Rav Riccardo Di Segni 23-08-2026
“Per amor di Dio”. E’ un’espressione che usiamo comunemente in italiano, anche se non ci pensiamo molto sul suo significato. La possiamo usare per esprimere una preghiera o una supplica: “per amor di Dio, fammi questo piacere”, o più spesso: “per amor di Dio, smettila, falla finita”. Ma che c’entra l’amor di Dio? Probabilmente serve a rafforzare la nostra richiesta evocando qualcosa di più importante, di sacro: se non lo fai per me, almeno fallo per amor di Dio. E così nel linguaggio comune, anche in bocca ai più atei e miscredenti, l’amor di Dio diventa un riferimento decisivo e indiscutibile, una cosa che ognuno dovrebbe provare e mettere in pratica. Che sia così per tutti è difficile ammetterlo, ma per un ebreo la questione assume subito un senso importante. Perché, anche se magari non ci stiamo molto attenti, la questione dell’amor di Dio è centrale, tanto centrale che nella nostra principale dichiarazione di fede, lo Shemà’ Israel, che siamo tenuti a recitare due volte al giorno, compaiono le parole famose: weahavtà et Hashèm ecc. “amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore con tutta la tua persona e con tutte le tue capacità” (Deut. 6:5). La leggiamo, la ripetiamo, ma che vuol dire? È un invito, un progetto, un comando? E se è un comando, come si può comandare un sentimento come l’amore?
Una precisazione linguistica è necessaria. In ebraico, la radice alef he bet che indica l’amore non significa solo quello che in italiano intendiamo per amore, ma è un po’ più larga, indica la cosa che ci piace. Oggi, ad esempio, i “like” che si mettono nei social, che sono espressioni di approvazione, in ebraico corrispondo a ahavti. Quindi “amerai il Signore” potrebbe avere un significato non solo strettamente collegato all’amore vero e proprio.
