L’analisi di Charles Rojzman - Causeur.fr
Perché così tante persone si ostinano a parlare di un genocidio dei gazawi commesso da Israele? Si può criticare il governo e l’esercito israeliani così come si possono criticare quelli di qualunque Paese coinvolto in una guerra. Ma l’accusa di genocidio ha qui una funzione particolare: serve a trasformare in carnefice un popolo i cui antenati sono stati vittime del crimine paradigmatico.
Ci sono parole che la storia ha caricato di un peso tale che dovremmo esitare prima di pronunciarle, non per quella prudenza pusillanime che è diventata una delle forme contemporanee della rinuncia a pensare, ma perché la loro tragica grandezza esige che rimangano legate a realtà precise. Altrimenti diventano quelle monete svalutate con cui gli ideologi comprano a buon mercato l’indignazione delle folle. E tra queste parole, quella di «genocidio», quando viene applicata come un’evidenza alla guerra condotta da Israele contro Hamas a Gaza, è forse quella il cui uso rivela meglio la nostra crescente incapacità di distinguere ciò che vediamo da ciò che ci viene imposto di vedere.
Non che Israele debba essere sottratto alla critica, né che un esercito democratico, proprio perché appartiene a una democrazia, sia misteriosamente liberato dalla possibilità di commettere errori, colpe o persino crimini. Ma il passaggio dalla guerra — per quanto sanguinosa, distruttiva e spietata, come lo sono le guerre quando si smette di osservarle dai salotti occidentali — al genocidio presuppone qualcosa di molto particolare: la volontà di distruggere un popolo in quanto popolo.
Ed è precisamente questa volontà che bisognerebbe dimostrare e la cui dimostrazione viene quasi sempre sostituita da un accumulo di immagini, cifre e indignazioni che, rimbalzando l’una sull’altra nella grande camera d’eco mediatica e digitale, finiscono per prendere il posto delle prove.
