Rav Yehuda Gilad – Torà dal monte, Morashà 2026

La Torà inizia con la creazione del mondo e ci descrive un mondo che è tutto buono. L’espressione “E Dio vide che era buono” si ripete nei giorni della creazione, e il primo capitolo, che descrive la creazione dei cieli e della terra e di tutte le loro schiere, si conclude con l’affermazione:
E Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono (Gen. 1:31).
Anche il secondo racconto della creazione, nel capitolo 2, descrive un mondo idilliaco, un Giardino dell’Eden pacifico, ricco di ogni albero bello a vedersi e buono da mangiare (Gen. 2:9), dove l’essere umano è posto per lavorarlo e custodirlo (Gen. 2:15).
In contrasto con l’idillio dei primi capitoli, quelli successivi mostrano che, sebbene il mondo sia stato creato nel miglior modo possibile, le azioni dell’essere umano lo hanno corrotto. Nel capitolo 3 si narra del peccato del primo uomo, che ha introdotto nel mondo la morte per mano divina, e nel quarto racconta del primo omicidio, quando Qàin si leva contro suo fratello Hèvel e lo uccide.
Questi capitoli sembrano rispondere a una domanda che potrebbe sorgere in merito alla perfezione con cui il Santo, benedetto Egli sia, ha creato il mondo: se esso è stato effettivamente generato in modo così buono e perfetto, come mai oggi appare così lontano da questa meravigliosa perfezione? Forse i racconti dei peccati di Adàm e di Qàin ci insegnano proprio che il mondo creato da Dio è buono e straordinario, ma che poi è stato l’essere umano a introdurre il male (sia il male che viene dal Cielo, sia quello portato dall’uomo stesso).
La storia di Qàin e Hèvel, il primo crimine morale nella storia dell’umanità, ci pone di fronte a un grave problema. Entrambi presentano un’offerta al Signore, ma Dio accetta quella di Hèvel e respinge quella di Qàin, il primogenito. Come affermano i versetti:
E avvenne dopo qualche tempo che Qàin portò un’offerta al Signore dal prodotto della terra. E Hèvel portò anche lui, dai primogeniti del suo gregge e dal loro grasso. Il Signore gradì Hèvel e la sua offerta, invece Qàin e la sua offerta non li gradì, e a Qàin dispiacque molto e ne fu abbattuto (Gen. 4:3-5).
La Torà non spiega perché Dio non accettò l’offerta di Qàin. I Saggi, ripresi poi da Rashì, interpretano che Qàin portò al Signore un sacrificio di scarsa qualità preso dai frutti peggiori della terra, mentre Hèvel offrì il meglio del suo gregge, come si evince dal testo: dai primogeniti del suo gregge e dal loro grasso. Invece, riguardo a Qàin, il testo si limita a dire dal frutto della terra. Tuttavia, il significato piano del testo non porta necessariamente a questa conclusione. Piuttosto, è Qàin il primo al mondo a prendere l’iniziativa di portare un sacrificio al Signore, mentre Hèvel, che portò anche lui, sembra essere trascinato, sembra che non faccia che seguire l’esempio del fratello. Essendo così, sarebbe stato più logico accettare il sacrificio del primo, che aveva preso l’iniziativa! Come già detto, l’interpretazione dei Saggi e di Rashì è difficile da accettare in quanto non è esplicita nel testo, dato che nel testo stesso non viene fornita alcuna ragione per il rifiuto dell’offerta di Qàin.
Alcuni commentatori e pensatori suggeriscono che quanto riportato all’inizio del brano, E Hèvel divenne pastore di greggi, mentre Qàin lavorava la terra (Gen. 4:2), rechi con sé il motivo per il quale il sacrificio di Qàin non venne accettato. Sostengono infatti che, dal momento che il testo fornisce a proposito di Qàin e Hèvel la sola informazione relativa al lavoro che facevano prima dell’omicidio, sarebbe proprio nel loro lavoro che andrebbe cercata la ragione del rifiuto del sacrificio di Qàin. Questi commentatori hanno pertanto voluto presentare, ciascuno a suo modo, le bassezze del lavoro agricolo a confronto della nobiltà del pastore.
Questa linea di interpretazione, con alcune variazioni, è quella seguita da rav Samson Raphael Hirsch nel suo commento alla Torà, da rav Hillel Zeitlin[1] e da rav Elchanan Samet[2]. Tutti questi commenti hanno in comune il tentativo di trovare una qualche colpa per cui non fu accettata l’offerta di Qàin, sebbene come detto questa interpretazione non abbia riscontro nel senso piano del testo. Infatti, se seguiamo accuratamente le parole della Torà, non troviamo nessuna mancanza nel comportamento di Qàin fino al tragico evento stesso.
Se vogliamo proporre una spiegazione che scaturisca direttamente dai versetti, dobbiamo concentrarci sulla narrazione stessa della Torà riguardo all’azione di Qàin:
E Qàin disse a Hèvel suo fratello…e avvenne che, mentre erano nei campi, Qàin si levò contro Hèvel suo fratello e lo uccise (Gen. 4:8).
Questo versetto è enigmatico: dopo E Qàin disse a Hèvel suo fratello, infatti, ci aspetteremmo di sapere cosa gli disse. E invece la Torà prosegue iniziando una nuova frase: E avvenne che, mentre erano nei campi, Qàin si levò contro Hèvel suo fratello e lo uccise. In effetti, i Maestri e i commentatori hanno tentato di riempire la parte mancante del versetto. Rashi, ad esempio, commenta cosi:
Entrò in una discussione e in una disputa con lui […] e vi sono al riguardo midrashìm aggadici (Rashì ad loc.).
Ma, se in ultima analisi il testo non lo dice esplicitamente, perché la Torà ha scelto di esprimersi in questo modo?
Sembrerebbe che il messaggio principale sia nascosto proprio in questo silenzio del testo, come a dire: ciò che Qàin disse a Hèvel non è rilevante. Può darsi che nelle sue parole vi fossero motivi giusti per essere in collera con Hèvel, ma siccome la vicenda si è conclusa con un assassinio, tali parole sono diventate irrilevanti. “Un omicidio è un omicidio, punto e basta”, si usa dire. Il contesto, le cause, le circostanze – per quanto comprensibili – svaniscono di fronte al crimine supremo: l’omicidio.
Allo stesso modo possiamo rispondere alla domanda sul perché Dio non accettò l’offerta di Qàin. Come abbiamo visto, i commentatori hanno cercato di giustificare il Signore con spiegazioni diverse. Però, così facendo, hanno ignorato un semplice fatto: il testo stesso ha scelto di non fornire alcuna spiegazione, presentando il rifiuto dell’offerta di Qàin come una decisione arbitraria di Dio:
E il Signore gradì Hèvel e la sua offerta, ma non gradì Qàin e la sua offerta (Gen. 4:4-5).
Senza alcuna ragione, spiegazione o giustificazione. In questo caso possiamo affermare che il messaggio principale è proprio nella mancanza di una motivazione esplicita. Si può sostenere che Qàin non peccò, né sminuì il suo sacrificio, che i prodotti della terra che egli offrì non fossero scadenti, e che non vi fosse alcun problema nel fatto che egli fosse un agricoltore. Eppure, il suo sacrificio venne respinto, e noi, così come Qàin, non sapremo mai il perché. Per questo motivo, è possibile comprendere e identificarsi con la rabbia e la frustrazione di Qàin, specialmente quando vide che l’offerta di Hèvel, suo fratello minore, era stata accettata:
E a Qàin dispiacque molto e ne fu abbattuto (Gen. 4:5).
Proprio in questo consiste la sfida dell’uomo: quando egli è furente e frustrato di fronte a una decisione divina che gli sembra completamente arbitraria, allora, proprio in quel momento, egli deve sapere accettare che noi, esseri umani, non siamo in grado di comprendere pienamente le azioni di Dio, come affermato nel libro di Giobbe:
Puoi forse scrutare i segreti di Dio? O penetrare la perfezione dell’Onnipotente? (Giob. 11:7).
È proprio quando ci si si trova impotenti di fronte al silenzio dei cieli e agli atti divini che sembrano arbitrari e palesemente ingiusti, che si viene messi alla prova: l’uomo saprà gestire questa grande frustrazione? Riuscirà a farla diventare un elemento costruttivo, oppure la trasformerà in distruzione e rovina? La Torà, dunque, ci insegna che la collera di Qàin era pienamente giustificata. Ai suoi occhi non c’era nessun motivo per cui la sua offerta dovesse essere stata respinta. Tuttavia, il suo fallimento consistette nel non essere riuscito a gestire questa frustrazione, che culminò, nel suo furioso risentimento contro Dio, nell’omicidio del fratello.
Potremmo perfino dire che il nostro profondo bisogno di comprendere la colpa di Qàin derivi anche dalla convinzione che, se sapessimo che cosa porta l’uomo a commettere un omicidio, il più orrendo fra i crimini, saremmo in grado di prevenirlo. Tuttavia la Torà nasconde intenzionalmente la ragione per cui l’offerta di Qàin, che per primo ha preso l’iniziativa del sacrificio, non fu accettata. In questo modo si chiarisce meglio il messaggio del racconto: l’esistenza dell’uomo è una serie di difficoltà e di interrogativi sulla propria vita, sul proprio destino e sul Santo, benedetto Egli sia; la frustrazione più profonda è quella che si prova quando l’uomo percepisce la propria vita come quella di un “giusto che soffre”; dunque, ecco la vera prova dell’uomo: verso cosa incanalerà questa enorme energia che si è generata al suo interno a causa dell’amarezza, del dolore e della rabbia accumulati?
Se agisci bene, non sarai forse esaltato? Ma se non agisci bene, il peccato giace alla porta; verso di te è il suo desiderio, ma tu puoi dominarlo
(Gen. 4:7).
Qàin, la cui offerta fu respinta da Dio apparentemente senza alcuna ragione, si percepisce egli stesso come un “giusto che soffre” (e forse lo era davvero prima di commettere l’omicidio). Dal punto di vista di Qàin, come nella prospettiva del lettore, il rifiuto della sua offerta appare del tutto arbitrario. Pertanto, la sua rabbia e la sua frustrazione sono comprensibili e giustificati.
Non c’è bisogno di cercare una giustificazione per il rifiuto dell’offerta di Qàin, come hanno fatto molti commentatori. Se la Torà tace e non spiega, è proprio perché intende farlo. Qui risiede il messaggio del racconto, con tutta la sua potenza: spesso ci sono contesti chiari e comprensibili che spingono una persona sull’orlo del crimine. Eppure, tutto ciò non attenua in nessun modo la responsabilità piena e totale dell’individuo per le proprie azioni malvagie. La condotta morale di una persona non si giudica quando le cose vanno bene. Ci sono momenti oscuri di rabbia, disperazione e frustrazione, sentimenti in sé del tutto giustificati. È stato proprio in quei momenti che Qàin è stato messo alla prova e ha fallito:
E Dio disse: Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra (Gen. 4:10). È in momenti come questi che si misura l’uomo che ha in sé l’immagine di Dio.
[1] H. Zeitlin, Sifràn shel Yechidìm, ed. Gerusalemme, 1980, pp. 217 e seguenti.
[2] E. Samet, ‘Iyunìm beParashòt haShavùa’, Bereshìt-Shemòt, Prima Serie, Gerusalemme, 2002, pp. 6-20.
