Giuseppe Caffulli - Avvenire - 29 luglio 2026
Per il biblista Joshua Berman «nei due libri si rinvengono indizi per cui il rapporto con il divino non è già più prerogativa di un solo capo»
L’affascinante rapporto tra la Bibbia e le grandi culture del Vicino Oriente antico (dagli ittiti agli assiri, dai babilonesi fino all’Egitto faraonico) continua a generare un interesse particolare perché mostra come i testi biblici non siano nati «in vitro» ma, pur nella loro ispirazione divina, si siano formati dentro un mondo letterario già ricco di miti, trattati politici, iscrizioni regali e narrazioni sacre. Un universo che i redattori delle Scritture conoscono dall’interno, citano, rielaborano, talvolta contraddicono apertamente. Non si tratta soltanto di risonanze o assonanze generiche, ma di vere e proprie connessioni testuali e simboliche, che emergono quando si confrontano formule, immagini e strutture narrative con i documenti assiri, ittiti e soprattutto egiziani, dove il linguaggio del potere e della teologia politica raggiunge una delle sue forme più raffinate.
È su questo terreno che si inserisce il lavoro del biblista Joshua Berman, docente alla Bar-Ilan University di Tel Aviv, che nel recentissimo libro Echoes of Egypt: A Haggada (Koren Publishers) propone una lettura del libro dell’Esodo come operazione letteraria profondamente consapevole del linguaggio politico-religioso egiziano. Il suo approccio, che intreccia testo biblico, tradizione rabbinica e iconografia del Nuovo Regno, si distingue per un elemento decisivo: non considera le somiglianze con la cultura dell’antico Egitto come semplici «influenze culturali», ma come indizi di una strategia narrativa precisa, quasi una competizione interna allo stesso immaginario imperiale.
