5785-2055
Traduzione-adattamento editoriale Claude
Introduzione: la guerra che non finisce mai
La parashà della settimana, che leggiamo con l’aiuto di Dio in questo Shabbat, è Ki Tetzè: la seconda parashà del mese di Elul. È la parashà che contiene il maggior numero di precetti di tutta la Torà – 74 tra mitzvot positive e negative – ma il tema principale su cui si soffermano i nostri Maestri è l’apertura della parashà, che parla della guerra contro lo yetzer (l’istinto al male).
La parashà si apre così: «Quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici e il Signore tuo Dio te li consegnerà nelle tue mani, e ne farai prigionieri; e vedrai tra i prigionieri una donna di bell’aspetto, e la desidererai, e la prenderai in moglie; la condurrai dentro la tua casa, ed ella si raderà il capo e si taglierà le unghie; si toglierà la veste della prigionia, dimorerà in casa tua e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; solo dopo potrai unirti a lei, ed ella sarà tua moglie» (Devarim 21,10-13).
I Maestri più recenti discutono a lungo del caso della «donna di bell’aspetto»: a differenza del «figlio ribelle e traviato», di cui la Ghemarà si chiede se sia mai esistito realmente, qui il caso è certamente avvenuto – come troviamo nel re David, che sposò Maakhà, figlia di Talmai re di Gheshur, la quale era appunto una «donna di bell’aspetto»; da quell’unione nacque Avshalom, che come è noto avrebbe poi inseguito David per ucciderlo. Ma i Maestri insegnano che tutto il brano, in realtà, allude allo yetzer hara. Il caso della donna di bell’aspetto esiste, certo; ma ai nostri giorni non è più un tema praticabile, e per questo il suo significato profondo va cercato nella guerra contro l’istinto al male.
Una prima domanda merita chiarimento: perché la Torà apre al singolare – «quando uscirai in guerra» – prosegue al plurale – «contro i tuoi nemici» – e torna poi al singolare – «e il Signore tuo Dio te lo consegnerà nelle tue mani»?
Se il testo si riferisse a una guerra reale contro nemici in carne e ossa, dovrebbe dire «quando uscirete in guerra contro i vostri nemici, e il Signore ve li consegnerà nelle vostre mani» – poiché, in linea di principio, un uomo non esce mai da solo in guerra, ma con un intero esercito. Come si spiega allora questo «quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici», al singolare?
Rispondono i commentatori: la Torà non parla qui che dello yetzer hara. Questo brano, nella sua essenza, riguarda l’istinto al male, e proprio per questo ci insegna una via di teshuvà (ritorno, pentimento).
Scrive l’Or HaChaim HaKadosh: «“si toglierà la veste della prigionia” – significa che ella si è acquisita, come prigioniera, in un luogo impuro; e questo avverrà tramite la purificazione dai peccati, le vie della teshuvà e la preparazione della mente dinanzi al Dio d’Israele. Sceglierà come propria dimora un luogo speciale per Israele, cioè la casa di studio, ed è ciò che intende dire “dimorerà in casa tua”; e si confesserà, piangendo, per il tradimento verso suo padre e sua madre e per la separazione da loro – suo padre è il Santo Benedetto Egli sia, sua madre è la Knesset Israel (come insegna Berakhot 35a) – e “un mese intero” è la misura di tempo sufficiente per chi ritorna in teshuvà, oppure allude al mese specificamente dedicato al pentimento, il mese di Elul».
Se dunque la parashà parla del distacco dallo yetzer hara, che cosa significa esattamente il taglio dei capelli e delle unghie – perché «si raderà il capo e si taglierà le unghie»?
Dicono i commentatori che unghie e capelli rappresentano il superfluo. E poiché così è, una delle cose fondamentali per chi torna in teshuvà è proprio distaccarsi dal superfluo: solo così gli diventa più facile ritornare.
Inoltre, quando una persona, che il Cielo ce ne scampi, si trova in lutto, lascia crescere entrambe queste cose – capelli e unghie – proprio per ricordarle che questo mondo è transitorio.
Il racconto del Chidà: l’annullamento dello yetzer dell’idolatria
Viene il Chidà, nel suo libro Nachal Kedumim, e riporta un insegnamento meraviglioso che ha udito.
Racconta la Ghemarà (Yomà 69b): gli uomini della Grande Assemblea «si sedettero in digiuno per tre giorni e tre notti, e fu loro consegnato [nelle mani], e annullarono l’istinto dell’idolatria…».
Oggi non comprendiamo appieno quanto fosse potente, allora, l’istinto verso l’idolatria – prostrarsi davanti a legno e pietra, sole e luna. Ma è nota la Ghemarà in Sanhedrin, sull’episodio di Rav Ashì e Menashè.
Racconta la Ghemarà (Sanhedrin 102b): Rav Ashì, concludendo una lezione su Sanhedrin giunto al capitolo dei tre re, disse ai suoi allievi: «domani apriremo con “i nostri compagni”» – cioè, avrebbe insegnato a proposito dei tre re che, pur essendo stati sapienti come noi, non hanno parte nel mondo a venire: Yerovam, Achav e Menashè. Quella notte gli apparve in sogno proprio Menashè, che gli disse: «“tuo compagno” e “compagno di tuo padre” ci chiami? Tu credi di essere, tu o persino i sapienti che ti hanno preceduto, al nostro livello? Se lo pensi, rispondimi a questa domanda halakhica: da dove bisogna tagliare il pane per la benedizione del “Hamotzì”?». Rispose Rav Ashì: «non lo so». Disse allora Menashè: «non sai nemmeno questo, che pure è cosa semplice, e mi chiami “tuo compagno”?!». Rav Ashì replicò: «insegnamelo, e domani lo dirò a lezione a tuo nome». Rispose Menashè: «si taglia il pane dal punto in cui si forma la crosta nel forno». Chiese allora Rav Ashì: «se eravate così sapienti nella Torà, perché avete servito l’idolatria?». Rispose Menashè: «se tu fossi stato là in quei giorni, avresti sollevato il lembo della veste e saresti corso dietro a me verso l’idolatria» – tanto era forte, in quei giorni, l’istinto per l’idolatria.
Oggi, dicono i nostri Maestri – e tra loro il Beer Moshè di Ozerov – l’idolatria si è tramutata in denaro, citando a questo proposito il verso di Chavakuk (3,12): «con ira percorri la terra».
Scrive il Beer Moshè (parashat Behar): «ha scritto il Chidà, benedetta la sua memoria, in Devash LePi (voce Zayin, “ira”): dissero gli antichi che seimila anni dura il mondo: nei primi duemila anni prevalse lo yetzer hara nella dissolutezza; nei secondi duemila, nell’idolatria; e in questi ultimi duemila, nel denaro – e il segno è la parola “ZaʼaM” [ira]; e il Maharam ben Chaviv di Salonicco vi trovò allusione nel verso “con ira percorri la terra” – il mondo procede secondo il suo costume abituale – “e nell’ira trebbi le nazioni”».
Un pensiero simile è riportato nel libro Or HaChokhmà, a nome del Rebbe Rabbì Michel di Zlotchov: dopo che l’idolatria delle generazioni antiche fu annullata, oggi il denaro stesso è divenuto la nuova idolatria; e forse vi si può alludere in ciò che insegna il Sifré su Ha’azinu (Devarim 32,12), sul verso «e non c’era con Lui dio straniero» – che non vi fossero tra voi idolatri, oppure, secondo un’altra lettura, che non vi fossero tra voi mercanti dediti unicamente al commercio: equiparando così il commercio, la cui radice è l’amore del denaro, all’idolatria stessa – poiché l’amore del denaro è legato al pensiero «la mia forza e la potenza della mia mano», ed è dunque, in fondo, una forma di idolatria.
Il completamento del racconto: l’istinto della trasgressione
Prosegue la Ghemarà in Yomà: nell’istante stesso in cui annullarono l’istinto dell’idolatria, «uscì come un cucciolo di fuoco dal Santo dei Santi». Dissero allora gli uomini della Grande Assemblea: poiché questo è un momento di grazia in Cielo – dal momento che il Signore ha esaudito la nostra richiesta di rimuovere da noi l’istinto dell’idolatria – chiediamo misericordia anche riguardo all’istinto della trasgressione, cioè della licenziosità, affinché sia consegnato nelle nostre mani. Pregarono, e fu loro consegnato. Disse loro quell’istinto: «sappiate che se mi ucciderete, il mondo cesserà di esistere» – poiché non vi sarebbe più procreazione. Lo tennero prigioniero per tre giorni, e in quei tre giorni cercarono in tutta la terra d’Israele un uovo appena deposto, e non se ne trovò alcuno, tanto era cessata la capacità procreativa persino negli animali. Dissero allora: «come faremo? Se lo uccidiamo, il mondo cesserà di esistere; se chiediamo misericordia solo per metà di esso» – cioè che l’uomo desideri sua moglie ma non desideri più le donne proibite – «in Cielo non si concede una cosa a metà». Perciò gli accecarono gli occhi con del collirio, e lo lasciarono andare; e questo fu di beneficio, perché da allora l’uomo non è più incline a peccare con le proprie consanguinee proibite.
Scrive il Chidà (Nachal Kedumim, lettera Alef): ed ecco l’allusione contenuta in «quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici» – al plurale, poiché sono due: l’istinto dell’idolatria e l’istinto della trasgressione. «E te lo consegnerà» – al singolare – si riferisce a uno solo di essi, l’istinto dell’idolatria, completamente annientato; mentre riguardo al secondo, «e ne farai prigioniero», la Torà allude solo ad un suo parziale accecamento, un beneficio limitato.
Combattere sul territorio del nemico
Un’altra osservazione: scrive l’Oznayim LaTorà – «“quando uscirai in guerra”: la Torà ti insegna una tattica militare – se devi condurre una guerra, cerca di condurla sul territorio del nemico, o in un luogo neutro: “quando uscirai in guerra”. Non aspettare che sia lui a venire a combatterti nella tua stessa terra, finché, anche vincendolo, egli avrà già distrutto le tue città».
Ho trovato tra i commentatori un’osservazione molto bella su questo. Ogni uomo dovrebbe porsi delle recinzioni e delle salvaguardie: allargando i propri «margini», anche se lo yetzer hara «morde» qualcosa, non riesce a toccare l’essenziale. Che cosa significa questo? C’è chi è abituato a raggiungere il minian dello Shacharit che inizia alle sette – e arriva puntuale alle sette, o cinque minuti dopo. Ma c’è chi arriva già venti minuti prima – perché? Perché recita «Petach Eliyahu», il brano dell’Akedà, e così via: aggiunge, cioè, venti minuti alla propria preghiera, e altrettanti ne resta dopo per studiare. In un caso simile, anche se lo yetzer hara riuscisse a convincerlo a fare tardi, riuscirebbe a intaccare solo i «margini», non l’essenziale, quel nucleo di tempo compreso tra le sette e le otto, che resta intoccabile. Ecco il senso di «quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici»: sei tu, ora, a portare la guerra sul terreno dello yetzer hara – la tua rete di sicurezza, l’hai già costruita.
I due ostacoli dell’uomo in questa guerra
Viene l’Or HaChaim HaKadosh, nella parashà della settimana scorsa, Shoftim, e commenta: «“quando uscirai in guerra” ecc.». Forse il verso allude alla guerra dell’uomo contro il proprio yetzer, e viene a togliere dal suo cuore lo scoraggiamento, dicendo «quando uscirai in guerra» – quella nota guerra, di cui non ve n’è altra più grande. In questa guerra vi sono due difficoltà che indeboliscono l’uomo: la prima, che egli non è avvezzo a questo tipo di guerra come lo è, invece, il suo yetzer hara, esperto e abituato; la seconda, che l’intera natura dell’uomo è incline ad accogliere ogni parola dello yetzer riguardo ai divieti – rubare, derubare, inorgoglirsi, mangiare tutto ciò che l’anima desidera – e questo gli impedisce di ascoltare le parole della Torà e delle mitzvot; tanto più dopo che, essendo caduto in molte trasgressioni, si sono moltiplicate in lui le forze del male nate dai propri stessi cattivi comportamenti, come già spiegato altrove, sì da diventarne, per così dire, prigioniero senza scampo.
Per questo la parola del Signore prosegue qui e dice: «e vedrai» con gli occhi della tua intelligenza «cavallo e carro» – il cavallo rappresenta lo yetzer, sempre pronto per la battaglia, cosa che non è vera per l’uomo; il carro rappresenta l’inclinazione dell’uomo stesso, che tende e brama certe cose; e «un popolo più numeroso di te» allude alle forze del male accumulate a causa delle sue stesse azioni malvage, come detto. Eppure, subito dopo, giunge la buona parola: «non li temere», e la ragione è: «poiché il Signore tuo Dio è con te» – vero è che, se l’uomo affrontasse questa guerra con le proprie sole forze, non avrebbe la capacità di resistervi; ma poiché il Signore tuo Dio è con te, la Sua forza è sufficiente a salvarti: perché quando l’uomo si accinge a purificarsi, la destra dell’Altissimo lo accoglie e si unisce a lui, ed Egli stesso sottomette i suoi persecutori.
E conclude dicendo: «che ti ha fatto salire dalla terra d’Egitto» – prova incontrovertibile che il Signore separa la scintilla santa dalla scorza impura e la purifica: è il segreto dell’elevazione di Israele dall’Egitto, come è noto agli intenditori, ed è questo il segno perché tu ti rafforzi in questa guerra. Così è scritto (Tehillim 37): «il malvagio spia il giusto» ecc. «il Signore non lo abbandonerà nelle sue mani» – e insegnano i Maestri (Kiddushin 30b) che il verso parla proprio dello yetzer hara, che prevale sull’uomo, ma il Signore lo aiuta e lo salva dalla sua mano.
Un popolo appena uscito dall’idolatria
Ci insegna l’Or HaChaim HaKadosh: uscimmo dall’Egitto puri dall’idolatria. Ma fino a quando il popolo d’Israele servì l’idolatria in Egitto? Fino al dieci di Nissan, quando fu detto loro «prendete per voi» – e ciascuno prese un agnello e lo legò ai piedi del proprio letto: fino a quel momento si prostravano davanti proprio a quel medesimo animale! Si può forse immaginare quanta idolatria avessero nelle mani? Eppure, in un solo istante, il Santo Benedetto Egli sia li fece uscire dall’Egitto! Ciascuno acquistò un agnello, lo macellò, si circoncise, mangiò il sacrificio pasquale e uscì dall’Egitto! E nel giro di sette settimane ricevettero la Torà al Sinai!
Il nome «Ehyè Asher Ehyè»: una promessa per sempre
Ho trovato un pensiero molto bello in un libro intitolato Sesh BeImratekhà.
Immaginate di aver preparato in una busta del denaro da consegnare a qualcuno – diciamo 2.500 shekel. Finite di pranzare, e vostra moglie, che sia benedetta, senza accorgersi della busta, solleva la tovaglia usa-e-getta su cui questa si trovava, e – tutto, busta compresa, finisce nella spazzatura!
Vi accorgete, dopo un po’, che la busta non c’è più: «dimmi, dov’è la busta che era sul tavolo?».
«Non lo so, non ho fatto caso a nessuna busta, ma tutto ciò che era sul tavolo è finito nella spazzatura…».
E ora che si fa? Bisogna entrare nel bidone del vicinato – lo si fa o no?
C’è chi dirà: «per 2.500 shekel non entro. Ma per 50.000 shekel, sono pronto a entrarci pure con la mascherina!».
Abbiamo detto, la sera di Pesach: «Io e non un angelo, io e non un serafino, io e non un messo, Io sono, e non altri» – disse il Signore: «non ho permesso a nessuno di entrare nella sporcizia dell’Egitto! Sono entrato Io stesso, in persona! Ora capisci quanto Mi sia caro il popolo d’Israele? Sono entrato nell’impurità dell’Egitto per far uscire il Mio popolo!» – a insegnarci quanto il Santo Benedetto Egli sia ami Israele.
Viene il libro Kohelet Moshè e dice una cosa bellissima. Quando Moshè Rabbenu si accinse a liberare Israele, pose al Signore una domanda: «Moshè disse a Dio: “ecco, io vengo dai figli d’Israele e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi; ed essi mi chiederanno: qual è il Suo nome? Che cosa dirò loro?”. Disse Dio a Moshè: “Ehyè Asher Ehyè”; e disse: “così dirai ai figli d’Israele: Ehyè mi ha mandato a voi”» (Shemot 3,13-14).
Insegna il Kohelet Moshè: il Nome Havayà vale, in gematria, 26, e il Nome Ehyè vale 21; due volte questo Nome fanno 42; il mese di Elul vale 67, e con il «kolel» 68, pari a due volte Ehyè più una volta Havayà. Che cosa viene a insegnarci? Moshè Rabbenu chiese come sarebbero mai potuti uscire dall’Egitto, dal momento che tutti erano idolatri, e il Signore gli rispose: «Ehyè Asher Ehyè» – vi ho liberati una volta? Vi libererò di nuovo!
Si dice all’uomo: «sai cos’è Elul? Non lasciarti trascinare dallo yetzer hara» – perché? Perché il Signore ti ha già liberato dall’idolatria in cui eri immerso in Egitto: hai paura di ricadere? Che cosa ti ha detto il Signore? «Ehyè Asher Ehyè» – anche se cadrai di nuovo, Io sarò di nuovo con te, finché non tornerai a Me!
Non disperare mai del ritorno
Viene l’Alshikh HaKadosh, nella parashà di Shoftim, e si chiede: come dobbiamo affrontare lo yetzer hara?
Scrive l’Alshikh HaKadosh: per insegnare all’uomo la via del pentimento, come possa correggere ciò che ha corrotto, senza disperare della propria guarigione – dicendo tra sé: se già prima di peccare la forza del mio yetzer bastava a farmi trasgredire, ed è cresciuta sempre di più fino a dominarmi come un padrone su uno schiavo, come potrò mai resistergli e sottrarmi a tutto ciò che ha costruito attorno a me, cingendomi di grandi assedi? Le mie colpe si sono moltiplicate, e le forze impure di tutte le mie colpe mi hanno circondato, al punto che non riesco più a rialzarmi davanti a lui, né a trovare la forza per combatterlo e scacciarlo, essendo egli ormai mio padrone e governatore… E chi mi salverà da questo nemico crudele, tanto più ora che ho moltiplicato le trasgressioni, e ciascuna di esse mi sta contro pronta a farmi cadere ancora, poiché «una trasgressione ne trascina un’altra» (Avot 4,2)?
Ma ecco: questi pensieri sono, in realtà, uno strumento distruttivo, con cui lo yetzer cerca di annientare il peccatore: perché è proprio con essi che indebolisce le sue mani e ammorbidisce il suo cuore nella lotta, spingendolo a ricadere ancora nella follia dei suoi peccati, e ad aggiungervi ancora e ancora, fino a perdersi del tutto, il Cielo ce ne scampi. Per questo la nostra Torà di verità viene a rafforzare il nostro cuore, e ci dice: sii forte e coraggioso, non temere e non spaventarti di questo vecchio e stolto avversario; il tuo cuore non si ammorbidisca davanti alle sue tante colpe passate, perché la loro forza non sta che nella tua debolezza. Risvegliati dunque e armati contro di esse: che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu ti cinga i fianchi e venga a purificarti, a combattere contro il tuo yetzer? E il Signore tuo Dio ti accoglierà con favore, e sarà con te finché non porrai i tuoi nemici sotto i tuoi piedi.
«Fuggo da Te, verso Te»
Viene il Nesivos Shalom di Slonim, e sulle parashiyot di Shoftim e Ki Tetzè offre pensieri straordinari, capaci di sollevare dallo scoraggiamento ogni persona, in qualunque situazione essa si trovi.
Osserva il Nesivos Shalom: due parashiyot prima di Rosh HaShanà trattano di guerra: in Shoftim, «quando uscirai in guerra contro il tuo nemico, e vedrai cavallo e carro, un popolo più numeroso di te» ecc.; e questo Shabbat, in Ki Tetzè, «quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici… e vedrai tra i prigionieri una donna di bell’aspetto e la desidererai» ecc. Perché proprio queste due parashiyot furono collocate prima di Rosh HaShanà? Semplicemente perché questo è il nostro compito prima di Rosh HaShanà: un’«operazione di eliminazione» dello yetzer hara. Vediamo un’idea molto bella.
Quando avvenne il primo peccato della creazione? A Rosh HaShanà! A Rosh HaShanà fu creato Adam, il primo uomo, e subito arrivò lo yetzer hara!
Quanto tempo passò dalla creazione del primo uomo alla sua prima «caduta»?
Scrive il Ran (Rosh HaShanà 7a): «a Rosh HaShanà fu creato il primo uomo. Nella prima ora salì [nel] pensiero [divino]; nella seconda si consigliò con gli angeli del servizio; nella terza raccolse la sua polvere; nella quarta la impastò; nella quinta la modellò; nella sesta lo fece corpo senza vita; nella settima vi soffiò l’anima; nell’ottava lo fece entrare nel giardino dell’Eden; nella nona gli fu comandato; nella decima trasgredì; nell’undicesima fu giudicato; nella dodicesima ne uscì assolto…».
Ne risulta che gli bastarono tre ore per peccare!
Come è noto, giunse il serpente e sedusse Chavà a mangiare dall’albero della conoscenza. E dov’era Adam, che il serpente riuscì così facilmente a far peccare Chavà?
Insegna il Midrash (Bereshit Rabbà, parashà 19,3): «“e la donna disse al serpente” (Bereshit 3,2) – e dov’era Adam in quel momento? Disse Abbà bar Kurya: era occupato in un rapporto coniugale, e poi si addormentò».
Nell’istante in cui Chavà mangia dall’albero, dice la Torà: «ed erano entrambi nudi, l’uomo e sua moglie, e non se ne vergognavano» (Bereshit 2,25) – perché erano senza vesti? Perché quando l’intero corpo è dedito alle mitzvot, non c’è vergogna nel corpo. Ogni vergogna comincia quando il corpo inizia a trasgredire; per questo la parola ebraica per «veste» (beghed) è collegata alla radice «tradimento» (baghad) – poiché il primo uomo «tradì» il Signore trasgredendo il Suo comando.
«E udirono la voce del Signore Dio, che passeggiava nel giardino al soffio del giorno; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza del Signore Dio, tra gli alberi del giardino» (Bereshit 3,8).
Insegna il Nesivos Shalom: l’allusione è a Rosh HaShanà, poiché l’espressione «il giorno» indica proprio quel giorno. «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: dove sei?» – gli chiede: a quale bassezza sei giunto, che proprio mentre odi la voce di Dio, tu fuggi e ti nascondi? Il Signore chiama l’ebreo a Rosh HaShanà: «tornate, figli traviati» – e tu, invece, ti nascondi ancora? «Rispose: ho udito la Tua voce nel giardino, e ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto» – risponde Adam, perché ho visto di essere nudo, come potrò dunque tornare? «E Dio disse: chi ti ha detto che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero da cui ti avevo comandato di non mangiare?» – da dove ti è venuto questo pensiero, di essere nudo? La profondità della domanda è: da quale parte ti avvicini alla questione? Il fatto stesso che tu sia nudo, viene per spingerti a migliorare, oppure viene dallo yetzer, per farti cadere, dicendoti: «guarda dove sei arrivato, sei ormai un caso perduto»?
Per questo l’ebreo non deve temere l’esistenza stessa delle proprie trasgressioni, ma deve piuttosto verificare verso quale direzione lo conduce quel timore. Per un ebreo, non esiste la condizione di essere «perduto»…
Dunque, non solo lo yetzer hara induce l’uomo a peccare, ma cerca anche di scoraggiarlo: «ecco, la tua carriera è finita! Non hai più alcuna possibilità di tornare in teshuvà!».
Scrive Rabbì Shlomò Ibn Gabirol, nel suo piyyut: «Mio Dio, se la mia colpa è troppo grande per essere perdonata, che cosa farai per il Tuo grande Nome? E se io non spero nella Tua misericordia, chi avrà pietà di me se non Tu? Perciò, se vorrai uccidermi, in Te spererò comunque; e se cercherai la mia colpa, fuggirò da Te verso Te, e mi coprirò dalla Tua ira alla Tua stessa ombra…».
Dove dovremmo dunque fuggire? Yonà tentò di fuggire, e che cosa gli accadde? Lo inghiottì un pesce! Vuoi fuggire? Fuggi verso il Signore, e coprìti alla Sua ombra!
Il vitello sotto il mantello di Rabbì
Viene il Rav Wachtfogel e spiega un passo della Ghemarà.
Racconta la Ghemarà (Bava Metzià 85a): le sofferenze di Rabbì «vennero tramite un fatto, e se ne andarono tramite un fatto». Che cosa avvenne all’inizio? Un vitello veniva condotto alla macellazione; se ne andò a nascondere la testa sotto i lembi della veste di Rabbì, e piangeva, non volendo essere macellato. Gli disse Rabbì: «va’, poiché per questo sei stato creato!». Dissero allora in Cielo: «poiché non ha avuto pietà, vengano su di lui le sofferenze». E se ne andarono tramite un altro fatto: un giorno, la serva di Rabbì stava spazzando la casa; c’erano dei cuccioli di donnola gettati a terra, ed ella li stava spazzando via. Le disse Rabbì: «lasciali stare; sta scritto “e le Sue misericordie sono su tutte le Sue creature” (Tehillim 145,9)». Dissero allora in Cielo: «poiché ha avuto pietà, avremo pietà di lui», e le sofferenze cessarono.
Si domanda il Rav Wachtfogel: quale colpa aveva Rabbì, se comunque «alla fine ogni animale è destinato alla macellazione» (Berakhot 17a)? Forse che chiunque macella un animale viene giudicato con sofferenze? Spiega il Rav Wachtfogel: certo, ogni animale è destinato alla macellazione, e non c’è colpa in chi conduce un animale al macello; ma se quell’animale fugge e viene a rifugiarsi sotto le tue ali, chiedendo misericordia perché tu lo salvi, l’attributo della misericordia esige che tu lo custodisca sotto la tua protezione, e non lo respinga.
Su questa base, spiega il Rav Wachtfogel, si comprende anche il significato della sukkà, che è «l’ombra della fede», come insegnano i nostri Maestri: il suo significato è il rifugiarsi all’ombra del Signore; e chi merita di rifugiarsi alla Sua ombra ottiene una misericordia speciale, anche se, secondo stretto giudizio, non ne sarebbe degno. Così è per noi: veniamo all’ombra del Santo Benedetto Egli sia, e chiediamo misericordia. E anche se, il Cielo non voglia, qualcosa è stato decretato contro di noi, l’attributo della misericordia esige comunque che non si respinga chi entra nel Tuo dominio – poiché Tu, Signore, sei il mio rifugio!
Ne risulta che se un vitello si rifugia sotto il tuo mantello, tu ne diventi responsabile! Poiché il vitello venne a rifugiarsi sotto la veste di Rabbì, ed egli non gli offrì protezione, dicendogli invece «va’, poiché per questo sei stato creato», per questo ricevette tredici anni di sofferenze. E se così si comportò il Signore con Rabbì, certamente si comporterà allo stesso modo con noi: quando l’uomo si presenta davanti al Signore nei Giorni Terribili e dice «“nasconderà nell’ombra della Sua mano, sotto le ali della Presenza divina”» – «Signore dell’universo, io sono attaccato a Te: offrimi rifugio!» – in una situazione simile, per così dire, il Signore non può dirgli di andarsene, perché altrimenti Rabbì stesso potrebbe protestare: «se ti comporti così con costui, perché hai punito me?».
Se un uomo si presenta a Rosh HaShanà davanti al Signore e dice, come scrive Rabbì Shlomò Ibn Gabirol: «Signore dell’universo, fuggo da Te verso Te, e mi copro dalla Tua ira alla Tua ombra» – è certo che il Signore non lo respingerà dalla Sua presenza! Chi ripone la propria fiducia nella Roccia dei mondi e grida «Signore dell’universo, solo in Te confido!» – il Signore stesso squarcia il decreto contro di lui!
Il padre severo e il padre affettuoso
Si racconta di un padre che aveva un figlio molto dotato. Il maestro del figlio lasciò l’incarico, e tutti i bambini del talmud torà rimasero senza insegnante; così ogni padre si mise a insegnare al proprio figlio. Quel padre era molto rigido: prendeva il figlio e gli diceva: «adesso siedi come in una casa di studio! Metti il dito sulla Ghemarà e comincia a studiare!». E così, con piena severità, insegnava al figlio; e quando il bambino si stancava, il padre cominciava a minacciarlo: «se ti distrai un’altra volta, ti do due schiaffi!».
Che fare, nessun bambino riesce a restare sempre concentrato: il padre nota che il figlio comincia a sognare a occhi aperti, e subito gli rifila due sberle senza battere ciglio.
«Papà…!»
«Adesso non sono tuo padre, sono il tuo maestro! Guarda dentro la Ghemarà, prima che te ne arrivino altre due!».
E così studiarono fino alla pausa delle dieci. Dopo la pausa, il padre nota di nuovo che il figlio sogna ad occhi aperti, e naturalmente gli rifila altri due schiaffi.
«Papà…!»
«Adesso non sono tuo padre, sono il tuo maestro! Guarda dentro la Ghemarà!».
Finisce la giornata di studio. Arriva la sera, ed è ora di andare a dormire. Il padre si avvicina al figlio, gli dà un bacio sulla fronte e gli racconta storie di tzaddikim.
«Papà, tu mi ami?».
«Certo che sì! Non sono forse tuo padre?!».
«Se mi ami, potresti farmi un favore e parlare con il maestro di stamattina, perché smetta di picchiarmi?» …
Ha detto il Rebbe Rabbì Sar Shalom di Belz: questo è il significato di «Hashem, salva! Il Re ci risponda nel giorno in cui Lo invochiamo» (Tehillim 20,10) – il Nome «Hashem» rappresenta l’attributo della misericordia. Perciò chiediamo al Re – che è il Santo Benedetto Egli sia – che sia proprio l’attributo della misericordia a risponderci!
Hai commesso delle trasgressioni? Entra da Lui sotto il cappotto e digli: «sii Padre, e non essere Re!».
Nessun ebreo è mai perduto
Dopo queste parole, possiamo tornare al pensiero del Nesivos Shalom di Slonim.
Anche il popolo d’Israele non credeva che il Signore stesse per redimerlo. Quando Moshè Rabbenu venne ad annunciare che sarebbe stato lui il redentore, gli dissero: come è possibile, se tutto l’Egitto è pieno della nostra idolatria – come potremo mai essere redenti? Rispose loro Moshè Rabbenu: poiché il Signore desidera redimervi, Egli non guarda affatto alla sporcizia della vostra idolatria!
Insegna il Nesivos Shalom di Slonim: per un ebreo non esiste la condizione di essere «perduto», e questo è uno dei fondamenti primi della fede ebraica. È proprio la fede dell’uscita dall’Egitto: il Signore ha mostrato che ci ha fatti uscire dai quarantanove cancelli dell’impurità, ed Israele si è elevato ai gradini più alti, fino a ricevere la Torà. L’ebreo crede che «il Signore tuo Dio è con te, che ti ha fatto salire dalla terra d’Egitto» – e questo annulla ogni timore infondato; egli non si spaventa della moltitudine delle forze del Sitrà Achrà (l’altro lato), e con esse stesse corregge «il cavallo e il carro, il popolo più numeroso di te». L’uomo deve dunque uscire in guerra con tutte le sue forze, senza temere; chi invece teme le trasgressioni già commesse, si ritira dalla battaglia ancora prima di combatterla.
La teshuvà di Rachav
Vorrei portare una prova di quanto sia grande la forza della teshuvà.
C’era una donna di nome Rachav. Nel libro di Yehoshua, quando Yehoshua invia due esploratori – Calev e Pinchas – a esplorare la terra d’Israele, questi entrano nella casa di Rachav; ed ella, da parte sua, dice loro che tutti hanno di loro un timore mortale, e propone di nasconderli per tre giorni, prima che possano tornare al campo.
Narra il testo (Yehoshua 2,6-19): Rachav li nasconde sul tetto sotto steli di lino; gli inseguitori escono a cercarli lungo la via del Giordano; quando ella sale da loro, dice: «so che il Signore vi ha dato la terra, e che il vostro terrore è caduto su di noi, e che tutti gli abitanti della terra si sono sciolti davanti a voi; poiché abbiamo udito come il Signore ha prosciugato le acque del Mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e ciò che avete fatto ai due re degli Emorei oltre il Giordano… e udimmo, e si sciolse il nostro cuore, e più non si levò spirito in alcuno davanti a voi». Dopo tutto questo, ella formula una richiesta: «giuratemi ora per il Signore che, come io ho usato bontà verso di voi, così anche voi userete bontà verso la casa di mio padre… e salverete le nostre vite dalla morte». Essi giurano, ed ella li cala giù dalla finestra con una corda – perché la sua casa era nel muro della cinta – e li invita a nascondersi sui monti per tre giorni. Prima di andarsene, gli uomini le dicono: «siamo sciolti da questo giuramento che ci hai fatto fare» – salvo che ella leghi alla finestra un filo di lana scarlatta e raccolga in casa tutta la sua famiglia.
Perché proprio un filo scarlatto, e non qualcos’altro, alla finestra? Spiegano i commentatori: vi si allude alla necessità, per lei, di fare teshuvà – come è scritto «se i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; se fossero rossi come la porpora, diventeranno come lana» (Yeshayahu 1,18); il giorno di Kippur, quando si mandava il capro nel deserto, il filo scarlatto diventava bianco, e così pure i peccati si sbiancano.
Per quanti anni Rachav visse nella trasgressione – e quale trasgressione, la più bassa condizione che un essere umano possa avere! Dall’età di dieci anni fino a cinquant’anni, ella fu immersa nella condizione più infima che si possa immaginare!
Insegna il Midrash (Bamidbar Rabbà, parashà 3,2): «“felice colui che scegli e avvicini” (Tehillim 65,5): felice chi il Santo Benedetto Egli sia ha scelto, anche se non lo ha avvicinato; e felice l’uomo che Egli ha avvicinato, anche se non lo ha scelto. E chi è colui che Egli ha scelto? Avraham, come è scritto “Tu sei il Signore Dio che hai scelto Avram” (Nechemyà 9,7) – ma non lo avvicinò: fu lui stesso ad avvicinarsi. Yaakov, il Signore lo scelse… ma non lo avvicinò: fu lui stesso ad avvicinarsi… Moshè lo scelse, ma non lo avvicinò. Felici coloro che il Signore ha scelto, anche se non li ha avvicinati. Ma venite e vedete: Yitrò, il Signore lo avvicinò, ma non lo scelse; Rachav la prostituta, la avvicinò, ma non la scelse. Felici coloro che Egli ha avvicinato, anche se non li ha scelti».
Scrive il Beer Moshè (su Yehoshua): dal racconto di Rachav la prostituta, l’uomo può imparare che in una sola notte è nella capacità dell’uomo capovolgersi da un estremo all’altro; e anche se era immerso nel peccato nel modo più grave possibile, le porte della teshuvà restano aperte per lui, ed egli può giungere al livello di un giusto perfetto. Non vedi forse che Rachav la prostituta, un’ora prima dell’arrivo degli inviati, si trovava nella condizione più bassa, sotto il dominio delle klipot (le scorze impure), e non appena giunsero gli inviati, tornò subito in teshuvà, riconobbe il Creatore e meritò lo spirito santo?
E questo è ciò che insegnano (Sifré Bamidbar 10,29): non è forse un ragionamento a fortiori – se colei di cui è scritto (Devarim 20,16) «non lascerai in vita alcuna anima», poiché si è avvicinata da sé, così il Signore l’ha avvicinata – Israele, che compie la Torà, tanto più!
Dunque, ecco ciò che i nostri Maestri ci insegnano: non temere le trasgressioni che hai commesso – per quanto gravi siano – e non lasciare che lo yetzer hara ti scoraggi: esiste sempre una via per tornare in teshuvà!
Il Salmo 27 nel mese di Elul
Dopo queste parole, vorrei soffermarmi su un altro punto.
Gli ebrei di tradizione ashkenazita recitano, per 51 giorni – da Rosh Chodesh Elul fino a Hoshanà Rabbà – il ventisettesimo Salmo di Davide: «Di David; il Signore è mia luce e mia salvezza».
Scrive il Matè Efrayim (par. 581,6): «è uso, in questi Paesi, recitare ogni giorno, da Rosh Chodesh Elul fino a Yom Kippur, dopo la conclusione della tefillà, il Salmo 27 “Di David, il Signore è mia luce e mia salvezza”, mattina e sera, seguito dal Kaddish Yatom».
Scrive l’Elef LaMatè (commentatore del Matè Efrayim): il fondamento dell’usanza si basa sul Midrash Shocher Tov (Tehillim 26,14): «“mia luce” – a Rosh HaShanà; “mia salvezza” – a Yom Kippur»; e in seguito, «“poiché Egli mi nasconderà nella Sua sukkà” – allusione a Sukkot».
Quando esattamente David pronunciò questo Salmo? I nostri Maestri riportano quattro opinioni diverse.
Insegna il Midrash (Vayikrà Rabbà, parashà 21,1-4): Rabbì Elazar interpreta il verso riferendolo al Mar Rosso – «mia luce», poiché è scritto «e illuminò la notte»; «mia salvezza», poiché è scritto «fermatevi e vedete la salvezza del Signore»; «da chi temerò», poiché è scritto «e Moshè disse [al popolo]: non temete». E prosegue confrontando altri versi del Salmo con il racconto dell’attraversamento del mare.
Disse Rabbì Shmuel bar Nachman: questo malvagio [il faraone] non esce dal mondo prima di pronunciare la propria condanna con la propria stessa bocca, come è scritto «disse il nemico: inseguirò, raggiungerò…»; e prosegue applicando ogni frase del Salmo alla caduta degli egiziani nel mare, concludendo che a quel punto Israele poté dire: «se un accampamento si accampasse contro di me – quello degli egiziani – il mio cuore non temerebbe; se una guerra si levasse contro di me – quella degli egiziani – in questo confido», in ciò che Tu mi hai promesso, come è scritto «il Signore combatterà per voi».
Rabbì Shmuel bar Nachman interpreta il verso anche riferendolo ai Filistei: «quando si avvicinano a me i malvagi» – questo è Golyat, come è scritto «e il Filisteo si avvicinò mattina e sera»; «per divorare la mia carne» – come è scritto «disse il Filisteo a David: vieni a me, e darò la tua carne agli uccelli del cielo».
Rabbì Yehoshua ben Levì interpreta il verso riferendolo agli Amalekiti: «quando si avvicinano a me i malvagi» – questi sono gli Amalekiti, come è scritto «e gli Amalekiti irruppero nel Neghev e a Tziklag»; «per divorare la mia carne» – «e le due mogli di David furono prese prigioniere» (Avigail e Achinoam); «i miei avversari e nemici» – «e David li colpì dal crepuscolo fino alla sera del giorno dopo» – e chi gli faceva luce in quelle due notti e un giorno? Il Santo Benedetto Egli sia, con scintille e fulmini, come dice David: «poiché Tu accendi la mia lampada». Da quel momento David poté dire: «se un accampamento di Amalekiti si accampasse contro di me, il mio cuore non temerebbe; se una guerra di Amalekiti si levasse contro di me, in questo confido».
Insegnano i nostri Maestri che la guerra di Tziklag fu la più difficile che David dovette mai affrontare: gli Amalekiti presero prigioniere entrambe le sue mogli, oltre a donne e bambini ebrei, e per questo il popolo voleva lapidare David a causa di quel disastro; da un lato Shaul lo inseguiva per ucciderlo, dall’altro il popolo voleva ucciderlo, e in aggiunta gli avevano rapito entrambe le mogli. Che cosa fa David? Si alza e recita il Salmo: «Di David, il Signore è mia luce e mia salvezza».
Scrive il libro Inyanò shel Yom: nel Mishnà Berurà (581,2) si legge che è uso, nel nostro Paese, recitare ogni giorno, da Rosh Chodesh Elul fino a Yom Kippur, dopo la conclusione della tefillà, il Salmo «Di David, il Signore è mia luce e mia salvezza», mattina e sera.
Questa usanza compare per la prima volta nel libro Shem Tov Katan (del mekubal Rabbì Binyamin Beinush HaCohen), nell’anno 5466 (1706): «ecco a te un grande segreto: chiunque reciti questo Salmo da Rosh Chodesh Elul fino a dopo Simchat Torà, anche se fosse scritto contro di lui in Cielo un decreto severo, potrà annullarlo, e annulla su di sé tutti i decreti duri e severi, uscendo assolto dal giudizio; ma occorre fare molta attenzione a recitarlo sera e mattina, ogni singolo giorno, da Rosh Chodesh Elul fino a dopo Simchat Torà – allora gli è assicurato di trascorrere i propri anni e giorni nel bene, e di sottomettere, tramite questo, ogni sorta di accusatori».
Così scrive anche il Siddur di Rabbì Shabtai, basato sugli scritti dell’Ari, nell’ordine delle intenzioni per Rosh Chodesh Elul, con parole molto simili: chiunque reciti questo Salmo da Rosh Chodesh Elul fino a dopo Simchat Torà, mattina e sera, ogni giorno, ha la garanzia di trascorrere i propri anni nel bene, di annullare ogni decreto severo su di sé e di allontanare ogni accusatore.
Così scrive anche il Chidà nel libro Avodat HaKodesh, alla fine di Sansàn LeYair, a proposito di successo e protezione: si reciti il Salmo per intero dopo ogni Amidà, da Rosh Chodesh Elul fino all’uscita di Yom Kippur, e così pure a Hoshanà Rabbà; ed è l’usanza di Chevron che lo Shatz lo reciti ad alta voce dopo Alenu LeShabeach. È bene recitarlo ogni giorno dell’anno dopo l’Amidà, o quantomeno in questo periodo: chi lo recita con intenzione dopo lo Shacharit troverà la vita.
E nel libro Perì Tzaddik (di Rabbì Tzadok HaCohen di Lublino), su Rosh Chodesh Elul, si osserva: se così fosse, sarebbe logico recitarlo solo a Rosh HaShanà, Yom Kippur e Sukkot – perché dunque cominciare già da Rosh Chodesh Elul? Vi dev’essere dunque un’altra ragione: nel Baal HaTurim si trova, sul verso di Nitzavim (30,6) «e circonciderà il Signore tuo Dio il tuo cuore e il cuore della tua discendenza», un’allusione al mese di Elul tramite le iniziali di quelle stesse parole; così pure nel verso «se non avessi creduto…» (Tehillim 27,13), le lettere di «lulè» (se non) formano «Elul»: significando che, da Elul in poi, l’uomo trema davanti al Signore. E per questo motivo si recita questo Salmo proprio nel mese di Elul, perché vi è alluso quel verso, ed è il tempo propizio per correggere le proprie azioni, affinché il peccato non prevalga: poiché da Rosh Chodesh Elul iniziano i giorni di grazia, quando Moshè Rabbenu salì a ricevere le seconde tavole della Legge.
Il nemico numero uno: ritorno al tema centrale
Il pensiero seguente lo prendo dal Nesivos Shalom di Slonim, e dal libro Mesilot BeLivam su Ki Tetzè – entrambi propongono un’idea davvero straordinaria.
Dobbiamo sapere che lo yetzer hara è il nemico numero uno dell’uomo!
Scrive il Chovot HaLevavot (Shaar Yichud HaMaassè, cap. 5): «Si racconta di un pio che incontrò alcuni uomini di ritorno da una guerra contro il nemico, carichi di un ricco bottino conquistato in un duro combattimento. Disse loro: “Siete tornati dalla guerra piccola con un bottino: preparatevi ora alla guerra grande”. Gli chiesero: “Qual è la guerra grande?”. Rispose: “La guerra contro lo yetzer e le sue schiere”». Ogni nemico, prosegue, quando lo vinci una o due volte, si arrende e rinuncia a combatterti; ma lo yetzer non si accontenta di essere vinto una sola volta, né cento: se ti vince, ti uccide; e se tu lo vinci una sola volta, ti tenderà agguati per tutta la vita pur di vincerti ancora – come dissero i Maestri, «non fidarti di te stesso fino al giorno della tua morte». Non trascura nemmeno la più piccola delle cose, per farsene un gradino verso ciò che è più grande: per questo occorre guardarsene con la massima attenzione.
Se le cose stanno così, lo yetzer hara è, in un certo senso, il tuo «migliore amico»: pensi che non ci sia, ma è con te in ogni passo – ciò che oggi si chiamerebbe «intelligenza artificiale» – non si arrende mai! Una guerra combattuta «senza interruzione».
Ma già il re David disse: «se contro di me si leverà una guerra, in questo confido» – finché ho lo yetzer hara, sono vivo! Perché chi non ha yetzer hara – è morto!
A questo alludeva la Torà con «quando uscirai in guerra», dice l’Or HaChaim HaKadosh: dal momento stesso in cui esci dal grembo materno, sei subito in guerra. Un giorno senza guerra è un giorno perduto; insegna il Nesivos Shalom: tutta l’essenza dell’uomo in questo mondo consiste nella guerra contro lo yetzer.
A chi tocca lo yetzer più forte?
E a chi tocca lo yetzer hara più forte? Non alle persone comuni – «chi è più grande del proprio compagno, ha uno yetzer più grande di lui».
Viene il libro Dorash Tov e spiega la questione in modo molto bello.
Si teneva un raduno internazionale di ingegneri – ogni anno in un Paese diverso del mondo. Un anno furono i russi a ospitarlo; si riunirono ingegneri da tutto il mondo – dalla Russia, dagli Stati Uniti, dalla Cina, dal Giappone e così via – e presentavano le loro idee ingegneristiche: come risparmiare sui materiali, come costruire fondamenta più stabili, e così via. Tra i partecipanti c’erano due ingegneri di lingua russa – uno dalla Russia, l’altro dalla Romania.
L’ingegnere russo lo vede e gli propone di essere suo ospite. Il rumeno accetta. Arriva a casa sua e resta stupito da tutto quel lusso: «wow! Dimmi, che stipendi avete voi qui in Russia per gli ingegneri???».
«Tutto questo palazzo non viene certo dallo stipendio che ricevo» – si avvicina alla finestra e apre la tenda – «vedi quel ponte? L’ho costruito io!».
«E… che c’entra col tuo palazzo?».
«Ero io l’architetto, ed ero io a ordinare tutti i materiali: ogni camion che arrivava, io davo l’ordine – metà camion lo scaricate qui, metà lo scaricate a casa mia. E così, poco a poco, ho costruito tutto questo splendore!».
Il rumeno ascolta e ne trae ispirazione…
Qualche anno dopo, il raduno si tiene in Romania. Il rumeno incontra il russo e lo invita a essere suo ospite. Il russo naturalmente accetta e arriva. Appena entrato dalla porta, resta di stucco davanti a quel lusso: «wow! Dimmi, che stipendi avete voi qui in Romania, per costruire dieci stanze per ogni piano???».
«Tutto questo palazzo non viene certo dallo stipendio che ricevo» – si avvicina alla finestra e apre la tenda – «vedi quel ponte? L’ho costruito io!».
«Non vedo nessun ponte…».
«Esatto. Perché l’ho portato tutto a casa mia! Invece di rubare metà alla volta, sono andato dritto sul tutto!».
Dice il Dorash Tov: c’è chi pensa che il proprio yetzer hara voglia solo «mezzo camion» – ma non è affatto così: lo yetzer hara vuole recidere del tutto il legame con il Santo Benedetto Egli sia. Ma poiché non può reciderlo tutto in una volta, che cosa fa? Un blocchetto qui, un po’ d’asfalto là – finché, alla fine, porta via l’intero ponte!
Il camion di diamanti
Ma c’è ancora un’altra cosa in tutto questo.
Come detto, «quando uscirai in guerra» – dal momento in cui esci dal grembo materno, sei subito in guerra; un giorno senza guerra è un giorno perduto. E chi merita lo yetzer più forte? Non le persone comuni.
Insegna il libro Or HaMeir, a nome del Baal Shem Tov: a che cosa si può paragonare la cosa? A un uomo che lavora in un’azienda di raccolta rifiuti – ogni giorno guida senza alcun disturbo. Nessuno tenterebbe mai di rapinare un camion simile. Ma un camion che trasporta diamanti – quello sì che i banditi tenteranno di rapinare. E l’insegnamento è: a chi tocca lo yetzer hara più forte? A chi studia la Torà, a chi osserva le mitzvot. Se ti assale lo yetzer hara, è segno che la tua Torà è preziosa in Cielo! La tua Torà è come diamanti! Se hai ostacoli e difficoltà, sappi che il tuo lavoro è apprezzato nei Cieli! E dunque non lasciarti turbare da lui. E se, il Cielo non voglia, ti ha fatto cadere – non agitarti: torna subito sulla tua strada! Rientra immediatamente sotto la protezione del Santo Benedetto Egli sia – Egli è sì un Re, ma è anche un Padre, che sa dare un bacio!
Ogni difficoltà è segno di vita
Ogni persona ha le proprie difficoltà – con i figli, con il sostentamento, e così via: «è dura qui… è dura con lui…» eccetera. Ma ogni difficoltà è segno che sei vivo! Il Signore ti dà la vita proprio perché tu impari ad affrontarla!
Dice il re David: «quando si avvicinano a me i malvagi per divorare la mia carne, sono i miei avversari e i miei nemici a inciampare e cadere. Se un accampamento si accampasse contro di me, il mio cuore non temerebbe; se una guerra si levasse contro di me, in questo confido» (Tehillim 27,2-3) – «se sto ancora combattendo, è segno che sono vivo!». Chi non affronta più nulla – è morto!
Esci in guerra, non temere il nemico! Ti mostrerà molte trasgressioni? Non temere: corri verso il Padre!
Conclusione: correre contro il tempo
Giunge la parashà della settimana e ci comanda ben 74 mitzvot: raccogli sempre più mitzvot! Ogni singola parola di Torà, in questo mondo, equivale a 613 mitzvot – facciamo il conto: dieci parole equivalgono a 6.130 mitzvot; venti parole a 12.260, e così via. Sei seduto a uno shiur: dice il Chafetz Chaim, che verificò e trovò che chi tiene una lezione pronuncia in media 200 parole al minuto – e chi parla veloce? Molte di più!
Mi ha detto un ebreo un pensiero grazioso: le due prossime parashiyot sono «Ki Tetzè» e «Ki Tavò» – perché tutti questi «Ki»? «Ki» in gematria vale 30, come i giorni che separano Rosh Chodesh Elul da Rosh HaShanà; la Torà viene a dirti: sono già passati dieci giorni dall’inizio del mese di Elul. Restano venti («kaf») giorni fino a Rosh HaShanà – il tempo corre! Ti trovi proprio in quei giorni in cui puoi ancora raccogliere mitzvot sulla bilancia! Lo yetzer hara cerca di intorpidirti la mente – perché? Perché vuole il tuo Shacharit, la tua Minchà, la tua Arvit, il tuo shiur del Daf HaYomì! Se hai disturbi e impedimenti, è segno che il tuo servizio è gradito al Signore!
Ci conceda il Santo Benedetto Egli sia di sottomettere lo yetzer hara, e meritare di essere iscritti nel libro dei giusti perfetti, per un anno di redenzione e salvezza, presto e ai nostri giorni. Amen e amen!!!
