פֶּן־יֵ֣שׁ בָּ֠כֶ֠ם אִ֣ישׁ אֽוֹ־אִשָּׁ֞ה א֧וֹ מִשְׁפָּחָ֣ה אוֹ־שֵׁ֗בֶט אֲשֶׁר֩ לְבָב֨וֹ פֹנֶ֤ה הַיּוֹם֙ מֵעִם֙ ה’ אֱלֹ-הֵ֔ינוּ לָלֶ֣כֶת לַעֲבֹ֔ד אֶת־אֱלֹהֵ֖י הַגּוֹיִ֣ם הָהֵ֑ם פֶּן־יֵ֣שׁ בָּכֶ֗ם שֹׁ֛רֶשׁ פֹּרֶ֥ה רֹ֖אשׁ וְלַעֲנָֽה׃ וְהָיָ֡ה בְּשׇׁמְעוֹ֩ אֶת־דִּבְרֵ֨י הָאָלָ֜ה הַזֹּ֗את וְהִתְבָּרֵ֨ךְ בִּלְבָב֤וֹ לֵאמֹר֙ שָׁל֣וֹם יִֽהְיֶה־לִּ֔י כִּ֛י בִּשְׁרִר֥וּת לִבִּ֖י אֵלֵ֑ךְ לְמַ֛עַן סְפ֥וֹת הָרָוָ֖ה אֶת־הַצְּמֵאָֽה׃ לֹא־יֹאבֶ֣ה ה’ סְלֹ֣חַֽ לוֹ֒
Devarim 29, 17-19: Se per caso ci fosse in mezzo a voi un uomo o una donna, una famiglia o una tribù il cui cuore è distolto oggi da H. D. nostro per andare a venerare gli dei di quei popoli; se per caso ci fosse in mezzo a voi una radice che produce veleno e assenzio, nell’ascoltare le parole di questo anatema potrebbe felicitarsi in cuor suo dicendo: “Avrò pace anche se asseconderò l’ostinazione del mio cuore”, facendo sì che il campo irrigato vada ad aggiungersi a quello arido, H. non accetterà di perdonarlo!
Nella Parashat Nitzavim assistiamo all’ultimo discorso di Moshe nelle piane di Moav. Tutti erano “presenti”, come dice la parola, persino i bambini. Si trattava di rinnovare il Patto contratto quarant’anni prima al Monte Sinay. Molte cose erano accadute nel frattempo: il peccato del Vitello d’Oro e quello degli esploratori, che aveva provocato la dilazione dell’ingresso in Eretz Israel. Moshe si rivolgeva alla nuova generazione che al Sinay non aveva presenziato cui spettava ora il compito di fondare lo Stato ebraico e trasmetterne l’istituzione a tante generazioni a venire. Su quali basi?
Abrabanel osserva che la parola Nitzavim che dà il titolo alla Parashah non significa solo “presenti” in senso fisico, come se si trattasse semplicemente di rispondere a un appello. La stessa espressione è usata a proposito di Datan e Aviram allorché furono chiamati a rispondere della loro partecipazione alla ribellione di Qorach (Bemidbar 16, 27), ovvero per descrivere il momento in cui H. stesso si erge (nitzav) a giudicare (Yesha’yahu 3, 13). Nitzavim indica piuttosto una presenza giuridica: voi siete “presenti”, avrebbe inteso dir loro Moshe, in quanto invitati a una discussione. È singolare il metodo. Il Patto fra H. e i Figli di Israel non può essere imposto, un foedus iniquum. È necessario che entrambe le parti abbiano diritto di parola. Su quale argomento nella fattispecie?
Una società è anzitutto una somma di componenti e non può prescindere da essi. Non sarebbe stato sufficiente che il popolo nel suo insieme accettasse il Patto con H. senza responsabilizzare le singole parti. Il Patto era incentrato sul ripudio dell’idolatria e l’accettazione del D. unico. Ma cosa sarebbe accaduto se una frazione del popolo non importa quanto numerosa, dal singolo individuo a un’intera tribù, decidesse di perseguire un proprio cammino idolatrico, sapendo di venir meno agli accordi ma contando sull’impunità della collettività che nel suo complesso al Patto sarebbe stata ligia? L’individuo impostore si sarebbe salvato per i meriti della nazione, in quanto parte di essa? Moshe convocò tutti per comunicare loro, in modo inequivocabile, che “H. non accetterà di perdonarlo”: quella persona non la farà franca! Non è prevedibile il rigoglio che avrà in futuro la pianta nata da una radice per quanto piccola. Tollerare un comportamento del genere sia pure in una sparuta minoranza potrebbe avvelenare le generazioni a venire. Se i cittadini avessero avuto dei dubbi in proposito, o degli elementi di disaccordo, era quella la tribuna per chiarire le cose una volta per tutte.
Moshe adoperò a questo punto un’immagine che richiamava probabilmente un antico proverbio popolare. Nel descrivere l’atteggiamento di questi trasgressori egli disse che il loro proposito era far sì “che il campo irrigato vada ad aggiungersi a quello arido”. A cosa allude con esattezza la metafora? Secondo Abrabanel (cfr. anche Ibn ‘Ezrà, R. Itzchaq ‘Aramà) i due campi rappresentano rispettivamente colui che non merita alcuna attenzione da parte della Divinità a fronte di colui che ne attende i benefici. Il grande statista spagnolo del Quattrocento spiega: “chi possiede due campi adiacenti, uno dei quali bisognoso d’acqua e l’altro irrigato, senza dubbio nel momento in cui indirizza l’acqua verso il campo assetato annaffierà anche quello già irrigato benché ciò non corrisponda alle sue intenzioni. Fuor di metafora il rinnegato penserà che, pur non avendo il S.B. alcuna intenzione di ricompensarlo con il flusso delle sue benedizioni, dal momento che egli procede nell’ostinazione del suo cuore, ne riceverà per forza di cose la salvezza accanto a tutti gli altri”.
Shimshon R. Hirsch chiarisce ulteriormente il concetto. “Allo stesso modo che quando piove su un campo anche le erbacce vengono bagnate, benché non dovrebbero affatto, … anche qui colui che è privo di valore pensa di poter essere incluso insieme a colui che ha valore, laddove sarebbe auspicabile l’inverso”. Shadal rincara la dose e lascia intravvedere un rischio ancora più estremo: che il malvagio (il campo assetato) finisca in questo modo non solo per approfittarsi del giusto (il campo irrigato), ma riesca a portarlo dalla sua, a corromperlo e a trascinarlo nella punizione. In definitiva unire il malvagio ai giusti provocherebbe la distruzione dell’intera nazione.
Siamo alla vigilia delle feste penitenziali. Uno degli insegnamenti tradizionali che regolano la Teshuvah e la Tefillah di Rosh ha-Shanah e Yom Kippur è in apparente contrasto con questo assunto. Prima del Kol Nedarim invitiamo esplicitamente i trasgressori a unirsi alla Comunità che prega. In una delle sue celebri parabole il Magghid di Dubno paragona il peccatore allo studente mediocre che insabbia il proprio compito in classe fra quelli dei compagni nella speranza che l’insegnante lo giudichi più benevolmente per effetto della mescolanza. È opportuno unirsi alla collettività nella preghiera, si insegna, proprio per evitare che rivolgendosi a H. in solitudine i nostri trascorsi prendano il sopravvento nella Sua considerazione e il S.B. rigetti la nostra Tefillah. Al contrario nel Klal Israel i meriti degli uni controbilanciano i difetti degli altri e questa compensazione si risolve a beneficio di tutti. La conclusione sarebbe che almeno in una certa misura il singolo trasgressore può sì avvalersi dei meriti della collettività per essere scagionato.
Il problema può essere risolto ispirandoci ad altre interpretazioni della metafora dei due campi. C’è chi sostiene infatti che l’immagine alluda piuttosto a due tipi differenti di trasgressioni. Il campo irriguo, dice Rashì, rappresenta coloro che “non l’hanno fatto apposta” (shoghèg): essi si comportano come l’ubriaco, che agisce inconsapevolmente. Il campo assetato, all’inverso, è l’immagine del trasgressore consapevole (mezìd). Suo nipote Rashbam distingue invece i trasgressori di principio (lehakh’is), che agiscono in una condizione di sazietà al solo scopo di contraddire la Divinità e i principi della Torah dai trasgressori per appetito (le-teavon), mossi non di rado da condizioni di necessità come molti ladri (cfr. anche Da’at Zeqenim ad loc.). Afferma Maimonide (Hilkhot Yessodè ha-Torah, 5) che il trasgressore lehakh’is contravviene al divieto di profanare il Nome: una trasgressione talmente grave da poter essere espiata solo con la morte del responsabile (Yomà 86). È evidente che il background dei due colpevoli ha un peso differente.
Altri commentatori elaborano ulteriormente l’immagine del doppio campo. Nachmanide cita il Talmud: “Vi è nell’uomo un membro che quanto più lo sazi, più si sente affamato; quanto più lo affami, più si sente sazio” (Sukkah 52b). “Quanto più il peccatore indulge alle sue insane inclinazioni – commenta-, la sua anima avrà ancora più sete proprio di ciò di cui si sazia”. Distingue così fra il peccatore che alimenta costantemente le proprie passioni da colui che si limita a inciampare in trasgressioni occasionali pur tenendo a bada il proprio istinto. A sua volta R. Bachyè parte dalla “ostinazione del cuore” su cui insiste il nostro versetto per elaborare la teoria secondo cui “i pensieri trasgressivi sono più gravi (o più difficili da gestire) della trasgressione stessa” (Yomà 29a), dal momento che in questo caso si trasgredisce sia con il pensiero che mediante l’azione cui il pensiero inevitabilmente conduce mentre nell’altro, ovvero la trasgressione non premeditata, c’è di male solo l’azione.
In sintesi la Torah ci invita a distinguere fra una condizione a priori (le-cha-tchillah) e una situazione a posteriori (be-di’avad). Un conto è il comune peccatore per debolezza, che ha accettato la Torah ma sa di non disporre delle forze interiori sufficienti né per resistere alle tentazioni, né per ottenere successivamente il perdono Divino cui tanto anela e ricerca l’aiuto altrui. Oppure il trasgressore per ignoranza, che ha accettato la Torah come principio generale, ma semplicemente non l’ha approfondita abbastanza, per mancanza di tempo o di energie intellettuali: egli si vergogna dei suoi “vuoti” nel momento in cui qualcuno glieli fa notare. Tutt’altra cosa è il ribelle che agisce con premeditazione: costui pianifica consapevolmente la propria vita in contrasto con H. contando sul fatto che la consapevolezza di appartenere al popolo ebraico lo tutelerà da ogni sanzione e garantirà per lui in ogni caso. Ciò non è ammissibile. E se anche a questi fosse concessa la Teshuvah, sia pure a prezzo di un cammino di rigenerazione assai più faticoso e doloroso? C’è ancora una possibilità di interpretazione del nostro testo, cui Abrabanel accenna soltanto. Il peccatore che mette insieme il campo irrigato con quello assetato potrebbe essere colui che si ostina a voler associare alla Torah, il campo irrigato che non necessita di ulteriori acque ed è spiritualmente autosufficiente, dottrine di diversa provenienza e per loro natura assetate, incapaci di soddisfare se stesse e coloro che pretendono di professarle. La persona in questione si sente paga del fatto che il S.B. ha dato a ogni uomo l’intelletto e con esso, a suo dire, la piena libertà di disporne a proprio piacimento. Pretendere di collegare insieme il D. di Israel e altre entità e dottrine (meshattefin Shem Shamayim we-davar acher) è una questione dibattuta almeno fin dal Medioevo (cfr. Tossafot Sanhedrin 63b s. v. Assur): certamente ciò è proibito ai membri del popolo ebraico. L’ebraismo dev’essere professato senza contaminazioni. In vista del nuovo anno ripromettiamoci di rafforzare la nostra identità senza compromessi e sincretismi!
