Parashat Bemidbar si apre nel deserto. Non è un dettaglio geografico. È una dichiarazione spirituale. Hashem avrebbe potuto dare la Torah in un giardino profumato, su una montagna maestosa, in una città splendente. E invece sceglie il deserto. Luogo vuoto, silenzioso, bruciato dal sole, ma soprattutto calpestato da tutti. Forse perché il deserto assomiglia a certe anime. Anime che la vita ha attraversato. Persone che sono state ignorate, umiliate, schiacciate, come polvere sotto i piedi della gente. Eppure, proprio lì, nel luogo che il mondo considera vuoto, Hashem fa risuonare la Sua voce. Forse è proprio questo il segreto del Sinai. La Ghemarà insegna che il monte Sinai fu scelto perché era il più basso dei monti (Sotah 5a). Non il più spettacolare. Non il più arrogante. La Shechinà non scende dove l’uomo urla il proprio nome; scende dove c’è spazio per Hashem. E qui la ghematria apre una finestra meravigliosa: סיני (Sinai) סולם (Sulam scala) עני (Ani, povero/umile) condividono tutti la stessa ghematrià, 130 (pirke avot, Rav Somech).
Il Sinai è una scala. Ma la scala verso il Cielo si costruisce con l’umiltà. Solo quando i suoi “piedi sono conficcati nel terreno la sua cima arriva fino al cielo. Il mondo pensa che per salire bisogna alzarsi sopra gli altri. La Torah insegna il contrario: chi si abbassa davanti ad Hashem diventa il recipiente della luce più alta. Per questo Moshe, il più grande dei profeti viene definito come “l’uomo Moshe”, colui che rimase estremamente umile. Ed è proprio lui a ricevere la Torah. Perché la Torah non entra nel cuore duro. Entra nel “lev nishbar” nel cuore spezzato. Come dice Re Davide: “Un cuore spezzato e abbattuto, Hashem non lo disprezza” (Tehillim 51:19), e ancora, “Dio è vicino a chi ha il cuore spezzato, e salva coloro che hanno lo spirito affranto” (34,19). Che frase paradossale e dolcissima insieme. Il mondo disprezza ciò che è rotto, lo getta via; Hashem no, lo tiene più vicino a Sé. A volte proprio le crepe sono il punto da cui entra la luce. E forse è per questo che tanti Tzaddikim hanno parlato del Bizaion, dell’umiliazione, come di una forma misteriosa di purificazione.
La Ghemarà dice: “Coloro che vengono offesi ma non offendono, su di loro splende una luce speciale” (Shabbat 88b). Non significa amare l’ingiustizia o cercare di essere schiacciati. La Torah non glorifica l’abuso. Ma esiste una forza immensa in chi, pur attraversando il dolore, non perde la propria emunah. Il deserto viene calpestato da tutti. Eppure, proprio dal deserto nasce la Torah eterna. Ed è qui che risuonano ancora una volta i versi del Tehillim: “La pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra angolare” (Tehillim 118:22). La pietra che tutti avevano ignorato… sorregge tutto l’edificio. Così è spesso l’anima umile. Il mondo vede debolezza; Hashem vede fondamenta. Quante persone si sentono “scartate”, fuori posto, dimenticate, non comprese. Ma nella logica divina proprio ciò che appare piccolo contiene la luce più alta. Non fu scelto il monte più alto. Fu scelto Sinai. Non fu scelto il re guerriero. Fu scelto Moshe, il pastore silenzioso. Non fu scelto il deserto fertile. Fu scelto il midbar. Perché la Torah cresce nei luoghi che il mondo non applaude.
C’è un insegnamento dei Chachamim: “La benedizione dimora nelle cose nascoste agli occhi” (Ta’anit 8b), lo diceva anche il mio Rav, R.Yehudà Kahaloun ZZ”L, riprendendo, credo, le parole del Ben Ish Chay: “Un cibo in una pentola coperta si cuoce meglio e più in fretta”. Le persone più rumorose spesso sono vuote dentro. Ancora una volta Rav Yehudà ZZ”L ci insegnava che una brocca che contiene tante monete, quando si muove fa poco rumore; una con poche monete ne fa molto. Molte anime silenziose, invisibili, che piangono di notte e sorridono di giorno, custodiscono mondi interi. Come il seme che deve essere sotterrato per germogliare. Come l’aratro che ferisce la terra per prepararla alla vita. Come il deserto che sembra silenzioso eppure fa uscire le Dieci Parole. E forse la vera grandezza spirituale è questa: a volte l’uomo guarda sé stesso dal fondo del deserto e pensa di essere rimasto sull’ultimo gradino, ma il Cielo guarda al contrario e lo vede già in cima alla scala.
Shabbat Shalom
