Rav Roberto Della Rocca - Moked 17/12/2025
Pubblichiamo un intervento del rabbino Roberto Della Rocca su disabilità e Bibbia. L’articolo era stato preparato in origine come replica a un pezzo apparso su La Stampa. Il quotidiano pubblicato a Torino non ha però mai dato spazio alla riflessione del rav, privando i lettori della possibilità di arricchirsi grazie a questo contributo. Lo pubblichiamo noi sperando di contribuire a fare un po’ di luce.
Nicoletta Verna, in un articolo dedicato alla disabilità (“Da diversi a uguali, una lunga storia”, La Stampa, 3 dicembre 2025), attribuisce con una improvvida disinvoltura all’Antico Testamento un’idea di disabilità come «colpa, come segno di distanza da Dio: l’imperfezione, più ancora della mortalità, ci allontanerebbe dall’Assoluto». Ma la tradizione ebraica – biblica e rabbinica – restituisce invece uno sguardo molto più articolato e inclusivo, spesso sorprendente per una civiltà così antica. Pur con norme inevitabilmente legate al contesto storico, il filo conduttore dei testi è la dignità intrinseca di ogni essere umano, “creato a immagine di Dio” (Genesi 1:26), senza eccezioni.
Nella Bibbia ebraica la disabilità non è mai interpretata come colpa o punizione personale. Al contrario, essa diventa un elemento centrale nelle storie di molte figure a tratti antieroiche: Mosè, con la sua balbuzie; Isacco, che perde la vista; Giacobbe, che dopo la lotta rimane claudicante; e le matriarche, segnate dalle loro difficoltà di fertilità. In queste narrazioni, l’imperfezione umana non è stigmatizzata, ma riconosciuta come parte integrante di un cammino identitario. La storia di Mefiboshet, il nipote di Saul con una menomazione agli arti, accolto alla tavola del re Davide (2 Samuele 9), mostra chiaramente come imperfezione fisica e valore umano non siano in contrasto. Alcune prescrizioni del Levitico limitano l’accesso al servizio sacerdotale a chi presenta determinate imperfezioni corporee, ma senza implicare alcuna svalutazione morale: il sacerdote resta tale, conserva pieni diritti e dignità. Si tratta di norme rituali, non sociali. I profeti, inoltre, parlano di guarigione e sostegno ai deboli come responsabilità collettiva (Isaia 35), e il Salmo 145 ricorda che “l’Eterno sostiene chi è caduto”.
