5775-2015
Traduzione-adattamento editoriale Claude
La guerra contro il nemico interiore
La parashà della settimana, che leggiamo con l’aiuto di Dio in questo Shabbat, è Ki Tetzè: la seconda delle quattro parashiyot che si leggono nel corso del mese di Elul.
La parashà si apre con queste parole: «Quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici e il Signore tuo Dio te li consegnerà nelle tue mani, e ne farai prigionieri» (Devarim 21,10).
Il Kli Yakar nota una stranezza nel verso: «i tuoi nemici» è scritto al plurale, ma il seguito – «te lo consegnerà» – è al singolare, come se il testo dovesse dire «te li consegnerà». Il Sifré, riportato nel Yalkut, spiega che il verso allude a un nemico specifico, in mezzo a quella moltitudine di nemici già menzionata: se farai tutto quanto viene prescritto in questo brano, alla fine «il Signore tuo Dio te lo consegnerà nelle tue mani». Il Kli Yakar si interroga a lungo sul senso di questa promessa «differita» – perché non può trattarsi della donna prigioniera, che è già in mano al soldato prima ancora che compia le azioni descritte nel seguito del brano.
Conclude allora che il verso non parla della guerra esteriore, bensì di un nemico «interno e personale»: il satan, ossia lo yetzer hara (l’istinto al male), che si scatena con particolare violenza proprio nel momento del pericolo bellico, come già accennato in parashat Shoftim (20,1) a proposito dello stesso «Ki tetzè lamilchamà». È a lui che il verso promette: «il Signore tuo Dio te lo consegnerà nelle tue mani».
Sorge però una difficoltà: se la Torà promette la vittoria sull’istinto al male, come si spiega che, subito dopo, essa parli proprio del caso della «donna di bell’aspetto» (eshet yefat toar) – segno che il soldato, lungi dall’aver vinto il proprio yetzer, ne è ancora succube? Il Kli Yakar risponde che la promessa «te lo consegnerà» va intesa come una promessa finale: se il soldato compie tutto ciò che la Torà prescrive riguardo a questa donna (raderle la testa, lasciarla piangere un mese per i genitori, e così via – come nota Rashì, «il testo ti garantisce che alla fine la odierai») – allora, alla fine, la odierà, e proprio in quell’odio si manifesterà la vittoria promessa sul suo yetzer. Il meccanismo, spiega ancora il Kli Yakar, è lo stesso indicato da Qohelet (7,2): «meglio andare in una casa di lutto…» – perché ricordare la morte spegne le voglie: vedendo la donna prigioniera piangere per i suoi genitori, il soldato è come se sedesse «in una casa di lutto», ricorda il giorno della morte, e così il suo desiderio si placa.
I sette nomi dello yetzer hara
La Torà, in questo verso, parla dello yetzer hara al singolare. Ma i Maestri ci insegnano che le cose non stanno affatto così semplicemente.
Insegna la Ghemarà (Sukkà 52a), a nome di Rabbì Avira – secondo altri, di Rabbì Yehoshua ben Levì: «Sette nomi ha lo yetzer hara: il Santo Benedetto Egli sia lo chiama “male”, come è scritto “l’istinto del cuore dell’uomo è male fin dalla giovinezza” (Bereshit 8,21); Moshè lo chiama “incirconciso”, come è scritto “circonciderete il prepuzio del vostro cuore” (Devarim 10,16); David lo chiama “impuro”, come è scritto “un cuore puro crea in me, o Dio” (Tehillim 51,12) – segno che ne esiste uno impuro; Shlomò lo chiama “nemico”, come è scritto “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare” (Mishlè 25,21); Yeshayahu lo chiama “inciampo”, come è scritto “rimuovete l’inciampo dalla via del Mio popolo” (Yeshayahu 57,14); Yechezkel lo chiama “pietra”, come è scritto “rimuoverò da voi il cuore di pietra” (Yechezkel 36,26); Yoel lo chiama “il nascosto”, come è scritto “allontanerò da voi il nascosto” (Yoel 2,20)».
Se le cose stanno così, la Torà ci promette che, se usciamo in guerra contro lo yetzer hara, meriteremo l’aiuto del Cielo, come dice il verso: «e il Signore tuo Dio te lo consegnerà nelle tue mani, e ne farai prigioniero».
«Rialzalo insieme a lui»: l’aiuto reciproco come condizione
La Torà prosegue (22,4): «Non vedrai l’asino di tuo fratello, o il suo bue, caduti per strada, e ti disinteresserai di essi: rialzali insieme a lui».
Rashì commenta: «“con lui” – insieme al suo padrone; ma se questi se n’è andato, dicendo: poiché il precetto ricade su di te, se vuoi, carica pure da solo – allora sei esente».
Il Chafetz Chaim aggiunge: l’uomo è tenuto a caricare insieme al padrone dell’asino il carico caduto, poiché è scritto «rialzalo con lui» – e non se il padrone se ne va dicendo «poiché il precetto è tuo, carica pure tu» (nel qual caso, come insegna il Sifré, si è esenti). Lo stesso vale, prosegue il Chafetz Chaim, per ogni ambito della vita: se l’uomo si santifica «dal basso», viene santificato «dall’alto». Se, dopo la preghiera, chiede «custodisci la mia lingua dal male e le mie labbra dal parlare con inganno», ma non fa nulla per custodirsi da sé, come può pretendere che il Cielo lo aiuti?
Allo stesso modo chiediamo, nella tefillà, «illumina i nostri occhi nella Tua Torà» – ma se, subito dopo, non ci sediamo a studiare, la preghiera non viene accolta. A che cosa si può paragonare questo? A chi chiede in prestito una somma di denaro a un amico: l’amico acconsente e lo invita a casa sua per consegnargliela. Se il richiedente è pigro e non si reca da lui, non può lamentarsi che l’amico non gli ha prestato nulla. Così è per noi: l’uomo chiede al Signore di illuminargli gli occhi nella Torà, e il Signore risponde: «bene hai chiesto, siediti al tavolo, prendi in mano una Ghemarà o una Mishnà, e ti illuminerò gli occhi». Ma se chi ha chiesto si affretta a uscire dalla sinagoga per i propri affari, senza dedicarsi allo studio, la sua preghiera resta vana – «bocca che chiede, cuore lontano».
Impariamo dunque che l’uomo è tenuto ad aiutare il prossimo quando anche il prossimo collabora, come dice il verso «rialzalo insieme a lui» – e lo stesso vale per la guerra contro lo yetzer: «quando uscirai in guerra contro i tuoi nemici» – se esci tu per primo in guerra contro di lui – «il Signore tuo Dio te lo consegnerà nelle tue mani» – ti è garantito l’aiuto del Cielo!
Un’altra cosa dobbiamo sapere, avviandoci a questo confronto: lo yetzer hara non è nostro amico, anche se offre sempre «consigli amichevoli». Vuoi alzarti presto per pregare? «Lascia stare, il tuo corpo è debole, hai bisogno di dormire ancora un paio d’ore!». Ma se sappiamo che si tratta di una guerra, e che lo yetzer hara è il nostro nemico, la Torà ci promette il successo in questa «battaglia», e un aiuto speciale dal Cielo.
Scrive il Chovot HaLevavot (Shaar Yichud HaMaassè, cap. 5): «Si racconta di un pio che incontrò alcuni uomini di ritorno da una guerra contro il nemico, carichi di un ricco bottino conquistato in un duro combattimento. Disse loro: “Siete tornati dalla guerra piccola con un bottino: preparatevi ora alla guerra grande”. Gli chiesero: “Qual è la guerra grande?”. Rispose: “La guerra contro lo yetzer e le sue schiere”». E prosegue: ogni nemico, quando lo vinci una o due volte, si arrende e rinuncia a combatterti, riconoscendo la tua forza superiore, e dispera di poterti vincere. Ma lo yetzer non si accontenta di essere vinto una sola volta, né cento: se lui vince te, ti uccide; e se tu lo vinci una sola volta, ti tenderà agguati per tutta la vita pur di vincerti ancora – come dissero i Maestri, «non fidarti di te stesso fino al giorno della tua morte». Non trascura nemmeno la più piccola delle cose, per farsene un gradino verso ciò che è più grande: per questo occorre guardarsene con la massima attenzione.
La mitzvà di cancellare il ricordo di Amalek
Ci soffermiamo oggi su una mitzvà della parashà – che, come è noto, contiene il maggior numero di precetti di tutta la Torà, ben 74 – la mitzvà di cancellare Amalek.
Dice la Ghemarà (Berakhot 58a): «“Al Signore appartiene il regno” (Tehillim 22,29) – questa è la guerra contro Amalek».
Sorge spontanea una domanda: che rapporto c’è tra la guerra contro Amalek e l’incoronazione del Signore quale Re, che celebriamo a Rosh HaShanà?
Proviamo a procedere passo dopo passo.
Dice la Torà (25,17-19): «Ricorda ciò che ti fece Amalek lungo la via, quando uscivi dall’Egitto: come ti si fece incontro lungo il cammino, e colpì nella tua retroguardia tutti quelli che, sfiniti, restavano indietro, mentre tu eri stanco e affaticato, ed egli non temette Dio. E quando il Signore tuo Dio ti darà riposo da tutti i tuoi nemici all’intorno, nella terra che ti dà in eredità per possederla, cancellerai il ricordo di Amalek di sotto i cieli: non dimenticare!».
Scrive il Chatam Sofer (Responsa, parte III, n. 119): da qui deriva l’uso di leggere, una volta all’anno, la parashà di Zakhor – obbligo che, secondo la maggior parte dei posekim, è di origine biblica, o quantomeno vi si appoggia, poiché è scritto «non dimenticare», e il termine della dimenticanza è di un anno. Ne conseguirebbe che, nei luoghi dove si completa la lettura della Torà in tre anni, nell’anno intermedio non ricorrerebbe né la lettura di Amalek in Beshallach né quella in Ki Tetzè, ma solo la lettura di parashat Zakhor – e in un anno embolismico si rischierebbe persino di trasgredire il «non dimenticare»; se ne deduce dunque che il termine della «dimenticanza» si misuri secondo il calcolo halakhico previsto per le città murate.
Le tre mitzvot legate ad Amalek
Il Sefer HaChinuch annovera, tra le 613 mitzvot, tre precetti collegati alla cancellazione di Amalek: la mitzvà 603, ricordare ciò che ci fece Amalek; la mitzvà 604, cancellare la sua discendenza dal mondo; la mitzvà 605, non dimenticare ciò che ci fece.
Ogni giorno, dopo lo Shacharit, gli ebrei di tradizione sefardita recitano dieci «zekhirot» (ricordi), quelli di tradizione ashkenazita ne recitano sei; una di esse è il ricordo del «misfatto di Amalek il malvagio».
Si domanda il Benè Yissaskhar (Maamarè Chodesh Adar, derush 4): vale la pena riflettere su quale sia stato il male tanto grande commesso da questo nemico, da meritare – a differenza di ogni altra nazione – un decreto di desolazione e distruzione eterna, quasi che il Nome stesso non fosse completo finché Amalek non fosse ridotto in rovina e il suo ricordo cancellato. Non ci sono forse regni che ci hanno fatto ancora più male, al punto che, se tutti i mari fossero inchiostro e tutte le paludi canne da scrivere, non basterebbero a narrare le sofferenze patite per mano di quei tanti regni? Eppure contro nessuno di essi fu decretata una desolazione eterna come contro questo nemico.
Cancellare persino gli alberi?
Rashì commenta: «“Cancellerai il ricordo di Amalek” – dall’uomo alla donna, dal bambino al lattante, dal bue alla pecora (I Shmuel 15,3): affinché il nome di Amalek non venga ricordato nemmeno riferito a un animale, dicendo “questa bestia apparteneva ad Amalek”».
Il Midrash (Shocher Tov, Tehillim, mizmor 9) commenta il verso «Il nemico è finito, rovine per sempre; hai distrutto le città, è perito il loro ricordo» (Tehillim 9,7): «Si insegna a nome di Rabbì Eliezer: il Santo Benedetto Egli sia giurò sul trono della Sua gloria di non lasciare alcun resto della discendenza di Amalek sotto i cieli – né figlio né nipote – come è scritto “cancellerai il ricordo di Amalek”, finché non si dirà più “quest’albero era di Amalek”, “questo cammello era di Amalek”, “questa pecora era di Amalek”».
Sorge la domanda: se non c’è stregoneria negli alberi, perché occorre distruggere anche gli alberi?
Racconta la Torà (Beshallach 17,14): «Il Signore disse a Moshè: scrivi questo per ricordo nel libro, e ripetilo agli orecchi di Yehoshua: Io cancellerò del tutto il ricordo di Amalek di sotto i cieli».
Scrive il Baal HaTurim: «“Mochò emché” (cancellerò del tutto) – in gematria equivale a “questo è Haman”. La stessa radice compare due volte nella Torà: qui, e nel racconto del diluvio (“furono cancellati”). Come nel diluvio fu cancellato tutto ciò che era sulla terra, così bisogna cancellare completamente Amalek senza lasciarne alcun ricordo – e per questo Shaul fu punito, per avere lasciato un residuo».
Ne consegue che, come nella generazione del diluvio non rimase nulla – il Signore distrusse ogni cosa – così Egli ha comandato riguardo ad Amalek: che non ne rimanga alcun ricordo.
Sorge un’altra domanda: chi sono questi Amalekiti, che ci è stato comandato di sterminare senza lasciarne traccia?
Perché proprio «lungo la via»?
Si pone ancora una domanda. La Torà sottolinea per due volte che la guerra di Amalek avvenne «lungo la via»: «Ricorda ciò che ti fece Amalek lungo la via, quando uscivi dall’Egitto: come ti si fece incontro lungo il cammino…». Perché questa doppia insistenza sul fatto che avvenne «per strada», subito dopo l’uscita dall’Egitto?
Il colpo alla retroguardia
Un’altra osservazione. La Torà dice: «e colpì nella tua retroguardia (vayzanev) tutti quelli che, sfiniti, restavano indietro…».
Rashì spiega: «“vayzanev bekhà” – un colpo alla coda: tagliava gli organi genitali e li lanciava in alto. “Tutti quelli che, sfiniti, restavano indietro” – indeboliti a causa del loro peccato, poiché la nube di gloria li espelleva».
Il Baal HaTurim aggiunge: «“vayzanev bekhà” – in gematria equivale a “milà” (circoncisione). “Tutti quelli che, sfiniti, restavano indietro” – in gematria, la tribù di Dan».
L’Ari HaKadosh insegna: le lettere di «hanechesciallim» (gli sfiniti) formano le parole «milà» (circoncisione) e «nachash» (serpente).
Dopo la circoncisione si prende il prepuzio e lo si sotterra: perché tutta la questione del prepuzio deriva dal peccato di Adam, quando il serpente sedusse Chavà a mangiare dall’albero della conoscenza; di conseguenza il serpente fu maledetto, «e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita» (Bereshit 3,14) – per questo si seppellisce il prepuzio nella terra, per dire al serpente: «ecco a te, questo è tuo!».
«E non temette Dio»
Il verso prosegue: «…mentre tu eri stanco e affaticato, ed egli non temette Dio».
Rashì commenta: «“e non temette” – Amalek».
I Maestri, tuttavia, offrono un’interpretazione diversa.
Scrive il Daat Zekenim dei Baalè haTossafot: «“e non temette Dio” – riferito a Israele, che imbrogliava con i pesi e le misure. Per questo il brano è posto accanto a “non avrai in casa tua” eccetera – perché non osservarono il timore prescritto riguardo ai pesi, come è scritto “e temerai il tuo Dio” (Vayikrà 25,17); per questo venne Amalek, come dice il verso “i pesi falsi sono un abominio per il Signore” (Mishlè 11,1), seguito da “viene la superbia, viene il disonore” – e anche qui è scritto “poiché è un abominio per il Signore chiunque fa questo”».
Sorge la domanda: che cosa c’entrano qui i pesi e le misure?
Dice la Torà (25,13-16): «Non avrai nella tua borsa pietra e pietra, grande e piccola. Non avrai in casa tua efà ed efà, grande e piccola. Pietra intera e giusta avrai, efà intera e giusta avrai, affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo Dio ti dà. Poiché è un abominio per il Signore tuo Dio chiunque fa questo, chiunque compie ingiustizia».
Da qui impariamo che è proibito tenere in casa una bilancia non tarata correttamente, così come è proibito possedere denaro falso.
Sorge la domanda: perché la parashà dei pesi e delle misure è posta accanto a quella della cancellazione di Amalek?
Rashì commenta: «“Ricorda ciò che ti fece” – se hai mentito nelle misure e nei pesi, temi la provocazione del nemico, poiché è scritto “i pesi falsi sono un abominio per il Signore”, e subito dopo “viene la superbia, viene il disonore”».
Sorge la domanda: dove troviamo che nel deserto si usassero pesi e bilance? Che cosa avevano mai da vendere, lì?
La prima guerra: Refidim
Proviamo a comprendere in che cosa consista, realmente, la guerra contro Amalek.
Essa compare per la prima volta in parashat Beshallach: «Venne Amalek e combatté contro Israele a Refidim. Disse Moshè a Yehoshua: scegli per noi degli uomini, ed esci a combattere contro Amalek; domani io starò sulla cima del colle, con il bastone di Dio nella mia mano» (Shemot 17,8-9).
Rashì spiega: «“scegli per noi degli uomini” – uomini forti e timorati del peccato, il cui merito li assista. Un’altra interpretazione: uomini che sappiano annullare le arti magiche, poiché gli Amalekiti erano maghi».
Il Chizkuni aggiunge: «“scegli per noi degli uomini” – nati nel secondo mese di Adar, che non hanno da temere la stregoneria, poiché quel mese non ha una propria costellazione, e gli Amalekiti, esperti di magia, hanno potere sui dodici segni zodiacali; ma quando manca la costellazione, la magia non ha effetto. Un’altra interpretazione: affinché il numero del nostro esercito fosse pari al loro».
Il testo prosegue: «Yehoshua fece come gli aveva detto Moshè, per combattere contro Amalek; e Moshè, Aharon e Chur salirono sulla cima del colle. Quando Moshè alzava la mano, prevaleva Israele; quando la abbassava, prevaleva Amalek. Ma le mani di Moshè si appesantirono; presero allora una pietra e la posero sotto di lui, ed egli vi si sedette; Aharon e Chur sostenevano le sue mani, uno da un lato e uno dall’altro, e le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole» (Shemot 17,10-12).
Insegnano i Maestri (Yalkut Shimoni, Beshallach, 265): «“e le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole” – forse che fino a quel giorno il sole non era ancora tramontato? Da qui impariamo che il sole si fermò per lui, secondo quanto dice il verso “un giorno all’altro tramanda un discorso” (Tehillim 19,3): il giorno di Moshè annunciò al giorno di Yehoshua, quando questi disse: “sia volontà che il sole si fermi per me come si è fermato per lui”. Per questo è detto: “ripetilo agli orecchi di Yehoshua”».
Sorge la domanda: perché proprio Yehoshua fu scelto da Moshè per condurre quella guerra?
Perché Amalek venne a combattere: il merito dell’onore verso il padre
Insegnano i Maestri che Amalek venne da una distanza di quattrocento parasangot per combattere Israele. Perché?
Riporta l’Hadar Zekenim dei Baalè haTossafot: nel Midrash si racconta che Esav fece giurare a suo figlio Elifaz di uccidere Yaakov, poiché lo aveva ingannato privandolo della primogenitura, dicendogli: «figlio mio primogenito, se lo ucciderai, la primogenitura tornerà a te». Elifaz si consigliò con sua madre Timnà, che lo dissuase: «figlio mio, Yaakov è più forte di te e ti ucciderebbe; e tuo padre stesso, se non avesse temuto di essere ucciso, avrebbe preferito farlo di propria mano piuttosto che affidarne l’incarico ad altri». Elifaz allora, per adempiere al comando e al giuramento del padre senza uccidere Yaakov, andò da lui e gli prese tutti i suoi beni, riducendolo in povertà – «un povero è come un morto». Quando Esav si accorse che Elifaz non aveva compiuto il comando, si rivolse ad Amalek, figlio di Elifaz, chiedendogli di uccidere Yaakov. Amalek accettò e giurò di farlo. Timnà cercò di dissuaderlo come già aveva fatto con Elifaz, ma non fu ascoltata: gli disse che un grande debito gravava sulla discendenza di Avraham, come è scritto «e li asserviranno e li affliggeranno» (Bereshit 15,13), e che, se avesse ucciso Yaakov, quel debito sarebbe ricaduto su di lui e sulla discendenza di Esav, poiché anch’essi discendevano da Avraham. Per questo Amalek attese che il debito della schiavitù fosse saldato e Israele uscisse dall’Egitto, per venire a riscuotere ciò a cui si era vincolato con giuramento. Ed è per questo che è scritto «venne Amalek».
Sorge allora la domanda: come faceva Amalek a sapere che Israele era uscito dall’Egitto?
La risposta è semplice: all’uscita dall’Egitto tutte le sorgenti d’acqua del mondo si aprirono, e così tutto il mondo ne fu informato.
Se dunque Amalek venne a combattere in virtù del merito dell’onore reso al padre da Esav, chi avrebbe potuto contrastarlo?
Perché proprio i discendenti di Rachele?
Insegnano i Maestri (Bereshit Rabbà, parashà 73,7): «Disse Rabbì Pinchas a nome di Rabbì Shmuel bar Nachman: è tradizione che Esav non cadrà se non per mano dei figli di Rachele, come è scritto (Yirmiyahu 49,20) “se non li trascineranno i più giovani del gregge” – e perché li chiama così? Perché sono i più giovani tra le tribù».
Sorge la domanda: perché proprio per mano dei figli di Rachele?
Perché tutta la particolarità di Amalek risiede nel merito dell’onore verso il padre, che era proprio di Esav.
Insegna il Midrash (Devarim Rabbà, parashà 1,15): «Disse Rabban Shimon ben Gamliel: nessuna creatura ha onorato i propri genitori come ho fatto io, eppure ho trovato che Esav onorò suo padre più di me…». Il Midrash racconta come Esav servisse suo padre indossando gli abiti più belli riservati proprio a quel servizio, e come Rivkà, per far ottenere a Yaakov le benedizioni, gli facesse indossare proprio quelle vesti – segno del grande valore che Esav attribuiva all’onore paterno. Quando Israele si accinse a combattere Amalek, discendente di Esav, il Santo Benedetto Egli sia mostrò a Moshè il monte in cui erano sepolti i Patriarchi, dicendogli: «Moshè, dì a Israele: non potete affrontarlo, perché finora egli reclama la ricompensa per l’onore reso a coloro che sono sepolti su questo monte» – donde lo sappiamo? Da ciò che leggiamo nel brano stesso: «vi basti girare intorno a questo monte» (Devarim 2,3).
Se dunque, per combattere Amalek – che godeva del merito dell’onore verso il padre – occorreva ricorrere ai discendenti di Rachele, che non avevano preso parte alla vendita di Yosef…
Perché proprio Yehoshua?
Insegnano i nostri Maestri (riportato nel libro Yetziat Mitzrayim, a nome del libro Divrè Yosef): a proposito di «ed esci a combattere contro Amalek» (17,9), il Baal HaTurim nota che la parola «vetzè» (esci) ricorre nella Masorà solo qui e in «esci in campagna e cacciami della selvaggina» (Bereshit 27,3).
Si può spiegare questa Masorà alla luce di quanto scrive il libro Tzeror HaMor su questa parashà, a proposito del fatto che «le mani di Moshè erano pesanti»: la guerra contro Amalek era per Moshè particolarmente ardua, poiché Amalek discendeva da Esav, e Esav onorava suo padre più di ogni altro uomo al mondo, andando persino a caccia per portargli da mangiare.
Il Midrash Tanchumà (fine di Ki Tetzè) aggiunge che una delle ragioni per cui Moshè inviò proprio Yehoshua a combattere Amalek è che Yosef possedeva il merito dell’onore verso la madre, come è scritto «poi si avvicinarono Yosef e Rachele e si inchinarono» (Bereshit 33,7) – e Rashì nota che, in tutti gli altri casi, le madri si avvicinavano prima dei figli, ma per Rachele fu Yosef a farsi avanti per primo, dicendo: «mia madre è di bell’aspetto, che quel malvagio non posi lo sguardo su di lei».
Combinando i due insegnamenti: poiché Esav possedeva il merito dell’onore verso il padre, Moshè inviò a combattere Amalek proprio Yehoshua, discendente di Yosef, che possedeva analogamente il merito dell’onore verso la madre.
Un’altra spiegazione, offerta dal Midrash: che venga Yosef, del quale è scritto «io temo Iddio» (Bereshit 42,18), a combattere contro Amalek, del quale è scritto «e non temette Dio» (Devarim 25,18).
Aggiunge Rabbì Tzadok HaCohen di Lublino: secondo questo si comprende bene perché, se gli Amalekiti prendevano i prepuzi e li lanciavano in alto, occorresse contrapporre loro proprio Yosef – poiché Yosef rappresenta la sefirà di Yesod, e solo la sua discendenza poteva combatterli.
Una guerra su due fronti
Proviamo a comprendere che cosa racchiuda, in profondità, la guerra contro Amalek.
Nessuna delle guerre condotte da Moshè Rabbenu si svolse su due fronti simultanei, tranne quella contro Amalek.
Scrive il Midrash (Pirkè de-Rabbì Eliezer, cap. 44): «Disse Moshè a Yehoshua: “scegli per noi degli uomini” – uomini figli dei Patriarchi, forti, timorati del Cielo, ed esci a combattere contro Amalek. E Moshè, Aharon e Chur si posero in luogo elevato, in mezzo all’accampamento, uno alla destra di Moshè e uno alla sua sinistra… mentre tutto Israele stava fuori delle proprie tende, e vedeva Moshè inginocchiarsi – e anch’essi si inginocchiavano; cadere sul volto a terra – e anch’essi cadevano; stendere le mani verso il cielo – ed essi stendevano le mani verso il loro Padre nei cieli…».
Sorge la domanda: che cosa ha di speciale la guerra contro Amalek, rispetto a tutte le altre?
Scrive il Ramban, alla fine del suo commento a parashat Beshallach: tutto ciò che fece Moshè Rabbenu in quell’occasione fu dovuto al fatto che Amalek era una nazione fortissima, mentre Israele non era avvezzo alla guerra, come dice il verso «affinché il popolo non si penta vedendo la guerra» (13,17), ed era «stanco e affaticato», come è scritto in Devarim (25,18): per questo Moshè ebbe timore e ricorse a tutta quella preghiera e supplica.
Aggiunge il Ramban: forse Moshè temeva che Amalek prevalesse con la spada, in virtù della benedizione ricevuta dal vecchio Yitzchak, «e vivrai della tua spada» (Bereshit 27,40); poiché quella fu la prima e ultima guerra di Israele contro quella famiglia – Amalek discendeva da Esav – e da lì venne l’inizio della guerra tra le nazioni contro di noi, e dalla discendenza di Esav venne anche l’ultimo esilio e la distruzione, essendo noi oggi, secondo i nostri Maestri, «in esilio di Edom»; e quando Edom sarà sconfitto insieme ai molti popoli che sono con lui, allora saremo redenti per sempre, come dice il verso «e saliranno salvatori sul monte Sion per giudicare il monte di Esav, e il regno sarà del Signore» (Ovadyà 1,21). E tutto ciò che fecero allora Moshè e Yehoshua lo faranno, alla fine, Eliyahu e il Mashiach figlio di Yosef con la loro discendenza – per questo Moshè si prodigò così tanto in quella guerra.
Il midrash della vasca bollente
Scrive Rashì (parashat Beshallach): «“venne Amalek”… La Torà pone questo brano accanto al precedente per dire: Io sono sempre in mezzo a voi, pronto a provvedere a ogni vostro bisogno, e voi dite “il Signore è in mezzo a noi o no?” – per la vostra vita, verrà il cane a mordervi, e allora griderete a Me, e saprete dove Io sono. Si può paragonare questo a un uomo che porta il figlio sulle spalle e si mette in cammino; il bambino, vedendo un oggetto, chiede: “papà, prendi quell’oggetto e dammelo”, e il padre glielo dà – e così una seconda e una terza volta. Incontrano poi qualcuno, e il bambino chiede: “hai visto mio padre?”. Allora il padre dice: “non sai dove sono io?”, e lo getta a terra – e viene il cane e lo morde».
A prima vista il Midrash è oscuro: i Maestri paragonano Israele a un bambino a cui il padre dà tutto, ma non appena manca qualcosa, subito chiede «dov’è mio padre?!». Qual è il senso di questo paragone?
Se questo è il significato di «venne Amalek», forse possiamo comprendere anche le parole del Daat Zekenim: «se hai mentito nelle misure, arriva Amalek».
Ci siamo chiesti: che bisogno avevano di pesi e misure nel deserto?
Credo che il Daat Zekenim non intenda letteralmente i pesi, ma il peccato stesso di aver chiesto «è il Signore in mezzo a noi o no?» – equiparabile al peccato di falsificare i pesi.
Vi chiederete certamente perché, tra tutti i temi possibili, io abbia scelto per lo shiur di oggi proprio la mitzvà di cancellare Amalek, invece per esempio del tema della «donna di bell’aspetto» – che sembrerebbe più pertinente al mese di Elul. Che il tema dei pesi sia legato ad Amalek, questo si capisce. Che sia legato a Rosh HaShanà, anche questo si capisce. Ma come Amalek si colleghi a Rosh HaShanà – questo ancora non è chiaro.
Le cinque ragioni delle guerre – e perché nessuna vale per Amalek
Proviamo a capire come Amalek si colleghi alle «bilance» di Rosh HaShanà.
Insegna Rabbì Tzadok HaCohen di Lublino (Pri Tzaddik, parashat Bereshit, maamar 3): la distruzione del Bet HaMikdash è trattata nel Talmud, in Masekhet Ghittin, nel capitolo «Nezikin» (danni). È noto che i Maestri collocarono ogni argomento nel luogo più adatto, e non a caso: la distruzione, come un divorzio, viene giudicata insieme al tema del divorzio; ed è posta nel capitolo dei danni perché la distruzione stessa non è altro che un danno, come insegna Masekhet Bavà Kammà (60b): «“se esce un fuoco…” esce da sé, e colui che lo ha appiccato deve pagare per intero». Disse il Santo Benedetto Egli sia: «spetta a Me pagare per l’incendio che ho appiccato: Io ho acceso il fuoco a Sion… e Io stesso, in futuro, la ricostruirò con il fuoco».
Alla luce di questo principio possiamo comprendere una Mishnà di Masekhet Rosh HaShanà (3,7-8): «Chi suona il shofar dentro una fossa, una cisterna o un grande vaso – se ha udito il suono dello shofar, ha adempiuto al precetto; se ha udito solo un’eco, non vi ha adempiuto. Allo stesso modo, chi passava dietro la sinagoga, o la cui casa era vicina alla sinagoga, e udì il suono dello shofar o della lettura della Meghillà: se vi rivolse il cuore, ha adempiuto al precetto; altrimenti no – benché entrambi abbiano udito lo stesso suono. “E avveniva che, quando Moshè alzava la mano, prevaleva Israele” (Shemot 17): forse che le mani di Moshè facevano la guerra o la vincevano? Piuttosto, questo insegna che, finché Israele guardava verso l’alto e sottometteva il proprio cuore al Padre nei Cieli, prevaleva; altrimenti cadeva. Allo stesso modo si dice riguardo al serpente di rame (Bamidbar 21): forse che il serpente uccide o dà vita? Piuttosto, quando Israele guardava verso l’alto, guariva; altrimenti deperiva».
Sorge la domanda: che cosa c’entra qui la guerra contro Amalek?
Spiega Rashì (parashat Balak): «“prima delle nazioni fu Amalek” – fu il primo a precedere tutte le altre nel combattere Israele, e la sua fine sarà la distruzione per mano loro, come è scritto “cancellerai il ricordo di Amalek”».
Scrive il Ramban (parashat Beshallach): il motivo per cui Amalek fu punito più severamente di tutti gli altri popoli è che tutte le altre nazioni, udendo dei prodigi compiuti dal Signore, tremarono di paura – Filistea, Edom, Moav e gli abitanti di Canaan si sciolsero dinanzi al timore del Signore – mentre Amalek venne da lontano, quasi a sfidare il Nome stesso; per questo di lui è detto «e non temette Dio». E inoltre, poiché era discendente di Esav e a noi vicino, si intromise in una contesa che non lo riguardava.
Quarant’anni dopo l’attraversamento del Mar Rosso, Rachav dice agli esploratori: «e udimmo, e si sciolse il nostro cuore, e più non si levò spirito in alcuno» (Yehoshua 2,11) – «abbiamo ancora paura di voi!».
Sorge la domanda: che cosa voleva davvero Amalek?
Insegnano i Maestri: Amalek voleva raffreddare il timore reverenziale verso il Santo Benedetto Egli sia.
Insegna il Midrash (Tanchumà, Ki Tetzè, 9): «Disse Rabbì Chunya: a che cosa si può paragonare la cosa? A una vasca d’acqua bollente, nella quale nessuna creatura riusciva a scendere; venne un uomo spregevole e vi si tuffò – e per quanto si scottasse, la raffreddò agli occhi degli altri. Così pure, quando Israele uscì dall’Egitto, il Santo Benedetto Egli sia squarciò per loro il mare, e vi sommerse gli egiziani; il timore cadde su tutte le nazioni, come è scritto “allora si sgomentarono i capi di Edom” (Shemot 15,15). Ma quando venne Amalek e si scontrò con loro – benché ne subisse le conseguenze – “raffreddò” quel timore agli occhi delle nazioni del mondo».
Scrive il Malbim: secondo natura, chi sarebbe stato tanto folle da venire a combattere un popolo di scampati alla spada, stanco e affamato nel deserto? Eppure il Signore portò su di loro la spada proprio nel luogo in cui si sentivano al sicuro. Il Malbim spiega – già a proposito di I Shmuel 15 – che la guerra di Amalek non ebbe alcuna delle cinque ragioni per cui, di norma, un popolo combatte un altro: conquistare territorio (ma qui non c’era territorio abitato da conquistare, essendo «lungo la via»); temere per i propri confini (come nella guerra contro Sichon e Og, ma qui avvenne lontano dal territorio di Amalek); una contesa provocata (ma qui fu Amalek a farsi loro incontro «per caso», senza alcuna lite precedente); mostrare la propria forza (in tal caso avrebbe combattuto faccia a faccia, mentre colpì solo i deboli e i rimasti indietro); zelo religioso (ma di lui è detto proprio «e non temette Dio»). L’unica vera causa fu, da un lato, la negazione di Dio: mentre tutte le nazioni tremavano di fronte ai prodigi compiuti in Egitto e al mare, Amalek indurì il proprio cuore, attribuendo tutti i miracoli a magia e sapienza di Moshè, e volle dimostrare a tutti gli abitanti del mondo che il Signore non poteva salvare il Suo popolo. Dall’altro lato, portava un odio ereditato dal padre Esav; e finché Israele restava saldo nella fede, il timore del Signore cadeva anche su Amalek – ma a Refidim, quando allentarono la presa sulla Torà e si lamentarono, si indebolì anche la fede delle altre nazioni; e poiché Amalek fu «il primo delle nazioni» a rinnegare Dio, ciò lo spinse a marciare nel deserto e a combattere Israele proprio in quel momento di debolezza.
Una guerra contro il Cielo
Scrive Rav Elchanan Wasserman (Kovetz Maamarim, «Omer Ani Maasai LaMelekh»): occorre chiedersi quale fosse davvero lo scopo di Amalek in questa guerra, dal momento che Israele proseguiva per la propria strada senza alcuna intenzione di provocarlo; né si può dire che intendesse ampliare i propri confini, trovandosi Israele nel deserto e sempre in movimento. L’enigma trova soluzione nel testo stesso: «guerra per il Signore contro Amalek» – Amalek andò a combattere contro il Santo Benedetto Egli sia in persona, e se avesse potuto costruire scale per salire fino al cielo, lo avrebbe fatto; non potendo, indirizzò la sua guerra contro Israele, servo del Signore, in procinto di accettare il giogo del Regno dei Cieli. Il suo unico scopo, dunque, non era il proprio vantaggio, bensì il dispetto verso il Cielo e il disonore della Sua gloria – «prendeva i prepuzi e li lanciava in alto». Le sette nazioni cananee, pur commettendo ogni sorta di abominio, agivano per proprio piacere, non per dispetto.
Amalek e Rosh HaShanà: il timore del Re
Alla luce di tutto questo, possiamo comprendere il legame tra Rosh HaShanà e Amalek.
Abbiamo già citato le parole della Ghemarà: «“al Signore appartiene il regno” – questa è la guerra contro Amalek».
Insegnano i Maestri (Sifré, parashat Shoftim): «“Porrai sopra di te un re” (17,15) – che cosa viene a insegnarci? Che porrai sopra di te un re, il cui timore incomba su di te».
Oggi non sappiamo più bene che cosa significhi avere un re, né temerlo. Ma nel libro di Daniel, quando furono scelti i servitori per Nevukhadnetzar, sta scritto: «Il re disse ad Ashpenaz, capo dei suoi eunuchi, di condurre alcuni dei figli d’Israele… giovani senza alcun difetto, di bell’aspetto, versati in ogni sapienza… e forti abbastanza da poter stare nel palazzo del re» (Daniel 1,3-4).
Rashì spiega: «“e forza in loro” – hanno spiegato i Maestri: che sapessero trattenersi dal riso, dalla conversazione e dal sonno, per timore del regno, e trattenere persino i propri bisogni fisiologici».
Il timore del re, dunque, significava: non ridere, non dormire, e persino trattenersi.
Racconta la Ghemarà (Shabbat 149b): «disse Rabbì Yochanan: durante tutti i giorni di quel malvagio [Nevukhadnetzar], non si trovava riso sulla bocca di alcuna creatura».
Ecco dunque: il timore del Cielo è precisamente ciò che Amalek volle sradicare dal mondo; e per incoronare il Santo Benedetto Egli sia come Re, occorre comportarsi esattamente al contrario di come agì Amalek.
A Rosh HaShanà chiediamo: «Poni dunque, Signore nostro Dio, il Tuo timore su tutte le Tue opere, e il timore di Te su tutto ciò che hai creato» – chiediamo al Signore di infonderci il timore reverenziale, perché la regalità comporta timore: e se non temiamo il Signore, questo è proprio Amalek!
Ecco dunque perché la parashà di Amalek è posta accanto a Rosh HaShanà: Amalek è l’esatto opposto della regalità del Santo Benedetto Egli sia.
Amalek, ossia il «caso»
C’è un ulteriore fondamento da considerare.
È noto che Amalek, nel linguaggio dei Maestri, viene chiamato «mikreh» (caso), come dice il verso «asher karekhà baderekh» – che ti si è fatto incontro per caso lungo la via (Devarim 25,18).
Rashì spiega: «“asher karekhà baderekh” – espressione di caso (mikreh). Un’altra interpretazione: espressione di impurità notturna (keri), poiché li rese impuri con rapporti innaturali. Un’altra interpretazione ancora: espressione di freddo (kor) – vi raffreddò e vi tolse dal fervore, poiché tutte le nazioni avevano timore di combattervi, ed egli iniziò per primo, mostrando il varco agli altri».
Da dove sappiamo che l’essenza di Amalek è legata alla nozione di «caso»?
Quando Hatakh giunse da Mordekhai per sapere perché avesse stracciato le vesti, dice la Meghillà: «Mordekhai gli raccontò tutto ciò che gli era accaduto (kerahu), e la questione del denaro che Haman aveva promesso di versare nei forzieri del re per gli ebrei, per sterminarli» (Ester 4,7).
Insegna il Midrash (Ester Rabbà, parashà 8,5): «“Mordekhai gli raccontò tutto ciò che gli era accaduto” – disse a Hatakh: va’ e riferisci ad Ester: è arrivato contro di voi il figlio del figlio di “colui che vi si fece incontro per caso”, come sta scritto “asher karekhà baderekh”».
Sorge la domanda: che cosa significa «è arrivato contro di voi il figlio del figlio di colui che vi si fece incontro per caso»?
Esistono nel creato due tipi di provvidenza divina: la conduzione secondo natura e la conduzione tramite miracolo. Sono, in realtà, identiche – solo che nella prima il Santo Benedetto Egli sia non agisce apertamente, ma in modo nascosto (cfr. Ramban, fine di parashat Bo).
Amalek non negava affatto che il Signore compisse miracoli – riconosceva le dieci piaghe d’Egitto, riconosceva l’apertura del Mar Rosso: su questo non discuteva. Ma cosa accade dopo il miracolo?
Dopo i miracoli, sostiene Amalek, il Signore ha fatto uscire il Suo popolo dall’Egitto, e da quel momento non ci sono più miracoli: da ora in avanti il Signore conduce il mondo secondo una modalità chiamata «caso» – ciò che si suole chiamare «eventi che si susseguono da sé», «sarà ciò che sarà», senza che il Signore intervenga in ciò che accade.
Di conseguenza, secondo questa visione, non c’è più alcuna provvidenza su Israele, né più alcuna supervisione sul mondo: tutto ora è governato dalla «natura», chiamata «caso». Questo è Amalek!
Insegna la Ghemarà (Chullin 7b): «disse Rabbì Chanina: nessuno si ferisce nemmeno un dito quaggiù, se non viene decretato dall’alto».
Se le cose stanno così, l’uomo non può nemmeno respirare senza che il Signore lo decreti – e lo stesso vale per ogni singola cosa.
Insegna il Rav Dessler (Mikhtav MeEliyahu, vol. IV, p. 288, «Il re nella Meghillat Ester»): in vari luoghi della Meghillà il termine «il re» viene interpretato come riferito al Re dell’universo (Ester Rabbà 3; Meghillà 15). Ci si chiede: se l’intenzione fosse il Re dell’universo, perché scrivere semplicemente «il re»?
La ragione è che il cuore dei re è nelle mani del Signore: l’Onnipotente guida la loro volontà secondo il bisogno della collettività, poiché essi sono solo strumenti per un fine – ma il loro cuore resta cattivo come prima, come insegnarono i Maestri, secondo cui Achashverosh odiava gli ebrei più di Haman, e solo suo malgrado li salvò (Meghillà 14). In tutte le sue parole e azioni verso Achashverosh, Ester mirava sempre al Signore, affinché fosse Lui a guidare il cuore del re in quel modo.
Per questo il Nome divino non compare esplicitamente nella Meghillà: si tratta di un grande insegnamento – vedere la conduzione divina in ogni cosa, «pongo il Signore sempre davanti a me» – la rivelazione della Presenza divina anche nell’esilio. Tutto questo è l’esatto opposto della concezione del «caso», che è la caratteristica propria di Amalek: «asher karekhà baderekh», un’espressione che racchiude insieme freddezza, casualità e impurità. Comprendere ciò è, alla radice, il fondamento stesso della cancellazione di Amalek – un insegnamento quanto mai necessario nella nostra generazione, generazione dell’«erev rav» (moltitudine mista), il cui carattere principale è proprio la negazione tipica della generazione di Amalek.
Scrive Rabbì Shimshon Raphael Hirsch: le lettere della parola «mikreh» (caso) formano anche l’espressione «rak mah» («soltanto ciò che appare», nulla di più).
Come si combatte tutto questo? Incoronando il Signore come Re a Rosh HaShanà – affinché l’uomo sappia che nulla di ciò che gli è accaduto nell’anno trascorso non sia stato decretato proprio in quel giorno.
Ritorno alla domanda iniziale
Alla luce di tutto ciò, possiamo tornare al punto di partenza dello shiur.
Quando il popolo d’Israele, dopo aver attraversato le dieci piaghe in Egitto e il Mar Rosso, giunse nel deserto, cominciò a domandarsi: «è il Signore in mezzo a noi, oppure no?».
Come è possibile porsi una simile domanda, mentre scende loro la manna dal cielo?
Abbiamo già citato la parabola di Rashì: un uomo porta il figlio sulle spalle; il bambino, vedendo un oggetto, chiede di averlo, e il padre glielo dà – così una, due, tre volte; ma quando, incontrato qualcuno, il figlio chiede «hai visto mio padre?», il padre lo getta a terra, e viene il cane a morderlo.
Che cosa significa «hai visto mio padre»? Non è forse scritto: «la tua veste non si è logorata addosso a te, e il tuo piede non si è gonfiato, in questi quarant’anni» (Devarim 8,4)? Tu mangi la manna che si assorbe completamente nel corpo – e pensi che il Signore non ci sia?! Subito «lo getta a terra e viene il cane a morderlo» – pensi che ci vogliano miracoli? Il Signore conduce il mondo attraverso la «natura» – ma nella natura stessa è racchiuso il miracolo: esiste miracolo più grande di questo?
Il senso profondo dei pesi e delle misure
Ora possiamo comprendere il significato dei pesi e delle misure.
Perché la parashà dei pesi è posta accanto a quella di Amalek? È lo stesso principio: se un uomo sa che il proprio sostentamento è stabilito da un Rosh HaShanà all’altro, non ruberà nemmeno uno shekel – perché sa che ciò che gli spetta lo riceverà in ogni caso, e ciò che non gli spetta gli sfuggirà in ogni caso. Se guadagni ventimila shekel in più di quanto ti serva, ecco che una qualsiasi spesa imprevista è pronta a sottrarti cinquantamila shekel in un solo giorno, senza che tu nemmeno te ne accorga – perché se ti spetta, lo riceverai; e se non ti spetta, non lo riceverai.
Che cosa fa invece chi imbroglia con i pesi? Ragiona così: «Signore dell’universo, voglio aiutarTi: mi hai decretato a Rosh HaShanà una certa somma che non mi è ancora arrivata – lascia che io stesso acceleri il processo: sposto un po’ la bilancia, un solo shekel in più per ogni chilo, che male potrà mai fare?».
Ha forse il Signore difficoltà a darti di più? Certamente no. Ma questa è proprio la logica di Amalek, che insinua nell’uomo il pensiero che il Signore non vigili su di lui.
Insegna la Ghemarà (Berakhot 63a): «“il ladro, sulla porta della breccia” – anche il ladro, prima di accingersi a rubare, ripone la propria fiducia nel Signore, affinché lo assista nella sua “opera”».
Prima di un altro furto, il ladro sale sulla grondaia con in mano uno spray «per far addormentare gli anziani» e prega: «sia volontà, davanti al nostro Padre nei Cieli, che l’anziana si addormenti, e con lei anche la polizia – e alla fine del lavoro prometto di dare la decima…».
Se davvero credi che ci sia il Signore, perché rubi? «Bisogna pur fare il proprio sforzo…» – ecco, questo è Amalek!
Conclusione
Se un uomo si radica nella convinzione che non esiste alcun «caso» nel mondo – che tutto proviene da Lui, benedetto sia – che è Lui a nutrirci e a sostenerci, è Lui a donarci la salute, è Lui a donarci la vita… se facciamo nostro il verso «sia la Tua grazia, Signore, su di noi, come abbiamo sperato in Te» – quanto più speriamo nel Signore, tanto più Egli riverserà su di noi la Sua grazia: tutto dipende dal nostro attaccamento a Lui, benedetto sia!
Ci conceda il Signore di rafforzarci in questo, affinché per questo merito possiamo giungere alla redenzione completa, presto ai nostri giorni. Amen e amen!
