Non li trovi in alta società, non porgono l’altra guancia e sono la spia di ciò che non vogliamo vedere
Giulio Meotti - Il Foglio - 29 agosto 2026
Dimenticate la Repubblica islamica dell’Iran, il partito di Dio libanese, Hamas (“è pronta alla non violenza” assicura Repubblica del 23 agosto), la Jihad islamica palestinese, gli houthi, tutti i fronti popolari dal fiume al mare, i salafiti e gli emiri di Doha. La pace in medio oriente ha un solo ostacolo: i coloni israeliani.
Nessuno costruisce archetipi negativi sul colono turco a Cipro Nord, il colono russo nel Donbas e il colono cinese in Tibet. Occupazioni da glissare per le redazioni dei giornali e la bella gente come Mark Ruffalo che si mette la spilletta. Solo il colono ebreo è diventato una maschera malefica. Non si scusa di esistere, non parla il linguaggio woke della colpa coloniale, non considera la terra una metafora, non porge l’altra guancia e ai ponti preferisce i muri. Fra i coloni ci sono famiglie benestanti dell’alyah francese e britannica, messianici con le treccine, laici nazionalisti arrivati dopo la guerra del Kippur, giovani teppisti delle colline vestiti da allevatori di capre e intellettuali borghesi col PhD in informatica e filosofia. E’ la tribù ebraica più strana e odiata in occidente, ma senza la quale Israele sarebbe solo l’’“entità” di cui tutti parlano.
Lo sapevano i laburisti Yitzhak Rabin e Shimon Peres, i grandi paladini della pace e i primi a costruire gli insediamenti ebraici, dalla “capitale” Ofra fuori Ramallah (nel municipio c’è la foto di Peres che pianta alberi nella colonia) agli insediamenti di Gaza (“la vostra sicurezza è come Tel Aviv” disse Rabin ai coloni di Gush Katif). Lo sa Haaretz, il giornale palestinese in lingua ebraica, che giorni fa titolava: “La sinistra israeliana deve combattere gli insediamenti, non costruirli”.
