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Cultura ebraica a tutto campo

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Author page: Redazione

Sono passati settant’anni da quando rav Soloveitchik temette una seconda Shoah

Per il popolo ebraico esistono due cerchi identitari: il primo chiede da dove veniamo, il secondo dove stiamo andando

Rav Chaim Navon - Motzash Makor Rishon - 19.4.2026

Nella foto rielaborata Rav Yosef Dov Soloveitchik durante un incontro con il presidente dello Stato Yitzhak Navon a casa sua a Boston, 1983. | Foto: Yaakov Saar, Lakam

Settant'anni fa, nel Giorno dell'Indipendenza 5716 (1956), Rav Yosef Dov Soloveitchik pronunciò a New York il discorso della sua vita. Quel discorso venne poi pubblicato come saggio, sotto il titolo "Kol Dodi Dofek" ("La voce del mio amato bussa"), ed è il testo sionista-religioso più importante mai scritto fino ad oggi. A distanza di anni, in quel sermone colpisce la terribile angoscia che il Rav Soloveitchik vi esprime. "Ora ci troviamo in giorni tormentati, giorni d'ira e afflizione", disse il Rav, riferendosi alla Shoah, ma non solo ad essa: "Il capitolo della sofferenza non si è chiuso con la fondazione dello Stato di Israele. Ancora oggi questo Stato è immerso in una crisi e in un pericolo, e tutti noi siamo pieni di paura e angoscia per il destino dell'insediamento". Leggendo queste parole si percepisce che il Rav non riusciva a dormire la notte, terrorizzato che Tel Aviv potesse trasformarsi, Dio non voglia, in una seconda Auschwitz.

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