Yonathan Grossman 2026-5787 – YouTube
Traduzione-adattamento editoriale ChatGPT
Il problema dei confini narrativi: una storia o due?
Nell’analisi letteraria del racconto biblico, uno degli interrogativi fondamentali riguarda la delimitazione delle unità narrative: dove termina una storia e dove comincia quella successiva? Si tratta di una questione che, a prima vista, potrebbe sembrare puramente tecnica, ma che in realtà investe il significato stesso del testo, poiché stabilire i confini di un racconto significa anche individuare le relazioni tra i suoi elementi, riconoscerne il centro tematico e comprendere il percorso attraverso il quale la narrazione conduce il lettore verso il proprio messaggio. Eppure, non sempre è possibile tracciare questi confini con assoluta certezza: esistono racconti nei quali la separazione tra due unità appare netta e inequivocabile, mentre in altri casi il testo sembra costruire deliberatamente una frontiera permeabile, una sorta di confine aperto che, pur distinguendo due episodi, consente al lettore di passare continuamente dall’uno all’altro, cogliendo legami che una divisione troppo rigida rischierebbe di nascondere.
Un esempio particolarmente significativo di questo fenomeno si trova nel capitolo 15 della Genesi, che comprende la promessa divina ad Abramo di una discendenza numerosa e il successivo episodio del Patto tra le parti, la Berìt ben ha-Betarìm. Il capitolo presenta infatti due rivelazioni divine, ciascuna delle quali sembra possedere un proprio tema, una propria struttura e una propria conclusione, ma che nello stesso tempo sono legate da una rete di corrispondenze linguistiche e concettuali tanto fitta da rendere difficile considerarle due racconti completamente indipendenti.
La prima rivelazione riguarda la discendenza di Abramo e si apre con le parole:
אַחַר הַדְּבָרִים הָאֵלֶּה הָיָה דְבַר־יְהוָה אֶל־אַבְרָם בַּמַּחֲזֶה לֵאמֹר אַל־תִּירָא אַבְרָם אָנֹכִי מָגֵן לָךְ שְׂכָרְךָ הַרְבֵּה מְאֹד.
«Dopo questi avvenimenti, la parola del Signore fu rivolta ad Abramo in visione, dicendo: “Non temere, Abramo, Io sono per te uno scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”» (Genesi 15,1).
L’espressione אָנֹכִי מָגֵן לָךְ, «Io sono per te uno scudo», è all’origine della formula Maghèn Avrahàm, «Scudo di Abramo», con la quale ancora oggi si conclude la prima benedizione della ‘Amidà. Tuttavia, nonostante la solennità della promessa, Abramo non risponde con un’immediata manifestazione di gratitudine o di fiducia, ma solleva un’obiezione che rivela la sua inquietudine più profonda:
וַיֹּאמֶר אַבְרָם אֲדֹנָי יֱהוִה מַה־תִּתֶּן־לִי וְאָנֹכִי הוֹלֵךְ עֲרִירִי וּבֶן־מֶשֶׁק בֵּיתִי הוּא דַּמֶּשֶׂק אֱלִיעֶזֶר.
«Abramo disse: “Signore, Dio, che cosa mi darai, dal momento che me ne vado senza figli e l’amministratore della mia casa è Eliezer di Damasco?”» (Genesi 15,2).
La promessa di una grande ricompensa sembra dunque scontrarsi con la realtà concreta della vita di Abramo, il quale non possiede ancora un figlio al quale trasmettere ciò che riceverà. La sua condizione di uomo senza discendenza rende problematica ogni prospettiva futura e lo induce a ribadire la propria difficoltà:
וַיֹּאמֶר אַבְרָם הֵן לִי לֹא נָתַתָּה זָרַע וְהִנֵּה בֶן־בֵּיתִי יוֹרֵשׁ אֹתִי.
«Abramo disse: “Ecco, Tu non mi hai dato discendenza, e un membro della mia casa sarà il mio erede”» (Genesi 15,3).
La risposta divina introduce allora un’immagine destinata a diventare uno dei simboli più celebri della promessa fatta ai patriarchi:
וְהִנֵּה דְבַר־יְהוָה אֵלָיו לֵאמֹר לֹא יִירָשְׁךָ זֶה כִּי־אִם אֲשֶׁר יֵצֵא מִמֵּעֶיךָ הוּא יִירָשֶׁךָ. וַיּוֹצֵא אֹתוֹ הַחוּצָה וַיֹּאמֶר הַבֶּט־נָא הַשָּׁמַיְמָה וּסְפֹר הַכּוֹכָבִים אִם־תּוּכַל לִסְפֹּר אֹתָם וַיֹּאמֶר לוֹ כֹּה יִהְיֶה זַרְעֶךָ.
«Ed ecco, la parola del Signore gli fu rivolta dicendo: “Non sarà costui a ereditarti, ma colui che uscirà dalle tue viscere sarà il tuo erede”. Lo condusse fuori e disse: “Guarda dunque verso il cielo e conta le stelle, se sei capace di contarle”. E gli disse: “Così sarà la tua discendenza”» (Genesi 15,4-5).
È interessante osservare il gioco linguistico che si sviluppa in questi versetti: Dio promette ad Abramo che il suo erede sarà qualcuno che uscirà da lui e immediatamente dopo fa uscire Abramo dalla propria dimora, invitandolo a rivolgere lo sguardo verso il cielo. Il verbo «uscire» accompagna così il passaggio dalla promessa astratta alla sua rappresentazione simbolica, come se Abramo, per comprendere ciò che Dio gli annuncia, dovesse anzitutto abbandonare lo spazio ristretto della propria esperienza e confrontarsi con un orizzonte immensamente più vasto.
Il racconto si conclude con un’affermazione di straordinaria densità teologica:
וְהֶאֱמִן בַּיהוָה וַיַּחְשְׁבֶהָ לּוֹ צְדָקָה.
«Egli ebbe fede nel Signore, ed Egli glielo considerò come giustizia» (Genesi 15,6).
A questo punto, però, il testo sembra aprire un nuovo episodio, nel quale non si parla più della discendenza, ma della terra:
וַיֹּאמֶר אֵלָיו אֲנִי יְהוָה אֲשֶׁר הוֹצֵאתִיךָ מֵאוּר כַּשְׂדִּים לָתֶת לְךָ אֶת־הָאָרֶץ הַזֹּאת לְרִשְׁתָּהּ.
«Gli disse: “Io sono il Signore che ti ha fatto uscire da Ur dei Caldei per darti questa terra in eredità”» (Genesi 15,7).
Anche questa seconda promessa suscita una domanda da parte di Abramo:
וַיֹּאמַר אֲדֹנָי יֱהוִה בַּמָּה אֵדַע כִּי אִירָשֶׁנָּה.
«Egli disse: “Signore, Dio, da che cosa saprò che la erediterò?”» (Genesi 15,8).
È questa domanda a introdurre il Patto tra le parti, attraverso il quale Dio annuncia ad Abramo il futuro destino della sua discendenza e conferma solennemente la promessa della terra.
Quale rapporto esiste, dunque, tra queste due rivelazioni? Ci troviamo di fronte a un unico racconto articolato in due momenti, oppure a due narrazioni originariamente autonome, accostate l’una all’altra? E soprattutto, quale significato assume la scelta della Torà di presentarle in questa particolare successione?
Due racconti distinti e una trama di corrispondenze
A una prima lettura, diversi elementi sembrano suggerire che il capitolo comprenda effettivamente due unità narrative indipendenti. Il primo indizio è di natura tematica: mentre la promessa delle stelle riguarda esclusivamente la moltiplicazione della discendenza, il Patto tra le parti si concentra sull’eredità della terra, come risulta chiaramente dalla conclusione del capitolo:
בַּיּוֹם הַהוּא כָּרַת יְהוָה אֶת־אַבְרָם בְּרִית לֵאמֹר לְזַרְעֲךָ נָתַתִּי אֶת־הָאָרֶץ הַזֹּאת מִנְּהַר מִצְרַיִם עַד־הַנָּהָר הַגָּדֹל נְהַר־פְּרָת.
«In quel giorno il Signore concluse un patto con Abramo, dicendo: “Alla tua discendenza ho dato questa terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate”» (Genesi 15,18).
La distinzione non riguarda soltanto gli argomenti, ma anche la forma letteraria. La prima sezione termina infatti con un’affermazione del narratore, «Egli ebbe fede nel Signore», che interrompe il dialogo tra Dio e Abramo e introduce una valutazione conclusiva del comportamento del patriarca. Non si tratta più di parole pronunciate dai personaggi, bensì di un intervento diretto della voce narrativa, che sembra voler chiudere l’episodio attribuendogli un significato definitivo. Subito dopo, la seconda sezione comincia con una nuova dichiarazione divina, «Io sono il Signore che ti ha fatto uscire da Ur dei Caldei», una formula di autopresentazione particolarmente adatta all’apertura di un nuovo racconto, quasi che Dio stesse inaugurando un rapporto destinato a trovare espressione nella stipulazione di un patto.
A questi elementi si aggiunge una difficoltà cronologica che merita particolare attenzione, perché il tempo non rappresenta un semplice dettaglio accessorio della narrazione, ma costituisce una componente essenziale della sua stessa struttura. Si potrebbe anzi sostenere che proprio la dimensione temporale contribuisca a distinguere il racconto dalla poesia: mentre un testo poetico può liberamente sottrarsi alla successione cronologica, la narrazione presuppone generalmente una progressione degli eventi, anche quando questa viene modificata o interrotta attraverso particolari procedimenti letterari.
Nel nostro caso, la prima rivelazione sembra svolgersi durante la notte, dal momento che Dio invita Abramo a osservare le stelle e a tentare di contarle; la seconda, invece, descrive il progressivo tramonto del sole:
וַיְהִי הַשֶּׁמֶשׁ לָבוֹא וְתַרְדֵּמָה נָפְלָה עַל־אַבְרָם.
«Quando il sole stava per tramontare, un sonno profondo cadde su Abramo» (Genesi 15,12).
E poco più avanti:
וַיְהִי הַשֶּׁמֶשׁ בָּאָה וַעֲלָטָה הָיָה.
«Quando il sole fu tramontato e si fece buio» (Genesi 15,17).
Se Abramo aveva già contemplato le stelle durante la prima rivelazione, come può il racconto successivo riportarci al momento in cui il sole non è ancora tramontato? La difficoltà sembra confermare che i due episodi non appartengano necessariamente a un’unica successione temporale.
Nella ricerca moderna è stata proposta anche una soluzione alternativa, secondo la quale l’invito a contare le stelle sarebbe stato rivolto ad Abramo in pieno giorno. In questa interpretazione, attribuita nella lezione allo studioso Scott Nagle, il significato della scena diventerebbe ancora più sorprendente: Abramo non sarebbe incapace di contare le stelle soltanto a causa del loro numero smisurato, ma perché, alla luce del sole, non riuscirebbe nemmeno a vederle. La promessa divina lo porrebbe dunque di fronte a qualcosa che sfugge completamente alla sua percezione, accentuando il carattere paradossale dell’invito. Si tratta di una lettura creativa e suggestiva, ma difficilmente corrispondente alla comprensione più immediata dei versetti.
La questione della cronologia era già stata affrontata dalla tradizione rabbinica, che giunge talvolta a separare i due episodi in maniera ancora più radicale. Il Sèder ‘Olàm Rabbà, richiamato anche da Chizkunì nel suo commento, colloca infatti il Patto tra le parti molti anni prima della promessa delle stelle, quando Abramo aveva settant’anni, dunque prima della partenza da Charan all’età di settantacinque anni. Questa ricostruzione nasce dall’esigenza di conciliare i quattrocento anni annunciati nel nostro capitolo con i quattrocentotrenta anni ricordati nel libro dell’Esodo:
וּמוֹשַׁב בְּנֵי יִשְׂרָאֵל אֲשֶׁר יָשְׁבוּ בְּמִצְרָיִם שְׁלֹשִׁים שָׁנָה וְאַרְבַּע מֵאוֹת שָׁנָה.
«Il periodo di soggiorno dei figli d’Israele, che dimorarono in Egitto, fu di quattrocentotrenta anni» (Esodo 12,40).
Secondo questa tradizione, dunque, il Patto tra le parti non soltanto non seguirebbe immediatamente la promessa delle stelle, ma sarebbe avvenuto molto tempo prima, in una fase anteriore della vita di Abramo, e sarebbe stato collocato dalla Torà in questo punto per ragioni diverse dalla semplice successione cronologica.
Tutti questi elementi sembrerebbero autorizzare una conclusione abbastanza netta: siamo di fronte a due rivelazioni distinte, ciascuna dotata di un proprio argomento, di una propria apertura e di una propria conclusione, e probabilmente riferite a momenti differenti. Tuttavia, fermarsi a questa constatazione significherebbe trascurare una serie di indizi altrettanto significativi, attraverso i quali il testo sembra impegnarsi a costruire un legame profondo tra le due parti.
Il primo indizio emerge proprio dall’espressione che inaugura la seconda rivelazione:
וַיֹּאמֶר אֵלָיו אֲנִי יְהוָה.
«Gli disse: “Io sono il Signore”» (Genesi 15,7).
Se questo versetto costituisse realmente l’inizio di un racconto del tutto autonomo, ci aspetteremmo che il destinatario della parola divina venisse identificato esplicitamente. Il testo, invece, utilizza soltanto il pronome «gli», senza ripetere il nome di Abramo, come se desse per scontato che il lettore conoscesse già il personaggio al quale Dio si sta rivolgendo. La medesima situazione si ripresenta nei versetti successivi, nei quali Abramo risponde e riceve nuove istruzioni senza che il suo nome venga nuovamente introdotto. Una simile costruzione sarebbe piuttosto insolita all’inizio di una narrazione completamente indipendente, mentre risulta perfettamente naturale se la seconda sezione viene letta come prosecuzione della prima.
Un secondo indizio, ancora più importante, riguarda il tessuto linguistico del capitolo. Uno degli strumenti fondamentali dell’analisi letteraria consiste infatti nell’individuare il campo semantico che caratterizza un racconto, osservando la ricorrenza di parole, verbi ed espressioni capaci di creare una rete di rapporti interni. Quando due sezioni condividono termini relativamente rari, e soprattutto quando questi termini compaiono in situazioni narrative analoghe, diventa difficile considerare la loro vicinanza una semplice coincidenza.
Nel nostro capitolo assume particolare rilievo la formula אֲדֹנָי יֱהוִה, tradizionalmente letta Adonài Elohìm, che Abramo utilizza in entrambe le rivelazioni. Si tratta di una combinazione insolita dei nomi divini, poco frequente nella Torà, che compare dapprima nella domanda relativa alla discendenza:
וַיֹּאמֶר אַבְרָם אֲדֹנָי יֱהוִה מַה־תִּתֶּן־לִי.
«Abramo disse: “Signore, Dio, che cosa mi darai?”» (Genesi 15,2).
E ritorna nella domanda riguardante la terra:
וַיֹּאמַר אֲדֹנָי יֱהוִה בַּמָּה אֵדַע כִּי אִירָשֶׁנָּה.
«Egli disse: “Signore, Dio, da che cosa saprò che la erediterò?”» (Genesi 15,8).
La ripetizione è particolarmente significativa perché non riguarda soltanto la forma dell’invocazione, ma anche la situazione psicologica nella quale Abramo la pronuncia. In entrambi i casi, infatti, il patriarca reagisce a una promessa divina manifestando una difficoltà, un’esitazione, il bisogno di ricevere una conferma ulteriore: alla promessa di una grande ricompensa risponde ricordando di essere senza figli, mentre alla promessa della terra domanda come potrà sapere che essa diventerà realmente sua. La stessa formula accompagna dunque due momenti nei quali la fiducia di Abramo viene posta di fronte alla distanza tra ciò che Dio annuncia e ciò che l’esperienza presente sembra rendere possibile.
A questo parallelismo si aggiunge la ricorrenza di due verbi fondamentali, uscire ed ereditare, che attraversano entrambe le sezioni. Nella prima, Dio promette ad Abramo che il suo erede sarà colui che uscirà dalle sue viscere e subito dopo lo fa uscire all’aperto; nella seconda, Dio si presenta come Colui che ha fatto uscire Abramo da Ur dei Caldei per consegnargli la terra in eredità. La corrispondenza potrebbe contenere persino una sottile analogia teologica: come il figlio che esce da Abramo è destinato a ereditarne i beni, così Abramo, che Dio ha fatto uscire dalla propria terra d’origine, viene presentato quasi come un figlio chiamato a ricevere in eredità la terra appartenente al Signore. In entrambe le sezioni, dunque, qualcuno esce da una condizione precedente per diventare erede di una promessa.
La rete di corrispondenze si estende anche oltre il capitolo 15. Alcuni studiosi hanno individuato una serie di analogie tra questo capitolo e quello precedente, dedicato alla guerra dei quattro re, osservando che determinati elementi del racconto trovano corrispondenza in entrambe le parti del capitolo 15. Non è necessario esaminare qui tutti questi parallelismi, ma è significativo che la narrazione cominci con l’espressione «Dopo questi avvenimenti», la quale stabilisce un collegamento esplicito con quanto è stato raccontato in precedenza. Anche questa struttura analogica sembra dunque considerare il capitolo 15 nel suo insieme, rafforzando l’impressione che, nonostante la presenza di due episodi distinti, essi siano stati disposti come parti di un’unica costruzione letteraria.
Il risultato è una situazione volutamente ambivalente: da un lato, il lettore percepisce due unità narrative autonome; dall’altro, incontra continuamente elementi che lo invitano a superare quella separazione, riconoscendo un movimento unitario che attraversa l’intero capitolo. Ed è proprio questa ambivalenza a suggerire che la questione non riguardi soltanto la struttura del testo, ma anche il significato che la Torà intende trasmettere attraverso di essa.
La promessa della discendenza e quella della terra
Per comprendere la ragione di questa particolare costruzione letteraria, occorre tornare alla distinzione tematica dalla quale siamo partiti. La prima rivelazione riguarda la discendenza, mentre la seconda riguarda la terra, e proprio questa separazione, che inizialmente sembrava dimostrare l’indipendenza dei due racconti, potrebbe spiegare il motivo per cui la Torà ha scelto di accostarli.
Nelle altre promesse rivolte ai patriarchi nel libro della Genesi, infatti, i due elementi compaiono generalmente insieme: Dio promette ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe una discendenza numerosa e, nello stesso tempo, una terra nella quale quella discendenza potrà stabilirsi. Si tratta di due dimensioni inseparabili della medesima prospettiva storica, poiché il popolo destinato a nascere dai patriarchi non viene concepito soltanto come una moltitudine di individui legati da un’origine comune, ma come una nazione chiamata a vivere in una terra determinata, nella propria eredità, sotto la sovranità divina. Un popolo ha bisogno di una discendenza che ne garantisca la continuità, ma anche di uno spazio nel quale possa realizzare la propria esistenza collettiva.
Il capitolo 15 presenta invece una situazione eccezionale: le due componenti della promessa sono formulate separatamente, ciascuna attraverso una rivelazione specifica. È possibile, dunque, che la Torà abbia deliberatamente collocato queste due narrazioni l’una accanto all’altra proprio per ricostruire, attraverso la loro vicinanza, quell’unità tra discendenza e terra che caratterizza le altre promesse patriarcali. Ciò che nei singoli episodi appare separato viene così ricomposto attraverso la struttura complessiva del capitolo, permettendo al lettore di riconoscere che le due promesse, pur differenti, costituiscono aspetti complementari di un unico progetto.
Questa spiegazione, tuttavia, pur essendo importante, non sembra ancora sufficiente a rendere conto della profondità del legame tra i due racconti. Per procedere oltre, può essere utile rivolgersi a un testo biblico successivo, nel quale il rapporto tra le due parti del capitolo 15 viene interpretato in maniera particolarmente significativa: la preghiera dei leviti riportata nel libro di Nechemia.
Nel capitolo 9, i leviti ripercorrono la storia del rapporto tra Dio e Israele, ricordando anzitutto la scelta di Abramo e il patto concluso con lui:
אַתָּה הוּא יְהוָה הָאֱלֹהִים אֲשֶׁר בָּחַרְתָּ בְּאַבְרָם וְהוֹצֵאתוֹ מֵאוּר כַּשְׂדִּים וְשַׂמְתָּ שְּׁמוֹ אַבְרָהָם. וּמָצָאתָ אֶת־לְבָבוֹ נֶאֱמָן לְפָנֶיךָ וְכָרוֹת עִמּוֹ הַבְּרִית לָתֵת אֶת־אֶרֶץ הַכְּנַעֲנִי הַחִתִּי הָאֱמֹרִי וְהַפְּרִזִּי וְהַיְבוּסִי וְהַגִּרְגָּשִׁי לָתֵת לְזַרְעוֹ וַתָּקֶם אֶת־דְּבָרֶיךָ כִּי צַדִּיק אָתָּה.
«Tu sei il Signore Dio, che hai scelto Abramo, lo hai fatto uscire da Ur dei Caldei e gli hai dato il nome di Abramo. Hai trovato il suo cuore fedele davanti a Te e hai concluso con lui il patto di dargli la terra dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorrei, dei Perizziti, dei Gebusei e dei Ghirgasei, per darla alla sua discendenza; e hai mantenuto le Tue parole, perché Tu sei giusto» (Nechemia 9,7-8).
Questi versetti, noti anche perché inseriti nella liturgia quotidiana di Shachrìt, si fondano chiaramente sul racconto del capitolo 15 della Genesi. L’espressione «lo hai fatto uscire da Ur dei Caldei» richiama direttamente la presentazione divina che inaugura il Patto tra le parti, mentre le parole «hai trovato il suo cuore fedele davanti a Te» rimandano all’affermazione «Egli ebbe fede nel Signore», con la quale si conclude la promessa delle stelle. La menzione del patto e della terra riprende poi la conclusione del capitolo, nella quale Dio conferma solennemente ad Abramo l’eredità promessa alla sua discendenza.
La preghiera dei leviti, dunque, non soltanto riunisce elementi provenienti da entrambe le sezioni, ma suggerisce anche un rapporto causale tra di esse: Dio trova il cuore di Abramo fedele e, proprio per questo, conclude con lui il patto. La fede manifestata dal patriarca nella prima rivelazione diventa così il fondamento della seconda, quasi che il Patto tra le parti rappresentasse una risposta divina alla fiducia dimostrata da Abramo di fronte alla promessa di una discendenza che, nelle circostanze presenti, sembrava impossibile.
In questa prospettiva, occorre comprendere correttamente il significato dell’espressione וְהֶאֱמִן בַּיהוָה, «Egli ebbe fede nel Signore». Non si tratta semplicemente dell’affermazione che Abramo credesse nell’esistenza di Dio, come potrebbe suggerire una lettura condizionata dall’uso moderno del verbo «credere»; il significato è molto più concreto e riguarda la fiducia nella parola divina, la convinzione che la promessa ricevuta sia vera e che, per quanto lontana dalla realtà visibile, sia destinata a realizzarsi. Abramo non viene presentato come un uomo che scopre improvvisamente l’esistenza di Dio, ma come qualcuno che, pur trovandosi davanti a una promessa umanamente improbabile, trova dentro di sé la forza di affidarsi a Colui che l’ha pronunciata.
È interessante osservare che anche la conclusione della preghiera di Nechemia, «perché Tu sei giusto», potrebbe essere letta in relazione all’espressione «ed Egli glielo considerò come giustizia». Quest’ultimo versetto ha dato origine a un ampio dibattito esegetico, poiché non è immediatamente evidente chi sia il soggetto del verbo «considerare»: è Dio che considera la fede di Abramo un atto di giustizia, oppure è Abramo che riconosce nella promessa divina un’espressione della giustizia di Dio? Senza pretendere di risolvere qui la questione, si può osservare che la formulazione di Nechemia sembra almeno lasciare spazio alla seconda possibilità, poiché collega l’adempimento della promessa alla giustizia divina, riconosciuta e proclamata nella preghiera.
Il punto decisivo, tuttavia, rimane il legame tra la fede di Abramo e il patto relativo alla terra. La preghiera dei leviti sembra suggerire che la capacità di credere in una promessa ancora lontana dal proprio compimento costituisca precisamente la qualità che rende Abramo adatto a ricevere un’ulteriore promessa, destinata a realizzarsi in un futuro ancora più remoto. Ed è a questo punto che possiamo tornare al capitolo 15 per comprendere il significato più profondo della sua particolare struttura narrativa.
La fede di Abramo davanti a un futuro invisibile
Le due rivelazioni del capitolo 15 condividono una caratteristica che le distingue da molte altre promesse divine rivolte ai patriarchi: in entrambe, Abramo viene presentato non soltanto come destinatario della parola di Dio, ma anche come un uomo che fatica ad accoglierla, che ne percepisce tutta la distanza rispetto alla propria condizione e che sente il bisogno di una conferma. Non si tratta necessariamente di incredulità, né di un rifiuto della promessa, ma di un’esperienza interiore complessa, nella quale la fede deve confrontarsi con la realtà e trovare la forza di oltrepassarne i limiti apparenti.
Nella prima rivelazione, questa difficoltà emerge con particolare evidenza attraverso la duplice formulazione della protesta di Abramo. Il testo introduce infatti due volte le sue parole con l’espressione וַיֹּאמֶר אַבְרָם, «Abramo disse», senza che tra le due dichiarazioni venga riportata una risposta divina. Dapprima Abramo domanda che cosa possa ricevere, dal momento che non ha figli; poi, dopo il silenzio di Dio, torna a parlare, ribadendo che la sua casa sarà ereditata da qualcuno che non appartiene alla sua discendenza.
La ripetizione non deve necessariamente essere intesa come la registrazione di due interventi pronunciati nell’arco di un unico dialogo. Potrebbe invece alludere a una preghiera ripetuta nel tempo, a un’invocazione che Abramo rivolge a Dio giorno dopo giorno, mese dopo mese, mentre gli anni trascorrono e la promessa di un figlio continua a non trovare realizzazione. Il patriarca non pone una domanda occasionale, ma esprime un’inquietudine che accompagna stabilmente la sua esistenza, alimentata dall’attesa, dalle delusioni e dalla consapevolezza che il tempo a sua disposizione si sta progressivamente riducendo.
Questa interpretazione permette di comprendere meglio anche la particolare formulazione della risposta divina:
וְהִנֵּה דְבַר־יְהוָה אֵלָיו לֵאמֹר.
«Ed ecco, la parola del Signore gli fu rivolta, dicendo» (Genesi 15,4).
L’espressione «ed ecco» non è del tutto naturale se immaginiamo una conversazione ordinaria, nella quale una persona pone una domanda e l’altra risponde immediatamente. Essa introduce piuttosto un elemento di sorpresa, un avvenimento inatteso che interrompe una situazione precedente. Potremmo dunque immaginare Abramo impegnato nella sua preghiera abituale, mentre continua a interrogare Dio sul futuro della propria discendenza, finché un giorno, improvvisamente, la parola divina gli si manifesta e lo invita a uscire per contemplare le stelle.
Anche il simbolo scelto da Dio acquista, in questa prospettiva, un significato più profondo. Le stelle non rappresentano soltanto una moltitudine impossibile da contare, ma anche un orizzonte che supera le possibilità della percezione e del calcolo umano. Abramo viene invitato ad abbandonare la misura della propria esperienza, a non considerare la realtà presente come il limite definitivo di ciò che potrà accadere e ad aprirsi alla possibilità di un futuro che, dal punto di vista delle circostanze attuali, appare quasi inconcepibile. La promessa non gli chiede semplicemente di prevedere un numero elevato di discendenti, ma di riconoscere che la realtà può contenere possibilità che egli non è ancora in grado di vedere.
Per questa ragione, l’affermazione conclusiva «Egli ebbe fede nel Signore» non costituisce una formula convenzionale, né una semplice annotazione sulla religiosità di Abramo. Essa rappresenta il punto culminante dell’intero episodio, perché risponde alla tensione che il racconto ha progressivamente costruito: riuscirà Abramo, pur essendo senza figli e pur condividendo con la moglie una condizione apparentemente priva di futuro, a trovare dentro di sé la forza di credere che la promessa divina si realizzerà? La risposta della Torà è che egli riuscì a farlo, non perché la difficoltà fosse scomparsa, ma perché seppe affidarsi alla parola ricevuta nonostante quella difficoltà.
Lo stesso conflitto interiore ritorna, in forma ancora più radicale, nel Patto tra le parti. Abramo riceve la promessa della terra e domanda: «Da che cosa saprò che la erediterò?». La risposta divina, tuttavia, è sorprendente, perché non consiste nell’assicurargli che egli stesso entrerà presto in possesso del territorio promesso; al contrario, Dio gli annuncia che la realizzazione della promessa richiederà un lunghissimo percorso storico, durante il quale i suoi discendenti vivranno come stranieri in una terra non loro e saranno sottoposti a oppressione.
וַיֹּאמֶר לְאַבְרָם יָדֹעַ תֵּדַע כִּי־גֵר יִהְיֶה זַרְעֲךָ בְּאֶרֶץ לֹא לָהֶם וַעֲבָדוּם וְעִנּוּ אֹתָם אַרְבַּע מֵאוֹת שָׁנָה.
«Disse ad Abramo: “Sappi con certezza che la tua discendenza sarà straniera in una terra non sua; essi li assoggetteranno e li opprimeranno per quattrocento anni”» (Genesi 15,13).
Soltanto in seguito, dopo un lungo periodo di sofferenza e di attesa, i discendenti di Abramo potranno tornare nella terra promessa:
וְדוֹר רְבִיעִי יָשׁוּבוּ הֵנָּה כִּי לֹא־שָׁלֵם עֲוֹן הָאֱמֹרִי עַד־הֵנָּה.
«E la quarta generazione tornerà qui, perché fino ad allora la colpa degli Amorrei non sarà ancora giunta al suo compimento» (Genesi 15,16).
Quanto ad Abramo stesso, Dio gli annuncia che morirà in pace, senza assistere alla realizzazione storica della promessa:
וְאַתָּה תָּבוֹא אֶל־אֲבֹתֶיךָ בְּשָׁלוֹם תִּקָּבֵר בְּשֵׂיבָה טוֹבָה.
«Tu invece raggiungerai in pace i tuoi padri e sarai sepolto in buona vecchiaia» (Genesi 15,15).
La risposta divina alla domanda di Abramo è dunque, per certi aspetti, paradossale: egli chiede come potrà sapere che erediterà la terra, e Dio gli rivela che non sarà lui a prenderne possesso, che la sua discendenza dovrà attraversare secoli di esilio e di oppressione e che soltanto dopo quattrocento anni la promessa comincerà a trovare il proprio compimento. Eppure, proprio in queste circostanze, Dio gli propone di concludere un patto, chiedendogli di impegnarsi in un’alleanza il cui risultato non sarà visibile durante la sua vita.
Per comprendere quanto questa richiesta sia straordinaria, potremmo immaginare una persona alla quale venga offerta oggi la possibilità di acquistare una casa a un prezzo particolarmente vantaggioso, con la condizione, però, che l’immobile venga consegnato ai suoi discendenti soltanto tra quattrocento anni. Quante persone sarebbero disposte ad accettare una simile proposta, impegnando il proprio presente in vista di un beneficio tanto lontano da non poter essere sperimentato né da loro né dalle generazioni immediatamente successive? È precisamente questa la dimensione della promessa che Abramo è chiamato ad accogliere: non un vantaggio personale immediato, ma un futuro storico che trascende completamente l’orizzonte della sua esistenza.
La scena del Patto tra le parti accentua ulteriormente questo aspetto attraverso il sonno profondo che cade su Abramo mentre il sole tramonta. Il patriarca riceve una rivelazione grandiosa, nella quale vengono delineati il destino del suo popolo e i confini della terra promessa, ma il contenuto essenziale dell’annuncio riguarda una realtà che non gli appartiene ancora e che egli non potrà contemplare con i propri occhi. La promessa si estende oltre la sua vita, oltre le possibilità della sua esperienza e persino oltre il futuro immediatamente prevedibile, trasformando il patto in un atto di fiducia rivolto a generazioni ancora lontane.
Si comprende allora perché la Torà abbia scelto di accostare queste due rivelazioni, anche qualora esse fossero state pronunciate in momenti storici differenti. Entrambe pongono Abramo di fronte alla stessa sfida: credere in una promessa divina che non trova conferma nella realtà presente e che richiede, per essere accolta, una forza interiore tutt’altro che scontata. Nella prima, Abramo deve credere che avrà una discendenza numerosa nonostante la propria sterilità familiare; nella seconda, deve credere che quella discendenza erediterà una terra nonostante i secoli di esilio e di sofferenza che la separano dal suo possesso. In entrambi i casi, la fede non consiste nell’ignorare la difficoltà, ma nel riconoscerla pienamente e, nondimeno, nel trovare la forza di affidarsi a una promessa che supera i confini del visibile.
Questa prospettiva permette anche di cogliere un tratto particolarmente umano della figura di Abramo. La Torà non lo presenta soltanto come il grande patriarca che riceve passivamente le rivelazioni divine, né come un uomo la cui fiducia sia così immediata e assoluta da non conoscere esitazioni. Al contrario, ci consente di intravedere, sia pure per un momento, la sua vita interiore, le sue inquietudini e la sua sofferenza, mostrandoci un uomo che domanda «Che cosa mi darai?» e «Da che cosa saprò?», perché le promesse ricevute si scontrano con una realtà che sembra continuamente contraddirle. La grandezza della sua fede non deriva dunque dall’assenza di dubbi o di difficoltà, ma dalla capacità di attraversarli, di confrontarsi con essi e di trovare, nel profondo della propria anima, le risorse necessarie per continuare a credere.
È questo, probabilmente, il significato più profondo della particolare costruzione letteraria del capitolo 15. La Torà conserva la distinzione tra le due rivelazioni, permettendo al lettore di riconoscere in ciascuna un episodio autonomo, con il proprio tema, la propria struttura e il proprio sviluppo narrativo; nello stesso tempo, però, costruisce tra esse una continuità attraverso il linguaggio, le immagini, i verbi ricorrenti e soprattutto la comune esperienza interiore del patriarca. Il lettore è così invitato a percepire il confine, ma anche ad attraversarlo, lasciando che il significato della prima promessa confluisca naturalmente nella seconda.
La separazione tra le due unità non viene cancellata, perché essa appartiene alla struttura stessa del racconto, ma non deve neppure trasformarsi in una barriera che impedisca di riconoscerne l’unità profonda. Proprio questa tensione tra distinzione e continuità costituisce l’effetto letterario ricercato dal testo: due promesse diverse, forse pronunciate in tempi differenti, vengono collocate l’una accanto all’altra perché entrambe testimoniano la medesima grandezza spirituale, quella di Abramo, padre della fede, capace di affidarsi alla parola divina anche quando il suo compimento appartiene a un futuro che nessun occhio umano può ancora contemplare.
