Dietro le canottiere e i tatuaggi c’è un’intenzione sincera. La nuova stagione del tradizionalismo israeliano ci mette davanti a una sfida. E allora?
Rav Chaim Navon – Makòr Rishòn — 6 settembre 2026
Il monaco cattolico Johann Tetzel era incaricato, nella Germania del XVI secolo, della vendita delle indulgenze. Secondo una leggenda, un giorno un nobile tedesco gli chiese se fosse possibile acquistare un’indulgenza per un peccato che avrebbe commesso in futuro.
«Certo», rispose Tetzel, «se paghi in contanti».
Il nobile pagò, ricevette il documento, poi colpì il monaco, si riprese il denaro e gli disse: «Ecco il peccato futuro per il quale mi hai appena concesso l’indulgenza».
L’ipocrisia religiosa ci irrita profondamente — e giustamente. Una momentanea ostentazione di devozione non può procurarci il vero perdono dei nostri peccati: per quello bisogna lavorare sodo.
È proprio per questo che alcuni si irritano quando vedono giovani tatuati e ragazze in canottiera recitare con entusiasmo le Selichot al Muro Occidentale. Curiosamente, questa irritazione sembra provenire più dalla sinistra laica che dalla destra religiosa. La «grande riscoperta della religione» nella società israeliana mette in allarme molti israeliani di vecchia generazione, che si aggrappano agli aspetti più esteriori del fenomeno per ridicolizzarlo.
Io, invece, non mi irrito, non mi allarmo e non lo ridicolizzo.
La domanda è: che differenza c’è tra ipocrisia religiosa e autentica crescita spirituale?
La risposta sta nel capire se ci troviamo davanti a una tappa del percorso o alla sua destinazione finale.
Una persona che osserva le mitzvot in maniera selettiva e contemporaneamente si presenta come un giusto perfetto merita certamente disprezzo, non lode.
Ma non è questo ciò che vedo intorno a me.
I nuovi tradizionalisti non si precipitano ad assumere su di sé tutte le 613 mitzvot, ma sono ben lontani dal pretendere di essere dei santi perfetti. Sanno bene che la loro condizione spirituale rappresenta una tappa del cammino. E, del resto, chi di noi può affermare di essere qualcosa di più?
Forse resteranno fermi a questa tappa e non andranno oltre. Ma saranno i primi ad ammettere che si tratta, appunto, soltanto di una tappa.
E c’è di più. Anche se molti individui non avanzeranno oltre il punto in cui si trovano oggi, la crescita religiosa dell’intera società segue una dinamica propria.
Quando vedo manifestazioni superficiali della religiosità, accompagnate da molto stile esteriore e da qualche esibizione per gli amici, non dimentico una cosa fondamentale: Dio esiste davvero. E ha un enorme potere di attrazione.
Non dobbiamo preoccuparci troppo per Dio: sa cavarsela da solo.
Molti hanno cercato di addomesticarlo, trasformandolo in un amabile animale domestico che potesse essere loro utile. Ma ben presto hanno scoperto che quello che sembrava un tenero gattino era in realtà un leone ruggente. E che, invece di essere Lui a divertirli, erano loro a correre davanti al suo carro.
Tutto questo, però, vale a una condizione: dobbiamo ricordare che l’osservanza selettiva delle mitzvot non è la destinazione, ma una tappa del viaggio.
E c’è un’altra condizione, altrettanto importante: in quale direzione stiamo viaggiando?
All’aeroporto Ben Gurion c’è un punto in cui i passeggeri in partenza e quelli appena arrivati si incrociano. Sono nella stessa stazione, per così dire, ma basta guardarli in faccia per cogliere l’enorme differenza.
Anche nel nostro caso c’è una differenza fondamentale tra un ragazzo tatuato che va a recitare le Selichot e un ragazzo che recita le Selichot fin dall’infanzia e poi va a farsi un tatuaggio.
Apparentemente si trovano nella stessa tappa.
In realtà stanno viaggiando in direzioni opposte.
Una stazione con molti binari
Questa stazione intermedia ha molti binari diversi, con sfumature differenti, ma anche un ampio denominatore comune.
Per esempio, la preferenza per le mitzvot positive rispetto ai divieti.
Chi si trova in questa fase tende a preferire il comandamento «si faranno delle frange (tzitzit)» al divieto «non andrete dietro al vostro cuore e ai vostri occhi»; la recitazione delle Selichot alla guida prudente; il Kiddush dello Shabbat al divieto di guidare durante lo Shabbat.
È una tendenza profondamente umana e facilmente comprensibile.
È la stessa tendenza che porta qualcuno ad aggiungere alla propria dieta vitamine salutari invece di eliminare i dolci nocivi — anche se, probabilmente, rinunciare ai dolci sarebbe stato molto più utile alla sua salute.
Le mitzvot positive danno una sensazione più gratificante. In genere sono meno impegnative e, soprattutto, hanno spesso una carica simbolica molto più forte.
Questo non significa che la «stazione delle mitzvot positive» sia una stazione sbagliata.
Significa semplicemente che è una stazione.
Si capisce quindi perché sia così attraente per molti dei nostri studenti dell’educazione religiosa: permette loro di entrare a far parte del consenso israeliano senza rinunciare a Dio e ai valori della propria famiglia.
Ed è proprio per questo che questa nuova forma di tradizionalismo, così positiva per il popolo d’Israele, rende molto più difficile il nostro lavoro di educatori religiosi.
Ma noi non abbiamo paura del lavoro difficile.
Non dobbiamo fare sconti ai nostri studenti. Non dobbiamo abbassare l’asticella.
La stessa luce che splende nelle mitzvot positive illumina anche i divieti, anche se passa attraverso un filtro diverso.
Non abbiamo bisogno di meno studio della Torah.
Ne abbiamo bisogno di più.
Perché quanto più aumenta l’intensità della luce, tanto più essa sarà visibile in ogni angolo.
Più Torah, più mitzvot.
Io credo che questa grande crescita spirituale arriverà, prima o poi, anche a questa stazione.
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