Per noi, popolo educato a valorizzare le parole, le formule augurali e di saluto non sono una mera formalità. Contengono un messaggio destinato a realizzarsi con l’aiuto di H. In quest’ottica dobbiamo porre la massima attenzione a commisurare l’auspicio che pronunciamo alla persona del destinatario e all’occasione cui lo riferiamo. Quale espressione è opportuno usare per Rosh ha-Shanah? Vediamo alcune opzioni.
La formula più conosciuta e largamente adoperata per le feste è Chag Sameach (lett. “lieta festa”) o Mo’adim le-Simchah (“che le feste siano di letizia”), cui è uso replicare: Chagghim u-Zmannim le-Sasson (“che i tempi festivi siano di gioia”). Si tratta in origine di espressioni prese dalla ‘Amidah e dal Qiddush dei Shalosh Regalim, le “tre feste di pellegrinaggio” (Pessach, Shavu’ot e Sukkot). Quanto a Rosh ha-Shanah ferve una controversia millenaria se inserirle nella Tefillah. La discussione verte essenzialmente su due punti strettamente legati fra loro. Il primo è di natura tecnica e riguarda il significato delle parole Mo’ed (lett. “appuntamento, convegno”) e Simchah (“letizia”). Da un lato la Torah annovera Rosh ha-Shanah insieme alle altre festività e la mette sullo stesso piano: è il caso del capitolo 23 di Wayqrà che esordisce con la celebre formula Elleh Mo’adè H. (lett. “questi sono i Mo’adim di H.”). Ciò ci fa presumere che tutte le feste annuali abbiano lo stesso carattere gioioso. Dall’altro per Rosh ha-Shanah non è previsto alcun pellegrinaggio a Yerushalaim, né l’offerta degli speciali sacrifici festivi “di letizia” detti Shalmè Simchah in senso stretto (cfr. Resp. Binyan Tziyon n. 150). Ma il secondo punto è ancora più rilevante. Rosh ha-Shanah è Yom ha-Din, “giorno del giudizio” Divino e questo suscita in noi una certa apprensione, al punto che non recitiamo il Hallel a differenza dei Shalosh Regalim: “è possibile che mentre il Re siede sul trono del giudizio con i libri dei vivi e dei morti aperti davanti, Israel innalzi una cantica?” (‘Arakhin 10b). Nello stesso tempo siamo e dobbiamo essere ottimisti sull’esito positivo del giudizio Divino nei nostri confronti: mentre gli altri si vestono di nero quando si recano in tribunale, noi ebrei indossiamo abiti bianchi, ci radiamo, festeggiamo e pasteggiamo, perché sappiamo che H. farà miracoli per noi (Yer. Rosh ha-Shanah, 57b).
Mentre i primi Gheonim Rav Sar Shalom, Rav Paltoy e R. Shemuel ben Chofnì sono favorevoli all’inserimento dei riferimenti alla Simchah nelle Tefillot di Rosh ha-Shanah al pari delle altre feste, l’ultimo di essi, Rav Hay (m. 1038) si oppone (Rosh a Rosh ha-Shanah 4, 14; Tur Orach Chayim 582; cfr. Resp. Nishmat Chayim n. 63). C’è chi ipotizza che la discussione dividesse i Maestri di Eretz Israel a favore da quelli babilonesi contrari, ma ciò non è provato. L’opinione più restrittiva è stata progressivamente accolta sia dagli Ashkenaziti (Machazor Vitry) che dai Sefaraditi fino a ricevere codificazione nello Shulchan ‘Arukh (O. Ch. 582, 8). L’unico rito che ancora accoglie le parole Mo’adim le-Simchah, Chagghim u-Zmannim le-Sasson nella Tefillah di Rosh ha-Shanah è il rito italiano. Ma a Torino quarant’anni fa Rav Artom z.l. ha insegnato di non recitarle, adeguando il Machazor locale alla Pessiqah universale[1].
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L’auspicio che ci viene suggerito di rivolgere per Rosh ha-Shanah è differente: Le-shanah tovah tikkatev (lett. “a un anno buono tu sia iscritto” – Remà a O. Ch. 582, 9), con il verbo collocato rigorosamente alla fine (se rivolto a più persone: tikkatevu; se rivolto a una donna: tikkatevi). È stato infatti osservato che se anteponessimo il verbo tikkatev alle altre due parole si produrrebbe una sigla che in aramaico significa maledizione, D. ci scampi (ma si veda la discussione nel Birkè Yossef del Chidà di Livorno a O. Ch. 582).
La fonte è in un noto passo del Talmud. “Disse R. Yochanan: ‘Tre registri (lett. libri) vengono aperti a Rosh ha-Shanah: uno dei malvagi completi, uno dei giusti completi e uno dei “medi”. I giusti completi vengono iscritti e confermati immediatamente per la vita e i malvagi completi vengono iscritti e confermati immediatamente per la morte. Quanto ai “medi” il giudizio è sospeso: vengono rimandati da Rosh ha-Shanah a Yom Kippur. Se lo meriteranno verranno iscritti per la vita, se non lo meriteranno verranno iscritti per la morte’” (Rosh ha-Shanah 16b). Spiega Maimonide che per giusti completi si intende chi ha una preponderanza di meriti; per malvagi completi chi ha una preponderanza di trasgressioni, mentre i “medi” sono in bilico (Hilkhot ha-Teshuvah 3, 1 segg.). Come faranno questi ultimi a superare l’esame di Yom Kippur? Attraverso la Teshuvah, che ha l’effetto di cancellare i peccati commessi e i Ma’assim Tovim (lett. “buone azioni”), ovvero l’incremento dell’osservanza delle Mitzwot durante i Dieci Giorni.
Scrive ancora Maimonide che ciascuno ha il dovere di considerare sé stesso un “medio” (Hilkhot ha-Teshuvah 3, 4); ma quale considerazione dobbiamo manifestare nei confronti degli altri? Se il giorno di Rosh ha-Shanah ci limitiamo a dir loro “che tu sia iscritto” senza far parola della conferma, potrebbe essere interpretato dall’interlocutore come una diminutio: non lo consideriamo un giusto completo! Pertanto il Maghen Avraham (ad loc. n. 8) suggerisce di aggiungere alla fine della formula d’augurio anche we-techatem (“e che tu sia confermato”). Da qui la variante sintetica e onnicomprensiva: Ketivah wa-Chatimah Tovah (“Per un’iscrizione e una conferma buone”). Questa decisione è approvata dal ‘Arokh ha-Shulchan (n. 14), ma è invece contestata dal Gaon di Vilna (Chiddushè ha-Grà ad loc.) per l’eventualità opposta. Se infatti il destinatario non è un giusto completo e gli auguriamo la Chatimah (“conferma”) già a Rosh ha-Shanah, rischiamo di compiere nei suoi confronti un’adulazione (chanuppah), che consiste appunto nell’attribuire a un individuo un giudizio superiore ai suoi meriti effettivi, facendogli credere di essere ciò che non è.
L’obiezione del Gaon di Vilna ha basi ancora più profonde. Il detto di R. Yochanan nel Talmud solleva una problematica ampiamente dibattuta dai commentatori medioevali. È evidente dall’esperienza quotidiana di ciascuno che molti giusti muoiono anzitempo, talvolta fra atroci sofferenze, mentre tanti malvagi vivono a lungo e prosperano, in contrasto con l’insegnamento di R. Yochanan[2]. Il Gaon pertanto sostiene che R. Yochanan non si riferisce alla vita e alla morte di questo mondo, ma alla ricompensa o alla eventuale dannazione (D. non voglia) dell’anima rispetto al Mondo a Venire. A questo proposito c’è effettivamente una differenza fra giusti e malvagi completi da una parte e “medi” dall’altra, per cui solo questi ultimi vengono rimandati da Rosh ha-Shanah a Yom Kippur. Per quanto concerne la vita di questo mondo, viceversa, in un’altra Mishnah è detto esplicitamente che a Rosh ha-Shanah avviene il giudizio e l’iscrizione, mentre la conferma è rinviata a Yom Kippur per tutte le creature (Rosh ha-Shanah 1, 2; 16a). La differenza è sostanziale. Rispetto alla vita e alla morte terreni persino colui che a Rosh ha-Shanah sia già stato condannato come malvagio può ancora redimersi in vista di Yom Kippur. All’inverso un giusto dichiarato che tuttavia non provveda per tempo a rimediare alle sue colpe, per quanto scarse, mette a repentaglio la sua vita! Se così stanno le cose, argomenta il Gaon, a Rosh ha-Shanah è sufficiente dire a tutti Le-shanah tovah tikkatev senza urtare la sensibilità di nessuno. Secondo alcuni, peraltro, l’augurio in questione è pertinente solo per la prima sera di Rosh ha-Shanah, perché il giudizio Divino che comporta l’iscrizione si conclude già entro le prime ore del mattino successivo (Kaf ha-Chayim ad loc., n. 64).
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C’è chi preferisce augurare: Shanah tovah u-mtuqah (lett. “per un anno buono e dolce”). L’espressione ha probabilmente origine dal versetto metuqah shenat ha-’ovèd (lett. “dolce è il sonno del lavoratore” – Qohelet 5, 11) con un interessante scambio di significati. Shenat è infatti il costrutto sia di shenah (“sonno”) che di shanah (“anno”). I due termini vengono visti in opposizione concettuale fra loro. Il primo a riferirsi alla Teshuvah come risveglio interiore è forse Maimonide. “Anche se il suono dello Shofar del giorno di Rosh ha-Shanah -scrive – va eseguito in quanto esso è un preciso precetto biblico, c’è nel suono dello Shofar anche un richiamo a un serio esame di coscienza per coloro che dormono e sonnecchiano, come a dire loro: ‘Svegliatevi… voi che dimenticate la Verità e andate errando nella caducità delle cose futili e sonnecchiando fra le vanità e le cose prive di contenuto…’” (Hilkhot ha-Teshuvah, loc. cit. Trad. Raffaele Levi). Osservano i cabalisti che la parola “dormita” (proprio così, scritta in caratteri ebraici) ha lo stesso valore di ‘er (“sveglio”, 270 – Benè Issakhar, Tishrì, 2, 20) a sottolineare il contrappunto. Un’antica tradizione ci insegna che a Rosh ha-Shanah ci si deve alzare a pregare molto presto al mattino, perché “se uno dorme a Rosh ha-Shanah, la sua sorte dormirà per tutto l’anno” (Remà a O. Ch. 583, 2 sulla base del Talmud Yerushalmì). Ciò sollecita implicitamente lo scambio di senso: “dolce è l’anno di chi serve H.” limitando il sonno.
La dolcezza è a sua volta di casa sulla tavola di Rosh ha-Shanah, cominciando dalle mele con il miele. Nota R. Chayim Palagi che in tutte tre le parti del Tanakh troviamo un versetto che giustappone la dolcezza alla Giustizia Divina. Nella Torah è scritto che allorché le acque di Marah furono addolcite, D. consegnò al popolo choq u-mishpat (lett. “statuti e sentenze” – Shemot 15, 25). Nei Profeti egli rimanda all’incontro di Avigayil con David. Per placare il futuro re dopo l’affronto rivoltogli dal marito di lei Naval, è scritto che la donna gli andò incontro con cibi e bevande dolci. La tradizione afferma che ciò avvenne il giorno di Rosh ha-Shanah. Avigayil sortì la salvezza del marito il quale, peraltro, morì naturalmente trascorsi dieci giorni. I commentatori vi leggono un’allusione ai Dieci Giorni Penitenziali fra Rosh ha-Shanah e Yom Kippur di cui Naval non seppe fare tesoro per compiere Teshuvah (1Shem. 25 e Radaq ad loc.). R. Palagi cita infine il versetto dei Tehillim: “Le sentenze di H…. sono più dolci del miele” (19, 10-11). La parola devash (“miele”) ha il medesimo valore numerico dell’espressione Av ha-Rachamim (lett. “Padre Misericordioso”, 306). Anche questo ci rimanda al concetto cabalistico della hamtaqat ha-dinim: lo “addolcimento delle sentenze di Giudizio”, che trasforma la rigida Giustizia in Misericordia (Mo’ed le-khol Chay, 12, 13). È questa l’essenza di Rosh ha-Shanah, in cui auspichiamo che H. passi dal Trono della Giustizia a quello della Misericordia.
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Concludo la disamina citando a mia volta il Ben Ish Chay di Baghdad. Egli suggerisce di salutarci adoperando l’espressione: Le-chayim arukkim, tovim u-mtuqqanim (lett. “per una vita lunga, buona e corretta”). Il Ben Ish Chay spiega che con queste parole si salutava il Kohen Gadol alla fine di Yom Kippur, allorché usciva incolume dall’area più sacra del Bet ha-Miqdash dopo aver sortito la kapparah (“espiazione”) per tutto il popolo di Israel (anno I, P. Nitzavim, 23). Pur non avendo né il Bet ha-Miqdash, né il Kohen Gadol, le porte della Tefillah non si chiudono mai! Le-shanim rabbot, tovot u-mtuqqanot.
[1] Nel suo “Machazor di rito italiano secondo gli usi di tutte le Comunità”, invece, il testo è riportato integrale (Carucci, Roma, vol. II, 1992, p. 318) e questo mi risulta essere tuttora l’uso a Milano (“Preghiere per la festa di Capodanno” a cura di Rav Dario Disegni, Marietti, Torino, 1957). Per la stessa ragione, verosimilmente, il rito italiano è l’unico a premettere il versetto Elleh Mo’adè H. al Qiddush di Rosh ha-Shanah al pari dei Shalosh Regalim. Peraltro già nel Siddur Panzieri, la cui prima edizione risale all’anteguerra, alcune delle espressioni di Simchah sono inserite fra parentesi con un carattere ridotto, indicandole come facoltative (p. 231-232; 241-245). Per tutta la questione si veda D. Sperber, Minhaghè Israel, vol. VII, p. 183-218.
[2] Per un’ampia discussione si veda Resp. ‘Asseh lekhà Rav, III, n. 19.
