Perché gli antisemiti si divertono sempre così tanto — e come gli ebrei contribuiscono a rendere l’esperienza ancora più gratificante
Todd Pittinsky - TabletMag - 29 maggio 2026
L’antisemitismo ha una caratteristica storica peculiare: le persone che vi partecipano sembrano spesso divertirsi davvero. Le folle sono allegre. La retorica è teatrale. Ci sono canzoni, battute, slogan, riferimenti comprensibili solo agli iniziati e quell’inconfondibile atmosfera di chi si sta divertendo. Perfino le manifestazioni più orribili di antisemitismo arrivano spesso avvolte in un clima festoso. Dalle rappresentazioni religiose medievali ai raduni nazisti, fino ai campus universitari dopo il 7 ottobre, l’antisemitismo ha ripetutamente offerto ai suoi sostenitori qualcosa di psicologicamente assai più gratificante del semplice odio. L’antisemita può descriversi come una persona arrabbiata. In realtà, molto spesso si sta divertendo.
La maggior parte degli odi richiede un notevole dispendio emotivo. L’antisemitismo, storicamente, ha offerto un’esperienza molto più gratificante. Riunisce in sé diversi piaceri: la rivelazione, il senso di appartenenza, la certezza morale e perfino l’intrattenimento. Nel corso dei millenni, società profondamente diverse tra loro hanno riscoperto la stessa inebriante combinazione.
Il primo piacere è quello della rivelazione. Poche esperienze sono più appaganti della sensazione che il caos del mondo sia improvvisamente diventato comprensibile. Crisi finanziarie, guerre, immigrazione, cambiamenti culturali, manipolazione dei media: la vita moderna produce eventi di cui la maggior parte di noi non comprende davvero le cause e che nessuno sembra controllare completamente. L’antisemitismo trasforma questa complessità strutturale in una narrazione, in una storia. Qualcuno deve esserci dietro: gli ebrei.
