo molti anni dopo, dopo essere stato gettato in una fossa, venduto come schiavo e poi imprigionato con false accuse, che Giuseppe emerse come leader. Finché la sua vita era facile, non avrebbe potuto raggiungere la grandezza. Solo affrontando e superando le avversità, Giuseppe ha realizzato il suo pieno potenziale e ha compiuto la sua missione.
Il verso di apertura del brano di questa settimana, ci dice che il Signore scelse specificamente di non condurre i figli d’Israele lungo la litoranea, strada diretta e più breve verso la terra d’Israele, ma di condurli verso il deserto. Il viaggio sarebbe stato un processo lungo, difficile e complicato, ma così sarebbero diventati una grande nazione e avrebbero compiuto la missione per la quale erano stati portati fuori dall’Egitto.
Questo potrebbe essere il motivo per cui questo verso di apertura si riferisce agli ebrei come “haam/popolo” e non come “bene Israel/figli d’Israele”. È solo alla fine del verso successivo, dopo che la Torah racconta che il Signore ha deciso di portarli attraverso il deserto, che vengono chiamati per nome “wachamushim alu bene Israel meeretz mitzraim/e i figli d’Israele salirono armati dal paese d’Egitto” (Esodo 13:18).
Il semplice fatto di lasciare l’Egitto non ha trasformato il popolo nei “figli d’Israele”, in una nazione speciale con un legame speciale con il Signore. Ciò è accaduto solo nel corso del loro difficile viaggio attraverso il deserto. È superando le sfide che raggiungiamo la grandezza.
Questo è il significato delle ossa di Giuseppe che accompagnano i figli d’Israele attraverso il deserto. Si ricordava loro la storia di Giuseppe, mostrandogli che la grandezza si ottiene sopportando il “deserto”, affrontando circostanze difficili e superandole.
Nella Mishnah (Avot 6:4) è riportato questo insegnamento: “questo è il percorso della Torah, mangi pane con sale, bevi acqua in piccole quantità, dormi sul pavimento e vivi una vita scomoda e ti affatichi nella Torah”.
Ciò non dovrebbe essere inteso che vivere una vita basata sulla Torah richieda la sofferenza della povertà. Significa che le sfide e il disagio fanno parte del processo di crescita. Se abbiamo sempre tutto ciò che vogliamo, se la vita è sempre facile, semplice e già indirizzata, allora non evolveremo e non raggiungeremo la grandezza.
Accettiamo, quindi, le sfide della vita, invece di risentirci per esse. Quando ci troviamo in un “deserto”, a dover sopportare circostanze difficili, comprendiamo che questa è un’opportunità per noi di crescere, di realizzare il nostro pieno potenziale, Shabbat Shalom.
